Di Fabrizio Macrì

Cosa ci ha tolto l’Euro

Il partito anti-Euro si va rafforzando nel Paese, tra i cittadini serpeggia una diffidenza se non una vera e propria ostilità verso la moneta unica e la disciplina finanziaria che ne discende.

All’Euro e alla Germania si attribuiscono tutti i nostri mali; l’incapacità italiana di affrontare alla radice i limiti strutturali della nostra economia si trasforma in una critica ingiustificata dell’Euro,  senza capire che i vincoli da esso imposti sono evidenziatore e non causa dei mali nostrani.

L’Euro ci ha tolto l’arma della svalutazione e ci ha quindi privato di uno strumento in passato spesso usato dall’Italia per rilanciare esportazioni e domanda e far momentaneamente ripartire l’economia quando essa si trovava in una fase stagnante.

L’Euro inoltre impone suil nostro Governo una gestione virtuosa della Spesa Pubblica tesa soprattutto al contenimento del deficit, per evitare che il profilo di rischio determinato dall’altissimo debito pubblico italiano si estenda anche agli altri paesi dell’Eurozona, esponendoli alla speculazione e l’intero continente alla fuga di capitali.

Anche la Spesa era stata in passato un’arma per mantenere il consenso, generare posti di lavoro magari inutili, aumentare il reddito, mantenere la pace sociale.

L’Euro insomma ci ha tolto la morfina e ci ha imposto da un lato di intervenire strutturalmente sulla competitività reale del nostro sistema industriale per evitare di dover ricorrere alla svalutazione della moneta per stare sui mercati internazionali e dall’altro ha imposto limiti stringenti alla nostra spesa per costringerci ad affrontare il cancro dell’evasione fiscale e della diffusa improduttività e inefficiente allocazione delle risorse.

Pur non precludendoci la strada di imporre ai partner europei una revisione dei trattati ed un diverso orientamento della politica economica continentale più attento alle esigenze dei Paesi deboli, è nell’interesse dell’Italia fare di tutto per rispettare i trattati e per scongiurare l’ipotesi di essere prima emarginata e poi espulsa dall’Area Euro.

Quali conseguenze avrebbe per l’Italia  infatti un ritorno alla Lira, da tanti politici irresponsabili agognato come un improbabile ritorno al benessere diffuso degli anni ’80 e ’90?

Cercheremo di esporle schematicamente qui di seguito.

 

Cosa perderemmo uscendo dall’Euro

Innanzitutto è falso ritenere che uscire dall’Euro avvantaggerebbe il nostro export  e le ragioni sono due:

  1. perché il nostro export non ne ha bisogno, essendo questo più che raddoppiato dal 1998 ad oggi ed essendo l’Italia diventata con l’Euro l’ottavo esportatore mondiale; una grande quota delle aziende italiane infatti ha lavorato sui suoi fattori di competitività reale in un regime di moneta forte, allo scopo di cogliere le enormi opportunità offerte dalla globalizzazione e la conseguente apertura dei mercati. Se questo andamento positivo dell’export non ha avuto un impatto sufficiente sulla crescita complessiva, è dipeso dal fatto che troppo poche sono le imprese che esportano regolarmente (ca. il 25% a fronte di ca. il 45% della Germania) per ragioni che non hanno a che fare con il valore della moneta, ma per ostacoli di carattere strutturale (logistica, marketing, formazione del management, dimensioni aziendali, carico fiscale e costo del lavoro);
  2. perché la facilmente prevedibile svalutazione della Lira post-Euro, avrebbe un effetto positivo solo temporaneo sull’export. Se è vero infatti che ad ogni svalutazione segue un momentaneo aumento dell’export, dovuto alla riduzione dei prezzi relativi delle merci esportate (soprattutto quelle meno elaborate che dipendono maggiormente dall’oscillazione dei prezzi) si tende a dimenticare che tale aumento viene poi annullato dall’effetto negativo dovuto all’aumento del costo dei prodotti importati. Questi maggiori costi si riferiscono nel nostro caso soprattutto a beni semilavorati e materie prime (come il petrolio) che fanno parte del ciclo produttivo del nostro export e vanno quindi ad influire sul suo prezzo, compensando quindi dopo poco, al rialzo il deprezzamento indotto dalla svalutazione.

