«Non sono solo parole, quelle di Matteo Renzi. Ci vuole coraggio per fare una dichiarazione del genere. Ed è una prova che Italia e Russia mantengono una relazione molto forte anche in tempi di crisi». L’amministratore di Finmeccanica Mauro Moretti è orgoglioso del proprio premier, che ha imposto il veto sulle sanzioni che Regno Unito Francia e Germania volevano imporre a Mosca per i bombardamenti di Aleppo. Moretti ne ha parlato il 21 ottobre al quinto forum eurasiatico di Verona, organizzato ogni anno da Intesa San Paolo e Gazprombank per far incontrare il gotha dell’industria e della finanza di Italia e Russia. E mentre a Verona si stipulavano « molti accordi di collaborazione», Renzi era di ritorno da Bruxelles e dichiarava: «Dobbiamo fare di tutto per la pace in Siria, ma è difficile immaginare di riuscirci imponendo nuove sanzioni alla Russia». Tradotto: mettiamo da parte le condanne morali, per raggiungere un obiettivo superiore. D’altronde il premier è di Firenze come Guicciardini,  teorico del “fine che giustifica i mezzi”. Secondo Renzi, dunque, applicare nuove sanzioni sarebbe controproducente. Bisogna anzi essere il più neutrali possibile per aiutare l’Onu a portare tutte le parti a un tavolo e convincerle a porre fine a una guerra lunga sei anni. Sarà vero?

Al momento è difficile immaginare che saranno i Paesi europei a decidere le sorti della Siria. Innanzitutto bisognerebbe che il Cremlino cambiasse strategia sulla base di una posizione presa da Bruxelles. Cosa improbabile, visto che, oltretutto, Bruxelles non ha ancora una posizione. E poi dovremmo ignorare che i russi hanno da tempo spostato la sfida su un piano globale, riservando lo status di interlocutori alle sole grandi potenze, in particolare gli Usa.

In primis, dunque, c’è la mancanza di coesione da parte dei Paesi Ue, come dimostrato da quest’ultima riunione del Consiglio europeo. I governi dell’Unione hanno visioni diverse e ci tengono a mostrarle all’esterno.

Polonia e Regno Unito, i migliori alleati degli Usa, hanno avanzato la proposta di imporre nuove sanzioni. La Germania, fino a quest’estate, non ne voleva sentire parlare, anzi. Cercava la strada per allentare quelle imposte alla Russia per la guerra in Ucraina. Ma con l’inasprirsi della contrapposizione tra Mosca e Washington in Siria, si è convinta che bisognava minacciare sanzioni, forse anche per evitare di intervenire militarmente. Come aveva dichiarato pochi giorni prima del voto al Consiglio Europeo un esponente della Cdu, il presidente della commissione esteri al Bundestag Norbert Roettgen, «Se non ci sono né conseguenze né sanzioni per i più gravi crimini di guerra è uno scandalo. E applicare misure militari sarebbe l’approccio sbagliato». Anche i francesi, inizialmente ostili, hanno deciso che era meglio trovare un accordo con la Germania e fare asse sulla questione siriana.

Sono rimasti contrari alle sanzioni invece Austria, Cipro, Grecia, Ungheria e Slovacchia. Così come il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, lo stesso che aveva chiesto di espellere l’Ungheria dalla Ue se non rispettava le regole sui migranti.

E l’Italia se ne è fatta portavoce. Per realpolitik e per coerenza. Appena quattro mesi fa il premier Renzi era stato a San Pietroburgo e l’incontro con Putin era stato salutato come «un grande revival della cooperazione economica tra Italia e Russia. E una conferma del ruolo della Russia nella battaglia contro il terrorismo, l’estremismo e l’intolleranza».

Piegarsi a una visione “americana” del Medio Oriente non è mai stato nelle corde della diplomazia italiana, che ha sempre cercato di costruirsi un ruolo autonomo da negoziatore e pacificatore, così come ha fatto con i suoi peace-keeper in Libano. Il problema è che la Russia non tollera posizione di mezzo: o con me o contro di me. E chi non è d’accordo con gli Usa viene risucchiato dalla retorica della guerra fredda ed etichettato come putiniano.

Adesso, dunque, l’Europa appare spaccata in un fronte Russia-friendly, capitanato dall’Italia e composto da Grecia, Spagna, Cipro, Austria, e uno neo-atlantista, in cui militano i pezzi grossi della Ue – Francia, Germania e l’uscente Regno Unito. Come potranno gli europei presentarsi ai negoziati per la Siria con una visione unica sul piano di pace?

