Le elezioni del Parlamento europeo, che nel Regno Unito si terranno il 23 maggio, prospettano profondi sconvolgimenti nel sistema partitico britannico. In un sondaggio di YouGov effettuato tra il 12 e il 16 maggio, il Brexit Party di Nigel Farage si è imposto come favorito assoluto con il 35%, seguito dai Liberal-democratici pro-Remain dati al 16%. Il Partito Laburista, principale partito d’opposizione, si posiziona al terzo posto con il 15% e i verdi pro-Remain sono quarti con il 10%, poco più avanti dei Conservatori che si attestano al 9%. Il nuovo partito anti-Brexit Change UK raccoglie solo il 5%, mentre UKIP con il 3% vede spostarsi gran parte dei suoi elettori verso il Brexit Party di Farage. Risultati molto diversi rispetto alle elezioni del 2014, quando UKIP vinse con il 27,66%, seguito dal Partito Laburista al 24,74% e dai Conservatori al 23,31%. 

Per i Conservatori e i Laburisti – che insieme detengono 559 su 650 dei seggi nella Camera dei Comuni – sarebbe un vero disastro. Tuttavia, un tale insuccesso non sarebbe totalmente inaspettato, specialmente per il Partito Laburista. Dietro la sua probabile battuta d’arresto si cela un paradosso a tre facce.

1. La Brexit di Schroedinger: La prima faccia del paradosso riguarda la posizione dei Laburisti sulla Brexit. Nel tentativo di attrarre simultaneamente i pro-Remain senza perdere i suoi elettori nelle circoscrizioni favorevoli al Leave, il partito ha perseguito una strategia ambigua. Le contraddizioni che ne conseguono sono particolarmente visibili nella posizione del Labour riguardo la stessa Brexit e la possibilità di un secondo referendum.

La posizione ufficiale del Partito Laburista, sostenuta dal leader Jeremy Corbyn – euroscettico di vecchia data – è quella di rispettare il risultato del referendum del 2016. Tuttavia, altre figure di spicco del Partito Laburista hanno rilasciato dichiarazioni contraddittore, volte apparentemente a rassicurare e attrarre il favore dei Remainer. Per esempio, il 12 Maggio il vice-leader Tom Watsan ha affermato che il Labour è ancora un partito favorevole al Remain e a riformare l’Unione europea. Il candidato alle elezioni del Parlamento europeo, l’ex Ministro dei Trasporti Andrea Adonis, il 19 maggio ha pubblicato un tweet dove sosteneva che “solo il Labour può fermare la Brexit”.

Le opinioni dei laburisti sulla possibilità di convocare un secondo referendum sono ugualmente divergenti. Sebbene alcuni parlamentari laburisti, come il Ministro ombra per la Brexit Keir Starmer, si siano più volte dimostrati favorevoli ad un secondo voto, Corbyn ha accettato questa possibilità a malincuore e dopo molte pressioni. La posizione ufficiale del partito laburista è delineata nel suo manifesto per le elezioni europee: “Se non potremo ottenere un accordo in linea con il nostro piano alternativo [che include l’adesione permanente all’Unione doganale e un allineamento al Mercato Unico], o le elezioni politiche, il Labour sosterrà l’opzione di un nuovo voto”. Difficilmente si può esprimere meno entusiasmo senza escludere apertamente un nuovo referendum.

Gli appelli lanciati dagli esponenti laburisti filoeuropei per un secondo referendum possono dare un’impressione diversa. In un editoriale pubblicato dal The Independent il 17 maggio, la candidata alle elezioni europee, Eloise Todd, ha affermato che “solo il nostro partito può unire il paese per indire un nuovo referendum”. In maniera simile, il 19 maggio Adonis ha twittato “l’unico partito che può ottenere un voto popolare è il Labour”.

Le posizioni sono discordanti anche sulle possibili opzioni che un secondo referendum dovrebbe includere. A febbraio, Corbyn dichiarava che il Labour “sosterrà un voto popolare per evitare la rovinosa Brexit dei Conservatori o un disastroso no-deal”. Avendo promesso di rispettare la volontà di lasciare l’Unione europea, non è chiaro che tipo di opzioni dovrebbero essere presenti sulle schede elettorali, in quanto ogni accordo sulla Brexit dovrà per forza di cose essere basato sulla “rovinosa Brexit dei Conservatori”. Per l’Unione europea, infatti, l’accordo sul recesso è fondamentale e non negoziabile. Solo la dichiarazione politica può essere ampliata e resa più specifica, cosa che può essere fatta in ogni caso durante il periodo transitorio in quanto il documento non è vincolante. E intanto, figure di spicco del partito come Starmer e il Ministro-ombra agli esteri Emily Thornberry sostengono che le schede elettorali per un possibile nuovo referendum debbano contenere la possibilità di votare per il Remain.

