Non esiste un momento giusto per essere colpiti da una pandemia. Detto questo, l’arrivo del Coviv-19 è stato particolarmente poco propizio per l’Unione Cristiano democratica (CDU) di Angela Merkel. Il partito è attraversato da mesi da convulsioni stile“fine dell’impero” che la cancelliera aveva provato a scongiurare avviando un passaggio di consegne con il ministro della difesa Annagret Kramp-Karrenbauer (AKK).

Poco o nulla rimane di quel tentativo. Le primarie del 2018 e un processo accolto con diffidenza in un sistema politico basato sul consenso degli esponenti di partito nei Länder  hanno liberato forze centrifughe opposte a AKK e alla linea merkeliana da lei incarnata. Il pomo della discordia è l’atteggiamento da adottare nei confronti dell’Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra: rincorrerli o condannarne ogni posizione? Ma molti conservatori desiderano anche un cambiamento di leadership, una guida che non si limiti a gestire come fa Merkel, ma che indichi la strada verso il futuro – prima che la CDU diventi una reliquia della vecchia Germania ovest.

A febbraio era avvenuto il “colpo di mano” con cui la destra del partito (coadiuvata dai liberali) era riuscita a far eleggere un presidente della Turingia che non fosse di sinistra. La mossa aveva destato particolarmente scalpore perché era avvenuta col consenso dell’AfD, violando le linee guida poste da Berlino . AKK, indebolita da mesi di fronda interna e logorata dal ruolo di ministro, aveva annunciato le proprie dimissioni.

Si era quindi deciso di tenere un congresso a fine aprile per selezionare un successore. I candidati sono tre:

Friedrich Merz, l’anti-Merkel per eccellenza e suo avversario fin dai primi anni 2000. Dopo una lunga assenza dalla politica si era ripresentato al congresso del 2018 come il candidato più critico nei confronti della politica migratoria tollerante. Il milionario ex-banchiere è considerato il candidato “delle imprese” ed è sostenuto dalla giovanile di partito, cosi come da chi si oppone a ulteriori concessioni in materia migratoria.

Armin Laschet, presidente del ricco Nordrhein-Westfalen, considerato da molti il favorito e il candidato “di continuità” rispetto all’era Merkel. Incarna l’idea della CDU come partito anzitutto di governo, affidabile e ragionevole in tempi di crisi. Il suo ruolo istituzionale era stato particolarmente utile per rinforzare questa immagine. Corre in tandem con Jens Spahn, ministro della salute e volto della nuova CDU (è gay, giovane e da ministro si è lanciato in dure battaglie sulla donazione degli organi e l’assunzione di infermieri).

Norbert Röttgen, presidente della commissione esteri al Bundestag e già ministro dell’ambiente, malamente esautorato da Merkel nel 2012 dopo una sconfitta elettorale. Dei tre candidati, Röttgen è quello che ha saputo meno convincere nei sondaggi ma che più spinge per una maggiore presa di responsabilità internazionale da parte della Germania..

Il Coviv-19 ha, ovviamente, cambiato tutto. La sospensione del congresso CDU presenta, in teroai, ai tre candidati l’occasione di dimostrare la propria leadership. Merz e Röttgen, senza ruoli nell’esecutivo, avranno molte difficoltà a mantenere l’attenzione mediatica su di sé in questa crisi globale – attirandosi anzi critiche per aver continuato le rispettive campagne nonostante la pandemia. Merz, in particolare, è venuto a trovarsi in una situazione complessa – l’intransigenza sul pareggio di bilancio e l’ultraliberismo non sono particolarmente popolari in momenti di crisi, senza contare che il 17 marzo lui stesso è risultato positivo al Coviv-19. Laschet, invece, ha deciso di puntare il tutto sulla propria abilità nel gestire l’epidemia in Westfalia. Come presidente ha insistito affinché il governo federale agisse in maniera più decisa fin dai primi focolai, coadiuvato dal proprio sempre più popolare alleato al ministero della salute.

Ma il vero colpo di scena sarebbe se questa corsa alla competenza beneficiasse un quarto incomodo, il cui astro brilla con particolare intensità nella costellazione di centro-destra: Markus Söder, leader della CSU e presidente bavarese. In un certo senso, Söder rappresenterebbe il candidato perfetto per la cancelleria. A differenza di Merkel, che anche in questa crisi ha preferito mostrarsi pacata  piuttosto che combattiva, ama coltivare l’immagine di decisore. Come faceva notare la Frankfurter Allgemeine Zeitung il 17 marzo, chiudere le frontiere tedesche è stato possibile solo perché la Baviera aveva ristabilito la propria polizia di frontiera in barba alle critiche da sinistra. Al di là di ciò, Söder sa alternare toni da statista e appelli più accorati come la richiesta che i calciatori rinuncino al proprio stipendio per tenere a galla la Bundesliga durante la pandemia; salvaguardia l’autonomia bavarese viaggiando a Mosca, ma rimane in linea con la politica di sanzioni di Berlino. L’unico problema: nella storia ci sono stati solo due candidati cancelliere della CSU, ed entrambi hanno fallito. L’appeal personale del candidato faticherebbe a tradursi in un supporto federale. La stessa CSU, partito dell’eccezionalismo bavarese, non è certamente popolare nel resto del paese. Söder gode poi di un “dominio proprio del benevolo legame”, per citare Heidegger, cioè ha potuto profilarsi a livello nazionale scegliendo dove e quando porre veti al partito gemello. Può funzionare in prospettiva pubblicitaria, ma è molto diverso dall’affanno di una campagna elettorale. E più Söder si esporrà, più sarà soggetto ad un intenso scrutinio, pur non essendo ufficialmente in corsa per la candidatura.

La CDU si è sempre inscenata come il partito del quieto vivere e della pacatezza al governo. Ma con un sistema partitico allo sfascio, un federalismo sotto pressione e l’Europa in preda a una pandemia, potremmo presto assistere a un’evoluzione in seno ai democristiani renani.


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