Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande.

Beirut, agosto 2016. Il disegno sul muro fatto da un bambino siriano al quale era stato chiesto quale fosse il suo desiderio più grande.

Io non so più niente di te.

In che paese ti trovi?

Che cosa fai oggi?

Che cosa senti ora?

Hai perduto anche tu come me la fede in tutti gli dei e le tradizioni delle tribù?

(Nizar Qabbani)*

 

Sono circa 66 milioni le persone che oggi, nel mondo, vivono come rifugiati, più della popolazione dell’intera Italia. Ogni giorno, ogni minuto, questo numero cresce di 20 persone. Più della metà sono bambini.

Le cause risiedono principalmente nei conflitti che tormentano aree di mondo che già versano in difficili condizioni socio-politiche: pensiamo alla Siria, all’Iraq, allo Yemen, ma anche a paesi dell’Africa subsahariana come Burundi, Repubblica centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sudan e Sud Sudan.

Oltre all’esperienza traumatica di dover abbandonare la propria casa, queste persone si trovano spesso ad affrontare difficili problemi di adattamento, per non dire aperte discriminazioni, nei paesi di arrivo.

Per quanto riguarda l’emergenza siriana, la più grave crisi umanitaria del nostro tempo, la maggior parte dei rifugiati è ospitata nei paesi limitrofi: Libano, Giordania e Turchia sono i paesi che più hanno assistito a flussi in entrata della popolazione in fuga dal conflitto. Il piccolo e fragile Libano, con una popolazione di cinque milioni di abitanti di cui un milione sono rifugiati registrati, è il paese che annovera oggi il maggior numero di rifugiati pro-capite.

Ci sono poi i rifugiati “storici”: palestinesi che ormai vivono da ospiti permanenti in situazioni di precarietà esistenziale ormai assoldata e afghani che, dall’inizio del primo grande conflitto che ha riguardato il paese nel 1979, non hanno mai trovato requie.

L’Europa, in questo contesto, è la regione in cui si è assistito alla maggiore sproporzione tra numero di rifugiati in ingresso e emergenza percepita. L’atavica paura del diverso, dell’altro da noi, che fin dalla notte dei tempi anima il cuore dell’uomo, ha trovato nei flussi di popolazione in arrivo una perfetta giustificazione per provare a definire se stessa, in assenza di collanti altrettanto efficaci. In questo hanno giocato un ruolo fortissimo movimenti politici che fregiandosi dell’aggettivo di “sovranisti” pretendono di ergersi a custodi del vero bene di un paese e si arrogano la prerogativa di decidere che tale bene coincida con quello di una supposta popolazione autoctona, come se dallo scambio ancestrale tra popolazioni non siano discesi gli attuali abitanti dei paesi europei, e come se dallo scambio con l’altro da noi non siano mai derivati progresso scientifico e avanzamento sul piano culturale. Ricchezza, in altre parole.

Ciò che più rattrista in questo contesto è che la manipolazione di questo tipo di sentimento ancestrale viene effettuata da questi movimenti al “semplice” scopo di raccogliere facile consenso elettorale; in questo modo però, gettando i semi della paura – finanche dell’odio – verso il diverso, si soffia su fuochi pericolosissimi che possono presto divampare in veri e propri incendi, difficile da spegnere e distruttivi per l’intero tessuto sociale.

Ecco perché è importante oggi ribadire che stiamo dalla parte dei rifugiati, di chi cerca rifugio inteso come una soluzione – seppur transitoria – di quieta pacificazione dopo tanto travaglio esistenziale, e stiamo dalla parte di chi, rivestendo ruoli con potere decisionale, ricerca soluzioni politiche inclusive che permettano la piena integrazione di queste persone nei nostri paesi e la ricostruzione dei sistemi socio-politici dei paesi d’origine, condizione imprescindibile affinché queste persone possano finalmente tornare alla propria casa e dalla propria famiglia. Chi non ha questo potere decisionale, noi che siamo società civile in paesi sempre più preda dell’imbarbarimento, non deve sentirsi impotente, ma vicino a chi è condannato a sentirsi perpetuamente straniero: Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

“Scrivo in una lingua che mi esilia”, scriveva il poeta siriano-libanese Adunis, poeta dell’esilio per eccellenza. Quello che possiamo fare dunque è cercare di ascoltare e non rimanere indifferenti davanti a questi nuovi esuli. Il 20 giugno come ciascun altro giorno.

 

*Nizar Qabbani, 1985. Citato in M. Calculli, S. Hamadi (a cura di), Esilio Siriano. Migrazioni e responsabilità politiche, Guerini e Associati, 2016


Annalisa Perteghella

Nata nel 1986, una laurea in lingua cinese e un dottorato sul sistema politico iraniano. Lavora come ricercatrice in un think tank, è membro della redazione scientifica dell’Atlante geopolitico Treccani, collabora con Università Cattolica e Università Bocconi, è docente del Nuovo Istituto per il Business Internazionale. Studia il sistema politico iraniano e la proiezione geopolitica del paese nella regione.

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