La speranza di fermare il massacro di Aleppo, se mai era nata, è già morta. Mosca sta preparando una vittoria militare sul campo. L’intera flotta del Nord e parte della flotta del Baltico della marina russa – di cui fanno parte la portaerei Kuznetsov, l’incrociatore a propulsione nucleare Pyotr Veliky (il più grande del mondo nella sua categoria), due cacciatorpediniere, un sottomarino d’attacco, una petroliera, un rimorchiatore e una nave di sorveglianza – sono partite il 15 ottobre dall’Artico con destinazione il Mar Mediterraneo orientale. Il convoglio di navi da guerra dovrebbe arrivare di fronte alla costa siriana entro fine mese. I quindici aeroplani, tra Su-33 e MiG-29K/KUB, e i dieci elicotteri (Ka-52K, Ka-27 e Ka-31) imbarcati andranno quindi a coordinarsi con la flotta aerea russa presente nella base di Khmeimim per sferrare l’attacco finale sui quartieri orientali di Aleppo, ancora controllati dai ribelli. Secondo gli esperti si tratta di una mossa che va letta più dal punto di vista del crescente confronto tra Russia e Nato che non in quello della guerra siriana. L’aumento della forza di aviazione potrà infatti avere un impatto sul conflitto forte ma non decisivo. Per quello servirebbero fanteria e carri armati, un’escalation che finora Mosca ha sempre voluto evitare. E tuttavia non si può sottovalutare l’impatto simbolico e tattico che il nuovo dispiegamento militare russo avrà sulla battaglia di Aleppo.

La tregua di pochi giorni, concessa dal Cremlino mentre la flotta navale discende verso il Mediterraneo, e pensata per far defluire civili e combattenti dai quartieri assediati, è servita a Mosca più per pulirsi la coscienza che non per indebolire le fila dei ribelli: secondo la versione del ministro degli Esteri russo Lavrov, i qaedisti dell’ex Al Nousra hanno impedito con la violenza ai civili e agli insorti di abbandonare la città. Una mezza verità, che trova però eco nella decisione dell’Onu di non procedere all’evacuazione dei feriti dai quartieri controllati dai ribelli “perché mancano le condizioni di sicurezza”. In ogni caso il fallimento dell’evacuazione da un lato e il rafforzamento da parte di Mosca di un apparato bellico già impressionante dall’altro lasciano presagire un finale tragico.

Di fronte a questo scenario può far storcere il naso la linea diplomatica scelta dall’Italia in seno all’Unione europea, di impedire che venissero decise altre sanzioni contro la Russia per via della Siria. Si tratta di una decisione di realpolitik, che affonda le sue ragioni profonde in questioni che vanno oltre quella siriana, e che tuttavia proprio sulla questione siriana potrebbe avere un effetto utile. Si può infatti supporre che la minaccia delle sanzioni non avrebbe impedito a Putin di portare a compimento il suo piano di battaglia per Aleppo. In compenso avrebbe reso ancor più tesi i rapporti tra Stati europei e Mosca. Adottare misure inefficaci, e al contempo ostili verso il Cremlino, non sarebbe stata una buona base di partenza per qualsiasi futura trattativa sulla Siria – che, innegabilmente, non potrà prescindere dalla Russia – e sulla regione. E che una trattativa resti necessaria anche dopo una eventuale caduta di Aleppo est nelle mani dei lealisti è evidente: il regime e i suoi alleati controllano meno del 50% del Paese, Assad rimane una figura fortemente divisiva e Mosca lo sa, i Paesi del Golfo non danno segnale di voler recedere da questa guerra per procura, lo Stato Islamico non è vicino alla sconfitta, la Turchia ha propri uomini e mezzi nel nord della Siria, e i curdi non sembrano intenzionati a rinunciare alle proprie mire autonomiste.

Le sanzioni, pur giuste eticamente, avrebbero logorato il filo di dialogo che ancora l’Europa tiene in vita con il Cremlino, con il risultato di schiacciare la Russia (che, a torto o a ragione, percepisce come ignorate le proprie istanze) su posizioni sempre più oltranziste, in Siria ma non solo. Mantenendo invece aperto il canale con Putin sarà forse possibile influire in futuro – sia per ridurre il dramma umanitario della Siria sia per tutelare i nostri interessi, come Italia e come Unione europea – in sede di negoziati.

Non si deve ignorare la complessità del quadro geopolitico e economico, specie in un momento storico in cui il Medio Oriente è in ebollizione e le alleanze storiche dell’Occidente (in primis quella con la Turchia) sono sottoposte a spinte e torsioni senza precedenti. A questo quadro si aggiunge l’incertezza sulla futura politica estera americana. Di sicuro in questo preciso momento pensare di prescindere dal dialogo con quella che è diventata una super-potenza in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale – la Russia ha sfruttato abilmente la sponda sciita (Iran, Iraq, Assad, Hezbollah) per portare armamenti avanzati nella regione e imporre la sua superiorità bellica; dopo aver rischiato uno scontro frontale ha avvicinato a sé la Turchia come non era mai successo; è in buoni rapporti con Israele, con l’Egitto e con Haftar in Libia – significa pensare di prescindere dalla realtà. E, per citare Ytzhak Rabin, “la pace non si fa coi propri amici, ma coi propri nemici”.


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