Questi esempi mostrano che il partito laburista propone visioni divergenti sulla Brexit nella speranza che gli elettori si accostino alla posizione che preferiscono ignorando le contraddizioni di fondo del partito. I sostenitori della Brexit fanno riferimento a Corbyn, mentre i pro-Remain guardano a Adonis e Starmer. La vaghezza della linea politica del partito facilita questa impostazione. D’altro canto, la linea della coerenza scelta dai singoli esponenti del partito permette loro di chiarire le loro posizioni personali con facilità quando sono messi alle strette. Ma la vera sfida per i laburisti resta quella di difendere la posizione della leadership del partito nel suo complesso nonostante le loro preferenze o affermazioni personali.

Questa strategia è però rischiosa e sembra aver raggiunto il proprio limite.

2. Un’opposizione incapace di fare goal a porta vuota: La seconda faccia del paradosso si riferisce alla posizione del Labour nel sistema partitico. Qualsiasi altro partito di opposizione sarebbe stato capace di approfittare del caos che aleggia nel governo dei Conservatori e che caratterizza il processo della Brexit. Tuttavia, il Labour non è riuscito a trarne vantaggio. Le ragioni sono diverse: (1) la posizione ambigua di Corbyn sulla Brexit; (2) l’apparente disinteresse del leader laburista riguardo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea che, sebbene sia la questione più importante degli ultimi decenni, secondo Corbyn verrà presto superata e sostituita da altri questioni legate ai progetti della sinistra; (3) una mancanza di conoscenza del processo della Brexit, resasi evidente quando Corbyn ha sostenuto che “una nuova e completa Unione doganale con l’Unione europea […] eviterebbe che alcune zone del Regno Unito vengano assoggettate a sistemi legali differenti”. Ma la sola Unione doganale non rimuoverebbe la necessità di un backstop al confine con l’Irlanda in quanto i controlli di conformità alle norme UE saranno comunque necessari.

Questi fattori hanno reso più difficile un’azione del Labour volta ad obbligare il Governo a rendere conto sulla Brexit e di approfittare della sua debolezza e dei suoi passi falsi.

3. Elezioni importanti, o quasi: La terza faccia del paradosso riguarda il valore attribuito alle elezioni europee nel Regno Unito. A causa dell’estensione fino al 31 ottobre del processo previsto dall’articolo 50, il Regno Unito deve partecipare alle elezioni anche se resta pronto a lasciare l’Unione europea.

Simbolicamente, le elezioni per rinnovare il Parlamento europeo rappresentano la tornata elettorale più importante per il Regno Unito, ma da un punto di vista pratico non hanno molto senso.

Avranno un impatto minimo in quanto gli europarlamentari britannici perderanno il proprio seggio una volta che il Regno Unito lascerà l’Unione europea. Allo stesso tempo, le elezioni sono estremamente importanti in quanto rileveranno l’opinione dell’elettorato e, per alcuni, sono da considerare come una replica del referendum del 2016. Il risultato potrebbe avere degli effetti anche sulla Brexit. Se il Brexit Party otterrà più seggi degli altri, come sembra probabile, il posizionamento verso la Brexit del Partito Conservatore e di alcune parti del Labour potrebbe irrigidirsi. Ciò potrebbe far aumentare la probabilità che un Brexiteer come Boris Johnson possa essere eletto nuovo leader dei Conservatori e che il Regno Unito esca dall’Unione europea senza accordo.

Le elezioni europee meritano attenzione anche perché sono le uniche elezioni che si svolgono con un sistema proporzionale, e pertanto sono le uniche consultazioni in cui piccoli o nuovi partiti poco strutturati non sono necessariamente svantaggiati.

