Dal de profundis della gauche alla Renaissance europea. La Francia di Macron: tra crisi sociale interna e ambizioni continentali

Di Bernardo Tarantino*

Intraprendere un’analisi sullo stato della sinistra francese in vista delle prossime elezioni europee è un’operazione complessa, faticosa, quasi autolesionista. È legittimo anche chiedersi, con buona pace dei fautori delle post-ideologie, se sia ancora attuale parlare di sinistra in una fase politica segnata dal clivage che intercorre tra il progressismo proteiforme di Emmanuel Macron e il nazionalismo euroscettico di Marine Le Pen. In una campagna elettorale segnata dalla crisi dei gilets jaunes e dal disastroso incendio di Notre-Dame, la sinistra di governo, incarnata fino a due anni fa dall’ormai moribondo Parti socialiste, si presenta divisa e schiacciata tra l’involuzione massimalista ed anti-europeista di Mélenchon, leader di la France Insoumise, e la tentazione centrista rappresentata da La République en Marche.

Il tentativo di federare la sinistra non-mélenchoniste, sotto il cappello della transizione ecologica, portato avanti dall’affascinante quanto distante capolista del PS e Place Publique, Raphaël Glucksmann, si sta rivelando vano. I verdi francesi rivendicano la loro autonomia puntando ad un “protezionismo verde” e al superamento della tradizionale contrapposizione destra-sinistra. Generation.s, movimento fondato dall’ex candidato alle presidenziali del PS Bénoît Hamon, si  è ormai distanziato dal Partito Socialista europeo per sposare il “new deal européen” proposto da Yaris Varoufakis. Il fronte “vert-rose-rouge” è lontano dal ricomporsi e sembra ormai condannato all’irrilevanza e all’isolamento nel concerto del socialismo europeo.

Eppure, l’analisi dello stato di salute del campo progressista d’Oltralpe non può limitarsi alla disamina della crisi identitaria della sinistra. L’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo nel 2017, oltre a sancire la nascita del nuovo bipolarismo tra En Marche e Rassemblement National (ex Front National), ha innovato fortemente il fronte progressista allargandone i tradizionali confini politici. Paladino di un pragmatismo riformista, nei primi due anni di mandato, il giovane presidente ha attuato un programma volto a liberare l’economia francese da lacci e lacciuoli che ne bloccano produttività e crescita. Le tante riforme portate a termine e i tanti progetti ancora da realizzare hanno permesso di rafforzare l’immagine all’estero della Francia dopo l’immobilismo che ha caratterizzato la presidenza Hollande.

Eppure, lo stato di grazia del Presidente francese è scemato prima del previsto. Il misterioso affaire Benala e le dimissioni del ministro ecologista Hulot e del fedelissimo Collomb hanno mostrato le prime crepe nell’esecutivo francese. Ma la vera prova del nove per il quinquennio di Macron consiste nel trovare soluzioni per rispondere alla crisi sociale che attanaglia la Francia profonda. Le rivendicazioni dei gilet gialli, troppo spesso degenerate in deprecabili violenze, sembrano confermare la fine del clivage tradizionale destra-sinistra e disegnano un nuovo antagonismo nel quale le variabili del benessere soggettivo o della fiducia nei confronti delle istituzioni giocano un ruolo centrale finora sottostimato.

A fronte della crisi dei gilets jaunes e in vista di una campagna elettorale cruciale per il futuro dell’Europa, il presidente francese sta strutturando la sua azione interna ed europea in due iniziative parallele ma convergenti in un unico messaggio: partecipazione e protezione. Sul piano interno, a seguito del grand débat national lanciato a dicembre per raccogliere le istanze presentate dai cittadini, Macron proporrà alcune misure volte a placare il malcontento e rilanciare la sua presidenza. Sul versante economico, il Presidente francese intende ridurre le tasse del ceto medio e aprirà una discussione sull’Imposta di solidarietà sulla fortuna (ISF), la cui parziale abolizione ha alimentato la rabbia dei ceti meno agiati. Grande spazio sarà dato alle riforme istituzionali. Oltre alla riduzione del numero dei parlamentari e all’alleggerimento delle condizioni per convocare un referendum propositivo, Macron propone di chiudere l’École Nationale d’Administration, cedendo a quella percezione distorta che considera la scuola frequentata da generazioni di alti funzionari e da ben quattro Presidenti della Repubblica – tra cui lo stesso Macron – la sede dei privilegi e dell’arroganza delle élite.

