La Spagna andrà al voto il prossimo 26 maggio con due particolarità rispetto ad altri paesi europei. Innanzitutto, si sono appena celebrate le elezioni politiche vinte dal Partido Socialista Obrero Español (PSOE): il paese iberico si trova, dunque, in campagna elettorale dall’inizio di aprile e il mese di maggio sarà segnato dalle trattative per la formazione di un nuovo esecutivo. In secondo luogo, insieme alle europee si voterà anche in tutti i comuni e in 12 regioni su 17: la tornata del 26 maggio sarà dunque, a tutti gli effetti, il secondo round delle politiche del 28 aprile e i risultati peseranno molto in vista della formazione del governo a Madrid. Ciò suggerisce anche che, da un lato, il dibattito sarà tutto, o quasi, in chiave nazionale e, dall’altra, che la partecipazione elettorale sarà probabilmente più alta rispetto alle europee del 2014 (43,8%).

Il campo progressista si presenta in buona forma comparato con i paesi vicini, escluso il Portogallo. Il PSOE, uscito da una profonda crisi iniziata alla fine dell’epoca Zapatero, ha vinto le elezioni di fine aprile con il 28,7% dei voti, staccando il Partido Popular (PP) che è crollato al 16,7%, perdendo la metà dei consensi in soli tre anni. Il leader socialista Pedro Sánchez si manterrà dunque sicuramente nel palazzo della Moncloa, bisognerà solo capire con che formula: se con un esecutivo di minoranza a geometria variabile, un governo di sinistra insieme a Unidas Podemos (UP) appoggiato da diverse formazioni regionaliste, o, ipotesi meno plausibile attualmente, un governo di centro con Ciudadanos, partito liberale membro dell’ALDE e alleato di Macron in Europa, ma che ha virato negli ultimi tempi sempre più a destra, contendendo l’egemonia dello spazio conservatore al PP.

Grazie al successo del 28 aprile, il partito socialista può ambire a bissare il successo anche alle europee e alle amministrative. I sondaggi danno alla formazione guidata da Pedro Sánchez 18-19 eurodeputati sui 54 che toccheranno alla Spagna. La delegazione del PSOE potrebbe dunque essere la più numerosa all’interno del PSE e non è escluso che il suo capolista, Josep Borrell, ex presidente dell’Europarlamento (2004-2007) e attuale ministro degli Esteri, possa essere uno dei nuovi commissari europei. I socialisti spagnoli vorranno giocare un ruolo da protagonisti in Europa, sfruttando la leadership giovane e mediatica di Sánchez al governo della nazione in un contesto segnato dalla Brexit e dall’allontanamento italiano da Bruxelles. Madrid, insomma, peserà di più che in passato a livello comunitario – il settennato di Mariano Rajoy si è distinto per una Spagna quasi invisibile a livello internazionale – e lo farà su posizioni progressiste ed europeiste.

Non si deve dimenticare poi che il voto spagnolo è stato una ventata di freschezza per la socialdemocrazia europea e ha dato anche indicazioni chiare su cosa dovrebbero fare i partiti socialisti per frenare la propria crisi. È indubbio che la vittoria di Sánchez sia dovuta a una grande mobilitazione della Spagna progressista contro l’ipotesi di un governo di destra e, soprattutto, il pericolo dell’estrema destra di Vox (l’affluenza è cresciuta del 6% rispetto al 2016). Ma sul risultato ha pesato anche la svolta a sinistra del PSOE, dimostrata nella breve esperienza di governo dell’ultimo anno, dopo che Sánchez, nel giugno scorso, ha vinto, per la prima volta nella storia del paese iberico, la mozione di sfiducia a un Rajoy affossato dagli scandali di corruzione del suo partito. Il leader socialista, il cui esecutivo era appoggiato da Podemos e dai nazionalisti baschi e catalani, ha dimostrato di voler archiviare la stagione del blairismo e delle larghe intese, puntando sull’aumento della spesa sociale, del salario minimo e degli aiuti ai disoccupati, oltre che su una sanità pubblica e universale. Madrid ha guardato a Lisbona, per dirla in soldoni. Vedremo se sarà così anche nella nuova tappa. Un altro dei messaggi dati dal voto spagnolo, in controtendenza, rispetto a quanto avviene in Europa, è che l’asse sinistra-destra, che molti vorrebbero mandare in soffitta, è più vivo che mai: il paese è uscito spaccato a metà da queste elezioni con i partiti di sinistra di ambito nazionale che sommano il 43% dei voti – se aggiungiamo le forze progressiste di ambito regionale si arriva al 48,7% – e quelli di destra che si fermano al 42,8%.