Se la frammentazione delle intenzioni di voto indicate nel sondaggio di YouGov potrebbe essere semplicemente un riflesso del fatto che l’elettorato tende a votare diversamente a seconda del sistema di voto, non si può escludere che sia in corso un riallineamento del sistema partitico britannico. A seconda di quale sarà il risultato della Brexit, nelle future elezioni i voti potranno spostarsi verso piccoli partiti con una chiara posizione sulla Brexit. Nel caso di no-deal, i Liberal-democratici filoeuropei potrebbero rinascere. Se il governo conservatore revocasse l’articolo 50, per evitare il no-deal o come risultato di un secondo referendum, il consenso per il Brexit Party potrebbe aumentare esponenzialmente.

Le tre facce del paradosso che il Labour sta vivendo – la sua visione ambigua della Brexit, la sua posizione nel sistema partitico e il valore attribuito alle elezioni – possono essere d’aiuto per spiegare il suo probabile calo alle elezioni europee. Sebbene il risultato negativo non avrà effetti immediati, dal punto di vista simbolico ci saranno delle ripercussioni riguardo le prospettive di lungo periodo di un partito che non vuole assumere una chiara posizione sulla più importante questione della politica britannica degli ultimi decenni.

 

Labour’s European elections paradox

 

The European Parliament (EP) elections to be held across the United Kingdom on May 23 are promising major upheaval in the party landscape. In a YouGov poll on EP voting intentions carried out on May 12-16, Nigel Farage’s Brexit Party emerged as clear frontrunner with 35%, followed by the pro-Remain Liberal Democrats with 16%. Labour, the main opposition party, came third with 15% and the pro-Remain Greens fourth with 10%, just ahead of the governing Conservatives with only 9%. The newly established anti-Brexit Change UK party attracted only 5% while UKIP was at 3%, having apparently seen the bulk of its supporters move with Farage to his Brexit Party. As a comparison, in the 2014 EP elections UKIP won 27.66%, followed by Labour with 24.74% and the Conservatives with 23.31%.

For the Conservatives and Labour – which together hold 559 out of 650 seats in the House of Commons – the predicted results would be a disaster. However, they would not be entirely unexpected, especially in Labour’s case. Behind its likely setback lies a paradox that can be broken down into three parts.

Schroedinger’s Brexit

The first part of the paradox relates to Labour’s position on Brexit. Trying to simultaneously appeal to Remain voters while not alienating its supporters in Leave-voting constituencies, the party has pursued strategic ambiguity. The resulting contradictions are particularly apparent in Labour’s position on Brexit itself and on the possibility of a second referendum.

Labour’s official position, embraced by leader Jeremy Corbyn – a longtime sceptic of the EU – is that it respects the result of the 2016 referendum, which decided that the United Kingdom would leave the EU. However, other senior Labour figures have issued contradictory claims, apparently designed to reassure and attract Remainers. For example, deputy leader Tom Watson said on May 12 that Labour was still a “remain and reform party”. MEP candidate and former Transport Secretary Andrew Adonis tweeted on May 19 that “only Labour can stop Brexit”.

Positions within Labour on a second referendum are similarly diverse. While individual Labour MPs such as shadow Brexit Secretary Keir Starmer have long been calling for another vote, Corbyn accepted the possibility only reluctantly, and under great pressure. Labour’s official position is outlined in its manifesto for the EP elections: “if we can’t get agreement along the lines of our alternative plan [involving permanent customs union membership and close single market alignment], or a general election, Labour backs the option of a public vote.” It is hardly possible to be less enthusiastic without rejecting a referendum outright.

Meanwhile, calls by pro-EU Labour figures for a referendum could give a different impression. In an op-ed published by The Independent on May 17, Labour MEP candidate Eloise Todd argued that “only our party can unite the country behind a new referendum”. Similarly, Adonis tweeted on May 19 that “the only party that can deliver a People’s Vote is Labour”.

There is also little agreement on what options a second referendum should include. In February, Corbyn said Labour “will back a public vote in order to prevent a damaging Tory Brexit or a disastrous no deal outcome”. Given that he is also committed to respecting the result of the referendum and thus leaving the EU, this raises the question of what the options on the ballot paper should be, especially since any Brexit deal has to be based on the “damaging Tory Brexit”. The withdrawal agreement is essential and non-negotiable from the EU’s perspective and only the political declaration could be expanded and made more specific, something which can be done in any case during the transition period as the document is not legally binding. Meanwhile, senior Labour figures such as Starmer and shadow Foreign Secretary Emily Thornberry argue that in any referendum the ballot paper should give an option to remain.

