La SPD verso il minimo storico alle Europee

Di Erik Haase*

“Uniamoci per un’Europa forte e solidale”. Questo è lo slogan del partito più longevo del panorama politico tedesco per le elezioni europee. Eppure, se si guardano gli ultimi sondaggi, i sostenitori del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) sono sempre di meno. Il partito è infatti dato al 15%, risultato che – se confermato –  comporterebbe una caduta del 13% rispetto alle elezioni europee del 2014. Aumentano quindi gli interrogativi sullo stato di salute della SPD, che negli ultimi anni sembra essersi aggravato inesorabilmente.

Forse è anche il caso di chiedersi se il partito di Willy Brandt e Helmut Schmidt sia diventato superfluo. È sicuramente un’affermazione esagerata, ma occorre riconoscere che i dieci anni di Grande Coalizione con l’avversario tradizionale, la CDU di Angela Merkel, hanno lasciato ferite profonde che rimettono in discussione gli obiettivi progressisti e sociali del partito. Le politiche di matrice liberista dell’ultimo cancelliere della SPD, Gerard Schröder, e gli anni passati al governo con la CDU, in qualità di partner minore, avrebbero dovuto spingere i Socialdemocratici all’opposizione per organizzare un nuovo progetto politico e ristabilire la propria credibilità.

Occorre anche chiedersi se la SPD abbia un buon programma per le europee. Da quanto emerge dai sondaggi, i tedeschi non sono pienamente convinti. Dopo la Presidenza del Parlamento europeo di Martin Schulz, la SPD è sicuramente considerata dai tedeschi come il partito più favorevole ad un’Unione europea più forte e più sociale. Eppure, i tedeschi sembrano non reagire alle proposte messe sul tavolo dai Socialdemocratici, a cominciare dal salario minimo europeo calcolato individualmente paese per paese. Seppur in linea con le proposte degli omologhi europei della SPD, questa misura non sembra far breccia nell’elettorato tedesco. Lo stesso vale per le misure proposte per contrastare il dumping sociale, che non toccano le corde dei tedeschi in quanto volte a cambiare le politiche degli altri Stati membri e non quelle interne. Forse questo è un sintomo della difficoltà dei partiti riformisti, e non solo, di allargare il dibattito interno ad un più ampio dibattito europeo?

Le altre proposte riguardano soprattutto una maggiore giustizia fiscale di fronte alle multinazionali digitali come Facebook e Google e, non da ultimo, la protezione del clima. Entrambi temi cruciali per i tedeschi. Tuttavia, la proposta politica della SPD pecca a volte d’incoerenza. L’azione contro l’evasione fiscale del vice-Cancelliere Ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, sembra poco incisiva, forse perché si vogliono evitare ripercussioni negative sulle grandi compagnie tedesche esportatrici, a cominciare dall’industria dell’automobile duramente colpita dal Dieselgate. Forse è proprio la mancanza di credibilità il vero tallone d’Achille della SPD. Contrariamente alle rivendicazioni della Ministra federale dell’Ecologia, sempre in quota SPD, sono stati i ministri conservatori dell’Economia e dei Trasporti, con il sostegno della Cancelliera Merkel, a decidere di adottare le sanzioni contro i produttori di automobili e di risarcire i proprietari di vetture troppo inquinanti. Nell’opinione pubblica si è quindi rafforzata l’immagine di una Socialdemocrazia “ecologica, ma non troppo” che accondiscende agli interessi dell’industria sindacalizzata.

Alla mancanza di credibilità si aggiunge una carenza di competenze. Questa constatazione riguarda meno i candidati delle liste della SPD per le elezioni del 26 maggio, molto spesso sconosciuti, come nel caso degli altri paesi membri, eccezion fatta per i capilista. La Presidente della SPD Andrea Nahles non eccelle per carisma, capacità retoriche e strategia politica. Secondo molti rappresenta l’immobilismo che ha caratterizzato la SPD nell’ultimo decennio, ed è simbolo di un “sì, ma…” poco convincente. Un progetto politico volto a mantenere lo status quo può convincere la fascia di età più avanzata dell’elettorato – che rappresenta il nucleo centrale dei sostenitori del partito – ma non guadagnerà il consenso delle fasce più giovani che rivendicano un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo a favore di politiche più sostenibili.

Certo, la Socialdemocrazia tedesca soffre anche della crescita dei nuovi movimenti di estrema-destra. Come sta avvenendo negli altri paesi europei, i movimenti nazionalisti e razzisti, come Alternative für Deutschland (AfD) – alleata della Lega di Matteo Salvini – sono in forte crescita, minacciando di far scendere la SPD in quarta posizione alle elezioni europee.

Tuttavia, nel campo progressista tedesco qualcosa si muove. Da una parte, la sinistra radicale rappresentata da Die Linke, data all’8% nei sondaggi, può trarre vantaggio dalla debolezza della SPD. Ma la sfida più importante all’interno della sinistra tedesca si giocherà sulle tematiche ambientali. In una situazione in cui il cambiamento climatico e i rischi per la biodiversità sono direttamente percepibili dai cittadini, l’avanzata dei Verdi tedeschi pone sicuramente una nuova sfida all’interno del campo progressista tedesco e può ridefinire i rapporti con la SPD. Il partito ecologista ha allargato il suo bacino elettorale attestandosi in seconda posizione, dietro la CDU, con circa il 20% delle intenzioni di voto. Un risultato senza precedenti nella lunga storia del partito di Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit e che ha le sue basi nell’elettorato dei giovani e dei progressisti liberali. Sul piano europeo, se si aggiungono i deputati verdi austriaci (10% nei sondaggi) e i pochi altri eletti negli altri paesi, si può facilmente constatare che il nuovo gruppo parlamentare Verdi/Alleanza Libera Europea sarà per metà germanofono.

Un altro aspetto da non sottovalutare nell’analisi del voto delle europee in Germania e del possibile risultato negativo della SPD è quello di un sistema elettorale che limita la logica del cosiddetto voto utile. A differenza delle elezioni federali dove i partiti devono superare la soglia del 5% per accedere al Bundestag, per le elezioni europee non esiste questo tipo sbarramento. Considerato che la Germania dispone di 96 seggi sui 751 disponibili al Parlamento europeo, per qualsiasi partito basterebbe raggiungere lo 0,8% per inviare un proprio delegato a Strasburgo. Ciò potrebbe spiegare perché il 9% degli elettori sia disposto a votare i cosiddetti partitini (il partito per la protezione degli animali, il partito dei pirati e i neo-nazisti).

Comunque vada, la SPD sarà costretta ad affrontare una questione vitale che riguarda non solo la sopravvivenza della Socialdemocrazia in Germania ma anche il rafforzamento del modello sociale europeo. Come rispondere alla difficoltà di rendere compatibili il mantenimento di un’economia basata sull’export con la necessità di assicurare un sistema di sicurezza sociale adeguato? Come rendere più eco-sostenibile il nostro modello economico senza danneggiare la classe media e produttrice? Per rispondere a queste domande la SPD deve proporre una nuova visione di società, individuando nuove convergenze e alleanze per unire le forze progressiste, in Germania e in Europa.

 

*Erik Haase è uno specialista delle relazioni franco-tedesche. Attualmente è Presidente della sezione SPD del Luisenstadt (Berlin Mitte) e lavora come consulente per lo sviluppo regionale nel campo del digitale e della mobilità. Dopo gli studi svolti all’ENA, ha coordinato la delegazione tedesca presso la Conferenza franco-tedesco-svizzera del Reno superiore. Ama l’Italia.

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