Per quanto riguarda invece Unidas Podemos, le recenti elezioni spagnole hanno segnato un arretramento del partito di Pablo Iglesias, passato dal 21% di tre anni fa al 14,3%. La coalizione della sinistra iberica, comunque, si mantiene come una formazione ben situata a sinistra dei socialisti, soprattutto se comparata con altri contesti nazionali del Vecchio Continente. Secondo i sondaggi, il 26 maggio UP otterrebbe 8-10 eurodeputati, quando nel 2014 Podemos, che fu la sorpresa di quel voto, ne aveva eletti 5 e Izquierda Unida, che ora si presenta in coalizione con la formazione di Iglesias, 6. Il gruppo capitanato dalla filosofa del diritto María Eugenia Rodríguez Palop sarà in ogni caso uno dei più numerosi all’interno del GUE/NGL. All’interno di UP vi sono sia posizioni eurocritiche – gli euroscettici sono ultraminoritari – sia posizioni apertamente europeiste: la linea del partito, e ribadita in più occasioni dallo stesso Iglesias, è chiaramente quella della difesa di una maggiore democratizzazione delle istituzioni comunitarie, lontana anni luce da certa sinistra che lancia proclami per l’uscita dall’Euro e dall’Unione europea. Niente a che vedere, per intendersi, con Aufstehen, la piattaforma creata da Sahara Wagenknecht all’interno della tedesca Die Linke, o La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, per quanto con quest’ultima Iglesias mantenga buoni rapporti. Ma in Spagna, d’altro canto, paese che è rimasto fortemente eurofilo anche dopo la profonda crisi dell’ultimo decennio, l’unica formazione dichiaratamente euroscettica è l’estrema destra di Vox – che con il 10,3% ha fatto il suo ingresso nelle Cortes di Madrid in queste elezioni politiche – a cui i sondaggi danno tra 5-7 eurodeputati che si siederanno o nel gruppo dei Conservatori e Riformisti con i polacchi di Diritto e Giustizia o insieme a Salvini e Le Pen.

Infine, parlando del campo progressista, non si può non menzionare la coalizione Ahora Repúblicas, formata da partiti nazionalisti di sinistra di ambito regionale (Esquerra Republicana de Catalunya, i baschi di Bildu, Bloco Nacionalista Galego). Con capolista il dirigente di ERC Oriol Junqueras, in carcere preventivo e sotto processo a Madrid per la dichiarazione di indipendenza in Catalogna nell’autunno del 2017, Ahora Repúblicas porterà a Bruxelles 2 o 3 deputati (nel 2014 ne ottennero due). Nelle recenti elezioni politiche, sia Bildu sia ERC hanno quasi raddoppiato i loro voti. Un chiaro segnale di mobilitazione del voto contro la destra centralista. Detto en passant, al di là dei risultati elettorali, sul futuro della Spagna, e ovviamente sul nuovo governo socialista che vedrà la luce non prima delle europee, peserà molto la crisi catalana e la possibilità di trovare una via di dialogo, difesa da Sánchez, per uscire da un impasse che dura ormai da troppo tempo. Difficilmente riuscirà ad eleggere qualcuno invece la coalizione regionalista Compromiso por Europa, guidata dai valenzani di Compromís (al governo della regione insieme al PSOE), che cinque anni fa portarono a Bruxelles un deputato.

Per le sinistre, dunque, in Spagna le cose dovrebbero andare discretamente. Per quanto le incognite siano molte e la campagna per le amministrative peserà sul risultato delle europee, a partire dal livello di partecipazione, il campo progressista dovrebbe eleggere come minimo lo stesso numero di deputati delle destre (PP, Ciudadanos e Vox). Bisognerà comunque vedere se i socialisti saranno favoriti dal successo del 28 aprile, se l’elettorato di destra dopo la vittoria di Sánchez risponderà con una maggiore mobilitazione e, soprattutto, se la Spagna progressista andrà a votare o rimarrà in casa. Ciò che è chiaro, in ogni caso, è che la destra sovranista in Spagna sarà assolutamente minoritaria, rappresentata solamente da Vox. E questa è, senza ombra di dubbio, un’ottima notizia.

*Professore di Storia Contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e ricercatore presso l’Instituto de Historia Contemporanea dell’Universidade Nova de Lisboa


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *