È difficile in questi giorni alzare lo sguardo da se stessi, dal proprio orizzonte. Sono giorni in cui l’orizzonte di ciascuno di noi coincide con la metratura della propria casa, in cui si vede al massimo ciò che si estende a portata delle nostre finestre, dei nostri terrazzi. Sono giorni di confino fisico e mentale, in cui siamo bersaglio di notizie che arrivano a senso unico, che irrompono nelle nostre case, nel nostro privato. Qualcuno decide di ripararsi, di rifiutarsi di rimanere esposto alle intemperie e allora spegne la radio, la televisione, non legge i giornali. Qualcuno fa appello al proprio spirito critico e si lascia interrogare, per poi ritrovarsi ancora più confuso e disorientato in questo stato di cronica incertezza. Qualcun’altro, pochi, tiene attive le antenne e continua a scandagliare il presente, cercando di allungare lo sguardo oltre a ciò che accade nella propria casa, o nel proprio paese. Addirittura allungando lo sguardo nel tempo, andando oltre il purgatorio del presente e cercando di immaginare cosa sarà dopo. Non c’è un atteggiamento giusto o sbagliato, non c’è una persona migliore o peggiore. È umano essere egoisti quando si percepisce un pericolo imminente, è umano preoccuparsi del nostro prossimo quando si percepisce che il pericolo riguarda tutti. È umano chiudersi nelle proprie letture, nel proprio lavoro, per tenere fuori tutto il resto, è umano pensare a tutto il resto per non rimanere chiusi in se stessi.

Lontani, ma uniti dallo stesso dolore

Nella mia vita, nella mia casa, questa settimana hanno fatto irruzione due immagini. Non mi ci sono esposta volontariamente, non sono andata a cercarle. La prima, esterno notte, una colonna di mezzi militari trasporta fuori città le bare delle vittime che il forno crematorio di Bergamo non riesce più a processare. La seconda, esterno giorno, una ventina di persone immobili in mezzo a una strada in Iran, a un metro di distanza l’una dall’altra, composte nel dolore, prega in silenzio dietro un furgoncino che contiene la salma di una persona deceduta per Coronavirus. Questa seconda immagine mi ha colpito se possibile ancora più della prima. Ho assistito in passato a un funerale in Iran, so quanto è importante portare sulle proprie spalle la portantina e il sudario, starle vicino con la preghiera, pronunciare i riti funebri e abbracciarla un’ultima volta mentre viene calata nella nuda terra. Sono due immagini, queste, che mi hanno messa di fronte alla stessa evidenza, la stessa impossibilità di dare l’ultimo addio ai propri cari nella maniera che più si addice al momento. Sono due immagini legate da un filo lunghissimo, il bandolo della stessa matassa che Italia e Iran si trovano in questo momento a dover sbrogliare.

Non lo stanno però facendo ad armi pari, sebbene ci siano alcune somiglianze. In entrambi i paesi si piangono i propri morti da soli e in silenzio, in entrambi i paesi medici e infermieri sono in prima linea in una guerra contro il tempo, in entrambi i paesi si litiga tra diversi centri di potere su quale sia la strategia migliore. In Iran il governo di Rouhani non ha optato per il lockdown totale perché un paese con un’economia già stremata dalle sanzioni sa di non poterselo permettere e perché si rischia che i militari – che promettono di ripulire le strade e riportare la situazione alla normalità in dieci giorni – prolunghino oltre il necessario lo “stato di emergenza” cercando di volgere la situazione a proprio vantaggio. Ma, più di tutto, l’Iran è un paese sotto sanzioni. Abbiamo assistito attoniti nelle scorse settimane in Italia alla corsa all’accaparramento delle mascherine, con episodi di egoismo da parte di altri paesi, che ci hanno fatto giustamente indignare. Ecco, in Iran mancano le mascherine, mancano le tute protettive, mancano i ventilatori, mancano i kit per i tamponi. In Iran mancano le medicine, e non da una settimana e nemmeno da due, ma almeno da due anni, da quando sono rientrate in vigore le sanzioni statunitensi che anziché stringere nella morsa il regime hanno stretto nella morsa una popolazione che non può avere accesso a farmaci di uso comune (per non parlare di quelli di uso non comune come gli antitumorali) in tempi normali, figurarsi in questo momento.

Una guerra che non ha né confini né regimi

Se allungo lo sguardo nel tempo, è la preoccupazione lo stato d’animo dominante. Sono cosciente che quando tutto questo sarà finito servirà uno sforzo enorme, individuale e collettivo, per ricostruire un paese e fare ripartire un’economia come quella italiana che già in momenti normali non brilla per dinamismo. Ma so – auspico – che l’Italia non verrà lasciata sola, che abbiamo un paracadute che è l’Europa e che avremo accesso a tutti gli strumenti che verranno nel frattempo creati. Lo stesso non sarà per i cittadini iraniani, che non dispongono di questo paracadute e che sono anzi destinati a rimanere sempre di più nei prossimi mesi in balia della guerra – per ora fortunatamente solo di parole – tra la strategia americana della “massima pressione” e la strategia del governo iraniano della “massima resistenza”.

Penso che viviamo un momento straordinario, e che da questi momenti straordinari occorra cogliere tutte le opportunità che derivano. L’Iran chiede alla comunità internazionale che si sollevino le sanzioni almeno per la durata dell’emergenza, per far fronte – ad armi pari – a questa guerra che non conosce confini né regimi, che non distingue tra democrazie e autoritarismi, che colpisce la Cina e l’Italia, l’Italia e l’Iran. L’Iran chiede di non essere lasciato solo, e al suo appello hanno finora risposto la Cina, la Russia, la Turchia, e nel Golfo il Qatar, il Kuwait, l’Oman, gli EAU. In Europa, Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) hanno promesso aiuto, ma sarebbe importante che si usasse questa occasione per svolgere un’azione ancora più incisiva, per segnalare che l’Europa c’è, che si ricorda ancora cosa vuole dire essere una potenza civile. In Iran c’è stato – e in parte c’è ancora, nonostante la delusione per le evoluzioni dell’accordo sul nucleare – tanto desiderio di rapporti più stretti con i paesi europei; Cina, Russia e in parte Turchia sono alternative di second’ordine, ciò che rimane e nelle cui braccia ti butti quando quello che desideri ti abbandona. Sarebbe altrettanto importante che l’Italia – pur presa nella propria stessa guerra – si ricordasse di alzare lo sguardo oltre le mura della propria stanza, oltre i propri confini, oltre ciò che vede dalla propria finestra. Sarebbe auspicabile che il nostro paese esprimesse con fermezza, forte della comune esperienza, un sostegno caldo e deciso verso la popolazione iraniana, e una altrettanto forte e decisa opposizione a una politica delle sanzioni vessatoria e anti-umanitaria. Una politica, e un’indifferenza, non all’altezza della lezione di sofferenza che noi stessi viviamo in questi giorni, e soprattutto non degna dei valori della comunità internazionale di cui ci fregiamo di essere parte.


Annalisa Perteghella

Nata nel 1986, una laurea in lingua cinese e un dottorato sul sistema politico iraniano. Lavora come ricercatrice in un think tank, è membro della redazione scientifica dell’Atlante geopolitico Treccani, collabora con Università Cattolica e Università Bocconi, è docente del Nuovo Istituto per il Business Internazionale. Studia il sistema politico iraniano e la proiezione geopolitica del paese nella regione.

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