 

E’ falso anche che l’uscita dall’Euro farebbe crescere l’Italia. La svalutazione della moneta non genererebbe maggiore crescita. Le ragioni sono ben rappresentate da quanto accaduto in particolare in Italia nel 1993 (quando la Lira venne svalutata del 27% sul Dollaro, con il Governo Amato):

a) gli introiti generati dall’export non erano abbastanza rilevanti da compensare la scarsa capacità di competere dei settori dell’economia protetta;

b) finito l’effetto positivo di abbassamento del prezzo dei beni esportati indotto dalla svalutazione, quando iniziò ad aumentare l’inflazione (quindi il tasso di aumento del livello medio dei prezzi) anche per via dell’aumento del costo dei beni importati, le imprese furono costrette a porre un freno alla crescita dei salari per rimanere competitive, non essendo aumentata la produttività reale del lavoro; l’effetto depressivo quindi sulla domanda interna, vera leva di sviluppo dell’economia, pose un freno alla crescita che fu, dopo la svalutazione, addirittura inferiore ai due anni che la precedettero.

E neanche una maggiore spesa pubblica sarebbe possibile per stimolare la crescita. In caso di uscita dall’Euro infatti,  il fardello del nostro debito si appesantirebbe ulteriormente per le seguenti ragioni:

c) la svalutazione della lira renderebbe ancora più costosa quella parte di debito da restituire a prestatori stranieri: il cosiddetto debito estero che aumentando di valore farebbe crescere ulteriormente il debito complessivo;

d) l’aumento dello spread dovuto all’aumentato rischio Paese conseguente all’uscita da un’area di stabilità economica e finanziaria come l’Euro, farebbe accrescere il costo del debito in conto interessi .

Diventerebbe ancora più soffocante insomma il nostro debito e si ridurrebbe ulteriormente lo spazio di manovra per investire risorse pubbliche sulla crescita.

Un ulteriore effetto recessivo verrebbe dalla stretta creditizia indotta dagli aumentati tassi e quindi dai ridotti investimenti privati delle imprese che ne discenderebbero.

Si stima che il valore dei risparmi dei cittadini verrebbe falciato nell’ordine del 20/30% del valore in Euro; una moneta svalutata riduce infatti il potere d’acquisto di chi la detiene. Fenomeno peraltro fortemente sperequativo perché colpirebbe la massa dei conti correnti dei cittadini comuni, non abbastanza informati o in grado di spostare capitali all’estero in valute stabili e sicure come il Franco svizzero o il Dollaro USA.

Peraltro la fuga dei capitali consistenti della ridotta fascia di popolazione che ancora li detiene, contribuirebbe ulteriormente alla svalutazione della nuova moneta nazionale.

Dopo i risparmi verrebbero colpiti i redditi dal fenomeno dell’ “inflazione importata” appunto sull’onda dei beni importati a più caro prezzo dall’Italia, la cui domanda è fortemente inelastica perché essenziale al funzionamento dell’economia come le materie prime, petrolio in primis.

Un aumento del livello medio dei prezzi ridurrebbe quindi i salari reali.

Un effetto ancora più diretto, rispetto a quello inflattivo generale, sulle tasche dei cittadini italiani sarebbe l’immediato aumento della bolletta energetica: come sappiamo l’Italia per far funzionare la propria industria è fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e ben lungi dal soddisfare tale fabbisogno tramite altre fonti di energia; una svalutazione della moneta renderebbe immediatamente il prezzo del petrolio (in Dollari) più caro con immediate ripercussioni sul costo della benzina, dell’energia elettrica e del riscaldamento.

L’Euro: una moneta « rivoluzionaria »

Tornare alla Lira non equivale purtroppo a mettere l’orologio indietro per ritrovarsi miracolosamente nei ruggenti anni ’80, al contrario l’uscita dalla moneta unica potrebbe significare l’ingresso in una spirale recessiva dai contorni talmente inquietanti da risultare addirittura difficili da immaginare.

Una classe dirigente illuminata dovrebbe cogliere invece la grande opportunità che la stabilità economica e finanziaria dell’area Euro ci offre per fare le riforme che l’economia attende da decenni.

In un mondo globalizzato (variabile fissa su cui l’Italia da sola e ancor meno se fuori da un contesto europeo) non ha possibilità di influire, la crescita si raggiunge attraverso un aumento della competitività reale del sistema che richiede prima di tutto un pensiero strategico, una visione per il Paese, un uso strategicamente pianificato della spesa e del fisco allo scopo di incentivare la produzione di reddito e posti di lavoro nei settori ad alto potenziale di sviluppo e disincentivare la rendita sia pubblica che privata colpendo le vaste aree di inefficienza della Pubblica Amministrazione e delle professioni, il drenaggio di risorse generato dalla criminalità e dalla corruzione, tutti elementi che rappresentano un freno allo sviluppo.

Lungi quindi da essere espressione dell’establishment e della destra liberale l’Euro è una moneta rivoluzionaria che premia le grandi socialdemocrazie competitive come Germania Olanda e Paese Scandinavi e punisce i Paesi iniqui immobili e conservatori che più hanno paura di cambiare se stessi, condannandosi ad un lento declino.

 


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