In mezzo a questa frammentazione, Renzi sembra deciso a capitanare il “fronte del no” interno all’Unione. No a qualsiasi rigore, interno o esterno. Tanto l’America sta cambiando presidente e potrebbe pure arrivarne uno che adora il Cremlino come Trump. Tanto Merkel e Hollande hanno da affrontare le elezioni e Londra se n’è già andata dalla Ue. E tanto l’opinione pubblica italiana è sostanzialmente con lui, perché i cittadini della penisola saranno pure democratici, ma in fondo in fondo pensano che Putin sia l’unico capo di Stato che abbia avuto il coraggio di combattere i terroristi sul terreno.

Tra l’altro è un pensiero condiviso da molti europei. In Germania, ad esempio, un sondaggio ha rilevato che il 30 per cento degli elettori di Die Linke (sinistra) e di quelli dell’Afd (estrema destra) ritiene che Putin sia un leader migliore di Merkel. Tant’è vero che la proposta di sanzioni a Mosca concordata dalla Cancelliera con Hollande non era poi così punitiva come qualcuno vuole far credere. Il documento si limitava a minacciare possibili ritorsioni verso futuri bombardamenti: “La Ue sta valutando tutte le opzioni, comprese ulteriori misure restrittive nei confronti di persone ed entità che sostengono il regime, qualora continuassero le atrocità in atto”

Ma invece di accordarsi sulla strategia del “traccheggio”, i Paesi europei si sono spaccati, con soddisfazione del Cremlino. che sta facendo di tutto per favorire le divisioni interne alla Ue in modo da consolidare la propria posizione in Ucraina e fermare l’espansione della Nato verso est.

Anche se, ufficialmente, Mosca dichiara tutt’altro: l’Europa viene invitata a collaborare in Siria, per separare i terroristi dai gruppi d’opposizione legittimi e per lanciare un processo di pace “inclusivo” e rispettoso delle risoluzioni Onu. Rispettoso come i bombardamenti sugli ospedali e sulle scuole di Aleppo.

La realtà è che Putin usa Assad come pedina per riconquistare uno status di superpotenza e costringere l’Occidente a tornare in occidente. Che l’obiettivo russo travalichi il sostegno al regime siriano è provato dai bombardamenti su Aleppo del 19 settembre, dove sono stati colpiti convogli di aiuti dopo che Damasco si era accordato con le organizzazioni umanitarie per farli passare. Tra i venti civili uccisi c’erano volontari della croce rossa siriana presieduta dall’amico di Assad Abderrahmane Attar.

Quel che vuole Putin è prendersi una parte di Medio Oriente e restaurare la logica delle sfere di influenza pre-1991. La sua visione dei rapporti con quest’area è la stessa dei neocon americani: ogni forma di opposizione ai regimi amici equivale a terrorismo.

Gli europei non sono d’accordo, ma alcuni sono disposti a scendere a compromessi pur di conservare un partner commerciale come Mosca. Tuttavia, sanzioni o no, le cose per noi non cambierebbero poi molto.

Secondo uno studio di Harvard, infatti, la diminuzione degli scambi con la Russia non deriva tanto dalle sanzioni, ma dalla recessione che ha colpito Mosca  dal 2013 e in generale dal pessimo stato di  una nazione a pezzi (altro che superpotenza). Anche ritirando completamente le sanzioni, gli investimenti russi nei Paesi europei non raggiungerebbero mai più il picco del 2012.

Insomma, non possiamo basare la nostra salvezza sul commercio con Mosca. Verrà un giorno in cui ci verrà chiesto da che parte stare e mentre qualcuno arrancherà per ricucire i rapporti con Washington, i veri protagonisti dei conflitti in Medio Oriente – Arabia Saudita, Qatar, Iran – si giocheranno da soli la partita.


Cecilia Tosi

Giornalista, Si occupa di politica internazionale dal 2003, e precisamente da quel giorno in cui condusse una trasmissione su Radio Città del Capo (Bologna) in cui spiegava il funzionamento delle organizzazioni internazionali. Il programma andava in onda la domenica alle 10 di mattina e lo ascoltava solo la sua mamma. Oggi scrive di geopolitica per Limes, East e altre testate nazionali, mentre fino al 2015 è stata caporedattrice del settimanale Left. Cura due blog, il suo (www.dominablog.com) e uno su Huffington Post. È un'appassionata di Stati ex sovietici, soprattutto quelli che non esistono.

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