Sul piano europeo, invece, l’inquilino dell’Eliseo si è rivolto a tutti i cittadini europei attraverso una lettera dove invoca una “Renaissance européenne”. Sulla scia del discorso della Sorbona e in continuità con i recenti scontri tra la Francia e il governo italiano, l’appello rivolto agli europei mira a strutturare l’avvenire dello spazio politico europeo inscrivendolo nella bipolarizzazione tra “l’Europe qui protège” e il fallimento del ripiegamento nazionalista, di cui lo stallo della Brexit è emblema. Autoproclamandosi messaggero della nuova polarizzazione della politica europea, il presidente francese non si limita a scagliarsi contro gli euronazionalismi, ma indirizza la sua invettiva contro “la trappola dello status quo” e i “sonnambuli dell’Europa rammollita”. L’obiettivo è quello di presentarsi come leader di un campo progressista foriero di una nuova idea di Europa. Un’Europa che protegge.

Esaminando le proposte elencate nella lettera, appare chiaro però l’intento di voltare pagina rispetto al discorso della Sorbona. Finita l’epoca dell’appassionato appello pro-europeo, il Presidente francese propone ai cittadini europei un programma più ristretto, forse più praticabile, ma non privo di punti controversi. Le proposte dovrebbero concretizzarsi in una Conferenza per l’Europa da riunire entro la fine del 2019 alla quale parteciperebbero non solo i governi e le istituzioni di Bruxelles, ma anche i cittadini europei. Lo spirito delle proposte contenute nella lettera fa emergere un disegno che predilige il metodo intergovernativo al metodo comunitario e non esclude la costruzione di un’Europa che avanza a ritmi diversi. Un approccio sicuramente più pragmatico e realista che però porta il presidente a non affrontare il capitolo della riforma dell’Unione economica e monetaria. Sorprende, inoltre, il mancato riferimento alla coppia franco-tedesca, la cui centralità era stata ribadita a gennaio con la firma del trattato di Aix-la-Chapelle.

Per Macron, il Rinascimento europeo deve articolarsi attorno tre temi: la libertà, la protezione, il progresso. Su di essi si sviluppa il più ampio concetto di sovranità europea. Ed è sicuramente questo il messaggio politico più forte e ambizioso promosso nel suo programma. La Renaissance europea passa innanzitutto da un rafforzamento della protezione contro le minacce esterne all’Europa. A tal fine, la lettera configura una revisione di Schengen articolata sul controllo rigoroso delle frontiere e sulla solidarietà raggiungibile attraverso regole comuni in materia d’asilo e accoglienza. Se Macron evoca la costituzione di una polizia comune delle frontiere e di un ufficio europeo dell’asilo, progetti tra l’altro già intrapresi, la novità è quella di posizionarli – a riprova di un intento intergovernativo – sotto il controllo di un Consiglio europeo di sicurezza interna, i cui contorni giuridici restano incerti.

Sempre in tema di sovranità e protezione, Macron mette sul tavolo europeo un trattato di difesa e sicurezza che definisca gli obblighi reciproci per aumentare la spesa militare, rendere operativa la clausola di difesa reciproca e istituire un Consiglio di sicurezza europeo al quale sarebbe associato il Regno Unito. Inoltre, l’iniziativa di costituire una difesa europea, non sarebbe più, come indicato nell’iniziativa della Sorbona, “complementare alla NATO” ma semplicemente “in collegamento” con l’alleanza atlantica. Un modo per marcare la distanza dagli Stati Uniti di Donald Trump che spinge alcuni osservatori a rilevare nella posizione di Macron una reminiscenza delle reticenze di De Gaulle nei confronti dell’alleanza atlantica durante la Guerra Fredda.

La promessa di una maggiore protezione verso l’esterno trova conferma nella denuncia delle pratiche commerciali che attentano agli interessi strategici europei. Su questo punto, Macron auspica una rimodulazione dei principi della concorrenza nell’intento di non ostacolare la creazione di campioni europei, come accaduto nel caso della mancata fusione Alstom-Siemens.  Sempre in materia di concorrenza, se da una parte viene preconizzata la creazione di una supervisione europea per le grandi piattaforme tecnologiche, dall’altra la lettera non affronta l’argomento cruciale della web-tax europea. Infine, in materia di democrazia, il presidente francese propone la creazione di un’Agenzia europea per la protezione delle democrazie, concepita per difendere i processi elettorali da cyber-attacchi e manipolazioni, e di vietare il finanziamento dei partiti europei da parte di potenze straniere. Ogni riferimento alla Russia è puramente casuale. Resta da capire in che modo l’Agenzia europea per la protezione delle democrazie potrà coordinarsi con l’OSCE, senza creare doppioni.

