Di Fabio Iannuzzelli*

Un anno fa, a quest’ora, migliaia di famiglie statunitensi stavano per trascorrere le feste natalizie con un buon proposito: evitare di trasformare il pranzo o la cena di Natale in un infuocato dibattito sull’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America. Raramente così divisi, gli USA mostravano al mondo l’entusiasmo incontenibile dei sostenitori repubblicani di Trump contrapposto all’incredulità dei fedelissimi di un Partito Democratico convinto (o quasi) di portare la prima donna Presidente al 1600 di Pennsylvania Avenue. Oggi, ad un anno di distanza, attivisti e dirigenti di quello stesso Partito Democratico, nonché milioni di democratici in giro per il paese, possono finalmente ricominciare un po’ a sorridere. Buone notizie erano già arrivate ad inizio novembre con l’elezione di due democratici a governatori del New Jersey e della Virginia, ma una notizia ancora migliore è appena giunta dall’Alabama: in uno degli stati più rossi della nazione, i democratici sono riusciti a strappare ai repubblicani una vittoria simbolica ed entusiasmante.

In Alabama, il 12 dicembre scorso, si è tenuta la cosiddetta Special Election per scegliere uno dei due senatori in rappresentanza dello stato presso il Senato degli USA, posto vacante lasciato dal repubblicano Jeff Sessions, nominato Procuratore Generale degli Stati Uniti da Donald Trump: il candidato democratico Doug Jones sfidava il repubblicano Roy Moore. Sfida difficile per i democratici, tanto più perché giocata nello stato che un anno fa, nelle elezioni presidenziali, consegnò a Donald Trump una schiacciante vittoria contro Hillary Clinton. Eppure, il risultato finale ha decretato Jones al 49,9% e Moore al 48,4%. L’avvocato progressista, conosciuto in Alabama per avere perseguito con successo due membri del Ku-Klux-Klan responsabili per l’attentato omicida di quattro ragazzine afroamericane nel 1963, è riuscito a battere il conservatore, simbolo del Trumpismo, noto per aver affermato che l’America era davvero grande ai tempi della schiavitù, e, più recentemente, per essere stato accusato di intrattenere rapporti sessuali con minorenni quando aveva trent’anni. Una vittoria di misura, ma pesante.

Un candidato repubblicano impresentabile, dunque, o una reazione democratica al Trumpismo diffuso? Un fenomeno locale o dalla portata più ampia? Più che a risposte nette, tali domande lasciano spazio a prudenti riflessioni. Intanto, in uno stato federale che come pochi ha conosciuto un’ardua battaglia per la conquista di diritti civili ed umani fondamentali, la reazione della comunità afroamericana ad un candidato nostalgico della schiavitù, è stata forte e compatta: il 30% dei votanti era afroamericano (il 96% avrebbe votato per Jones), quota più alta di quella delle elezioni che portarono Obama alla Casa Bianca nel 2008 e nel 2012. Inoltre, la preoccupazione della comunità afroamericana per le politiche regressive ai danni delle fasce più povere sostenute dal candidato repubblicano è stata contrastata da Jones, il quale, durante la campagna elettorale, ha mostrato particolare sensibilità per temi come l’equo accesso al sistema sanitario o la riforma della giustizia penale. A questa reazione vigorosa della comunità afroamericana, si è associata una massiccia mobilitazione degli attivisti del Partito Democratico dell’Alabama che, attraverso migliaia di chiamate telefoniche, sms e visite a domicilio (più di 520.000!), è riuscita a far sostenere strenuamente la candidatura di Jones. Al contempo, è probabile che l’incapacità del Partito Repubblicano dell’Alabama di smarcarsi dalla bigotteria impresentabile di Moore abbia indotto diversi repubblicani ad astenersi o a sostenere il candidato democratico: i principali mezzi di informazione statunitensi hanno evidenziato che molti repubblicani residenti nelle ricche periferie cittadine avrebbero mostrato interesse per Jones.

Sebbene molti elementi che hanno portato alla vittoria del candidato democratico siano attribuibili al contesto specifico, tale successo consente di osservare e riflettere su dinamiche e azioni che hanno favorito e potrebbero favorire una più ampia reazione democratica al Trumpismo diffuso. L’affermazione di Jones nella Special Election si può anche ricondurre ad una crescente risposta, a livello nazionale, all’aggressiva polarizzazione promossa da personaggi come Moore, ispirati e legittimati da Trump. Certo, la reazione afroamericana in Alabama è dettata dall’insensatezza delle proposte e dichiarazioni di Moore, ma si contrappone anche, ad esempio, alla retorica della supremazia bianca sempre più diffusa nell’intera nazione e non ostacolata dal Trumpismo. D’altro canto, il caso dell’Alabama, così come quello della Virginia lo scorso novembre, potrebbe indicare una certa fatica da parte dell’elettorato repubblicano nel sostenere, sempre e comunque, posizioni fortemente divisive. Oltre a ciò, al successo di Jones hanno contribuito l’importante ruolo del Partito Democratico nazionale, ad esempio attraverso il massiccio supporto finanziario ad organizzazioni di base in Alabama, la mobilitazione di attivisti democratici al di fuori dello stato, ed il forte sostegno al candidato democratico da personaggi di spicco come Obama.

Grazie alla voglia di reagire al Trumpismo, che spacca l’elettorato e promuove una regressione sui diritti civili ed umani fondamentali, e all’impegno concreto e costante dei democratici in territori tradizionalmente più ostili, i progressisti potranno guardare con maggior ottimismo e fiducia alle elezioni di medio-termine di novembre 2018, un’importante occasione per arginare i Repubblicani e costringerli a rivedere le loro strategie. Ma ai democratici serviranno anche buone dosi di attenzione, fatica e coraggio. Il margine basso di vittoria in Alabama, così come il carattere speciale delle elezioni, devono suggerire ai democratici che per replicare i successi su larga scala, per colpire il Trumpismo senza abbandonare valori e idee progressiste, servirà un lavoro impegnativo e continuo. Speranzosamente, la vittoria in Alabama ha trasmesso, a chi ancora non lo aveva, lo slancio per affrontare questa lunga e impervia sfida.

*Laureato in Economia presso il Collegio Carlo Alberto e l’Università degli Studi di Torino, ha servito per diversi anni in Guinea-Bissau, Africa Occidentale, per le ONG ENGIM e Mani Tese operanti nel settore dello sviluppo e della promozione dei diritti umani. Ha completato recentemente un Master in Relazioni Internazionali presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies (SAIS). È iscritto e collabora con il circolo PD di Washington, D.C. da settembre 2016.


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