These examples illustrate that Labour is essentially taking contradictory positions at the same time, in the apparent hope that potential supporters will pick and choose whatever position they like best while ignoring those that contradict it. Pro-Brexit supporters can look to Corbyn, while pro-Remain voters can rally behind Adonis and Starmer. The vague official party policy facilitates this. The coherent positions of individual party figures means they can clarify their personal stances relatively easily when put on the spot. Their challenge lies in defending the position of the party leadership as a whole vis-a-vis their own personal preferences and assertions.

This strategy was always a risky one and now appears to be reaching its limits.

An open goal, and an opposition unable to score

The second part of the paradox is Labour’s position in the party system. Any major opposition party should have been able to benefit from the disarray of the Conservative government and the state of the Brexit process. However, Labour has failed to capitalise on it.

There are several reasons for this:

  • Labour’s ambiguous position on Brexit;
  • Corbyn’s apparent disinterest in Brexit – undeniably the greatest political issue in a generation, but one which he seems to mistakenly believe will soon be superseded by other, traditional left-wing issues; and
  • a lack of knowledge about the Brexit process, evident for example in Corbyn’s claim that “a new, comprehensive customs union with the EU […] would remove the threat of different parts of the UK being subject to separate regulations” – customs union membership alone would in fact not remove the need for the Irish backstop as regulatory checks would still be needed.

These factors have made it difficult for Labour to hold the government to account over Brexit and benefit from its weaknesses and missteps.

Elections that matter, and don’t

The third element of the paradox is the status of the EP elections in the United Kingdom. Due to the extension of the Article 50 process until October 31, the United Kingdom has to participate even though it remains set to leave the EU.

This creates a paradox – symbolically, these EP elections are arguably the most important the UK has ever held but from a practical point of view, they are meaningless.

They will have little direct impact as MEPs will lose their seats once the United Kingdom leaves the EU. At the same time, they matter tremendously in that they indicate voter sentiment and are seen by some as a rerun of the 2016 referendum. The outcome could impact the Brexit process. If the Brexit Party wins more seats than any other party, as is likely, attitudes towards Brexit within the Conservative Party and possibly parts of Labour could harden. This could increase the likelihood of a Brexiteer such as Boris Johnson being elected new leader of the Conservatives and the United Kingdom crashing out of the EU with no deal.

The EP elections also deserve attention because they are the only national elections in the United Kingdom that take place under a proportional representation rather than first-past-the-post voting system, and are thus the only national elections in which small or new parties with limited infrastructure are not necessarily at a disadvantage.

While the fragmented voting intentions indicated in the YouGov poll could simply be a reflection of the fact that people tend to vote differently in different elections based on the system under which the elections take place, they could also point to a broader realignment of the UK party system. Depending on the outcome of Brexit, voter support in other elections could also shift towards smaller parties with a clear stance on Brexit. In the case of a catastrophic no deal Brexit, the pro-EU Liberal Democrats could see a revival. If the Conservative government revoked Article 50, for example to avert a no deal outcome or after a second referendum, support for the Brexit Party could surge.

Conclusion

The three elements of the paradox Labour is facing – its ambiguous stand on Brexit, its position in the party landscape and the status of the EP elections – may help explain its likely setback in the EP elections. While it may not matter much at an immediate, practical level it does matter symbolically, and it will raise questions about the long-term prospects of a party that is unwilling to take a clear stand on the most important issue facing the UK in decades.

 

Larissa Brunner è Policy Analyst all’European Policy Centre (EPC) e si occupa principalmente di Brexit. Precedentemente, Larissa ha lavorato come Western Europe Analyst per Oxford Analytica. È titolare di un BA in Economia e Management dell’Università di Oxfod e di una doppia laurea in Relazioni europee e internazionali presso Sciences Po Paris e la Fundan University di Shangai. 

Larissa Brunner is a Policy Analyst at the European Policy Centre (EPC), working primarily on Brexit. Before joining the EPC, Larissa worked as Western Europe Analyst for Oxford Analytica in the United Kingdom. She holds a BA in Economics and Management from the University of Oxford and a Double Master’s degree in European and International Relations from Sciences Po, Paris, and Fudan University, Shanghai.

“Banksy does Brexit”, (detail) photo credits Dunk on Flickr.


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