La declinazione sociale e ambientale dell’Europe qui protège è meno innovativa. Chi, a sinistra, si aspettava proposte rivoluzionare deve accontentarsi di un capitolo sociale per i lavoratori europei destinato a garantire la stessa remunerazione sullo stesso luogo di lavoro, principio già sancito  dalla riforma del lavoro distaccato del 2017. Macron rispolvera, inoltre, l’idea di elaborare un salario minimo europeo adattato ad ogni paese membro e discusso collettivamente ogni anno. Per quanto interessante, la proposta di una retribuzione minima garantita a livello europeo sembra di difficile attuazione e si è subito scontrata con l’opposizione espressa dalla Presidente della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer. Infine, lo slogan “Make our Planet great again” viene declinato in salsa europea con l’ambizione “zero carbonio” entro il 2050, il dimezzamento dei pesticidi entro il 2025 e la creazione di una Banca europea del clima che si aggiunge alle già numerose nuove istituzioni e agenzie proposte nella lettera, non tenendo tra l’altro conto che la BEI è già il principale erogatore multilaterale di finanziamenti per il clima al mondo.

Resta da esaminare il collocamento politico dell’iniziativa di Macron nella prossima legislatura. Ad oggi, la République en Marche, in rimonta nei sondaggi, dovrebbe conquistare 22 seggi al Parlamento europeo e ambisce, attraverso una probabile alleanza con ALDE, ad occupare una posizione centrale nella costituzione della nuova maggioranza parlamentare. L’obiettivo di rinnovare il paesaggio politico europeo, come avvenuto in Francia nel 2017, sembra tuttavia lontano. Le tradizionali famiglie politiche europee, PPE e S&D, sono in calo ma nelle urne, salvo sorprese, si attesteranno rispettivamente al primo e al secondo posto. La nomina della nuova Commissione europea e del suo Presidente saranno cruciali per valutare gli equilibri politici usciti dalle urne e la delegazione parlamentare di En Marche non mancherà di far sentire tutto il proprio peso politico.

In questo senso, il programma Renaissance è certamente uno strumento che Macron intende usare per imporsi come leader di un campo progressista allargato, al quale le forze di sinistra devono guardare nell’ottica di un comune intento di rinnovamento dell’Unione europea. La mobilitazione per un’Europa che protegge è in effetti, l’unico contributo più o meno concreto a un vero cambiamento culturale dello spazio politico europeo. Certo, non ci si può esimere dall’osservare che il messaggio politico a sostegno di una sovranità europea sembra costituire uno strumento per raggiungere un altro obiettivo del presidente francese, ovvero ottenere un posto nel concerto delle grandi potenze. Se da una parte, Macron non si risparmia nel diffondere appelli per un cambiamento dell’Europa, il suo protagonismo sembra essere il sintomo dell’antica visione francese dell’Europa quale moltiplicatore geopolitico della propria grandeur.

Infine, è doveroso chiedersi se l’Europa che protegge sia sufficiente a rilanciare il progetto europeo o se sia invece necessario affiancarla ad un’Europa che investe in istruzione, formazione, innovazione tecnologica con l’obiettivo di favorire quel Rinascimento industriale necessario per competere con giganti asiatici e nord-americani. Il progressismo, per sua stessa definizione, non può limitarsi alla protezione, ma deve saper promuovere le capacità dei cittadini europei coinvolgendoli in un progetto chiaro di sviluppo in cui tutti possano beneficiare dei frutti di una globalizzazione governata e di una transizione tecnologica a servizio dell’uomo.

*In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha prestato servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea e nel gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne. A Expo Milano 2015, ha coordinato le attività internazionali ed istituzionali del Commissariato Generale dell’Esposizione. Laureato nel 2010 in Scienze Politiche, si è specializzato in Comunicazione delle istituzioni pubbliche presso il CELSA – Paris Sorbonne.  

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