Di Cono Giardullo

Negli ultimi cinque-sei anni, prima studiosi di nicchia e poi un numero crescente di dilettanti o attivisti civici si sono interessati all’uso dei sistemi a pilotaggio remoto (SAPR), o più notoriamente, droni. Basti ricordare che solo qualche anno fa, se le immagini satellitari avevano una connotazione quasi esclusivamente militare, oggi le immagini di Google Earth, Google Maps e Wikimapia sono pubbliche e hanno demistificato tale dimensione, portandoci alla scoperta di quei dettagli del globo terrestre che zoomano perfino il nostro giardino di casa.

Allo stesso modo, i droni non sono solo quelli killer usati dagli Stati Uniti in Pakistan, o nella guerra di immagini mediorientale, dove il mese scorso il premier Netanyahu ha mostrato alla platea della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera un pezzo del drone abbattuto sui cieli nazionali, presumibilmente appartenente all’Iran. I droni, come molti strumenti, hanno il potenziale di non arrecare soltanto danno, ma anche di salvare vite o documentare violenze. Il crollo dei costi di questi velivoli li piazza sul mercato a prezzi decisamente abbordabili anche per le tasche del comune cittadino.

La nuova tecnologia non è sfuggita al radar di grandi organizzazioni non governative, come Human Rights Watch, che ha recentemente usato i droni in Libano per corroborare le accuse d’incenerimento delle discariche poste vicine a centri urbani, che stanno provocando gravi danni alla salute dei residenti. Ma un uso notevole se n’è fatto anche in Polonia e in Estonia, nel filmare la risposta della polizia ai protestanti. Anche la Rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong, le proteste dell’Euromaidan in Ucraina, così come le proteste di Ferguson in Missouri hanno messo in mostra l’accelerazione tecnologica possibile attraverso l’uso dei droni.

Quelle che sono ascese agli onori della cronaca, il citizen journalism o proteste 2.0, sviluppatesi durante la primavera araba con i video e le fotografie pubblicate sui social network, stanno compiendo un passo ulteriore attraverso l’utilizzo dei droni. Si può replicare per i SAPR il pensiero di Gene Sharp, il più insigne teorico della resistenza non violenta, il quale parla di “political jiu-jitsu”: ossia quando gli attivisti mostrano l’utilizzo da parte del governo dell’uso che fa del potere, attraverso arresti illegali, legislazione repressiva, violenze poliziesche al fine di colpirlo con un’azione controproducente. Un drone è ancora più efficace di un cellulare per alcuni ragioni: 1) può arrivare lì dove la fotocamera, il cellulare non può accedere; 2) non mette in pericolo l’incolumità dell’oppositore politico e infine 3) può riservare una prospettiva diversa da quella che la TV di Stato può mostrare rispetto a una protesta. Ma non dimentichiamoci che solo qualche giorno fa, gli israeliani hanno di nuovo ricordato che dei droni se ne può far un uso repressivo, lanciando dai velivoli gas lacrimogeno sopra le folle di protestanti palestinesi a Gaza.

Inoltre, l’uso dei SAPR sfoca il limite tra la sfera pubblica e privata, dato che la linea di osservazione si innalza dalla strada allo spazio aereo e sfida la privacy goduta nella proprietà privata. Il godimento di tale diritto è certo attenuato quando parliamo di politici, che devono rispondere delle loro azioni quando queste ricadono nella sfera pubblica. E infatti nel 2017 il video “Don’t call him Dimon”, con oltre 27 milioni di visualizzazioni, è divenuto un cult in Russia. L’oppositore politico Aleksei Navalny è riuscito a mostrare una prospettiva diversa delle proprietà private in mano ai potenti russi, asserendo l’esistenza di multiple proprietà private del primo ministro russo Medvedev che hanno scatenato vigorose proteste popolari. Navalny ha dimostrato, attraverso l’uso delle immagini registrate dai droni, proprietà lussuose detenute dalla stretta cerchia di amici del politico russo, riuscendo così a ritagliarsi uno spazio nella discussione politica, lì dove i media di Stato non glielo permettono.

I droni hanno tante altre funzioni, incluso l’uso positivo che le forze di polizia possono attuare: si pensi alle operazioni di ricerca e salvataggio, il supporto ai servizi di soccorso, il monitoraggio di attività illegali come il bracconaggio, o le risposte a disastri naturali attraverso l’uso dei droni per il trasporto di una prima dose di soccorsi (first strike), come profetizzato dall’Ambasciatore americano Jack Chow. Per far sì che nessuno risulti leso dall’uso delle nuove tecnologie, è importante aderire a codici di condotta, alle linee guida  sull’uso della protezione dei dati che si stanno sviluppando già in ambito umanitario, delle forze di polizia e dei giornalisti fruitori della tecnologia. Se lo studio accademico intorno a questa materia, così come l’attività regolamentatrice dei governi, si accelera, rimane nella facoltà dei movimenti civili svilupparne un uso di documentazione e di pressione sui governi interamente pacifico.

 

 

 

 

Fonti:

Christopher Tuckwood, Drones for Human Rights, OpenCanada.org, 17 January 2013, https://www.opencanada.org/features/drones-for-human-rights/

Patrick Meier, The Use of Drones for Nonviolent Civil Resistance, iRevolutions, 18 February 2012, https://irevolutions.org/2012/02/18/drones-for-civil-resistance/

Austin Choi-Fitzpatrick, Drones for Good: Technological innovations, social movements, and the State, Journal of International Affairs, Fall/Winter 2014, Vol. 68, No. 1, pp. 19-37

Categorie: Op-ed

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