Barba curata e modi distinti, l’economista Anthony Barnes Atkinson – meglio conosciuto come Tony – sembrava nell’aspetto un gentiluomo da romanzo dell’Ottocento. Scomparso il primo gennaio dopo una lunga malattia, Atkinson era soprattutto un intellettuale molto attento al mondo in cui viveva, così lucido nelle analisi da riconoscere come pochi suoi pari le dinamiche economiche di lungo periodo e prevederne le problematiche con diversi anni di anticipo.

Sconosciuto al mondo non accademico, Tony Atkinson è stato uno dei principali studiosi contemporanei della disuguaglianza nelle sue diverse dimensioni. Poverty in Britain and the Reform of Social Security, libro basato sulle ricerche condotte da Atkinson per la sua tesi di dottorato, è del 1969, quando la crescita economica successiva alla Seconda Guerra Mondiale aveva fatto dimenticare che il miracolo non era stato per tutti, che i poveri rimanevano numerosi e che molti erano rimasti indietro. Seguiranno fra gli altri Economics of Inequality nel 1975 e Lectures on Public Economics – scritto con Joseph Stiglitz – nel 1980, quest’ultimo considerato una lettura imprescindibile per chi si occupi di fiscalità e welfare.

Atkinson non ha mai smesso di occuparsi di povertà e disuguaglianza, anche quando il tema aveva perso di interesse, offuscato dagli entusiasmi del trickle-down effect e degli automatismi del libero mercato degli anni Ottanta-Novanta. Nel 1992, quando Fukuyama scrive che la storia è finita con il crollo dell’URSS, l’economista britannico pubblica Economic Transformations in Eastern Europe and the Distribution of Income con Micklewright, mettendo in guardia sulle conseguenze socio-economiche della transizione nell’ex blocco sovietico.

Nel corso dell’ultimo decennio la disuguaglianza è tornata a essere considerata una questione di cruciale importanza, sia sufficiente pensare allo slogan “Noi siamo il 99%” dei diversi movimenti di protesta ispirati da Occupy Wall Street o alle recenti analisi che cercano di spiegare l’avanzata dei populismi, dalla Brexit alla vittoria di Trump. O a un libro che nel 2014 fece molto parlare di sé, ponendo la questione della disuguaglianza e della eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi: Il Capitale nel XXI Secolo di Thomas Piketty. Atkinson è stato il maestro di Piketty e nella scrittura di quest’ultimo si ritrova spesso il gusto divulgativo per i riferimenti letterari che caratterizza molta della produzione dell’economista britannico, così come la lucida consapevolezza che ogni analisi debba essere accompagnata da una pars construens, da proposte di politica economica che possano servire per contenere o mitigare i problemi individuati.

Atkinson aveva la rara capacità di sapere leggere i fenomeni economici attraverso diverse lenti teoriche – perché “come in un matrimonio ci sono elementi di verità da entrambe le parti”, come disse in una lectio al WIDER (World Institute for Development Economics Research) di Helsinki nel 1999 – e al tempo stesso di prendere posizione in modo netto e deciso, forte del suo rigore di studioso.

“La disuguaglianza non è inevitabile, c’è molto che possiamo fare”, disse sempre nel corso della lectio al WIDER. Oltre quindici anni dopo, pubblicò un libro che oggi appare quasi come il suo testamento intellettuale, Inequality. What can be done? (disponibile in italiano per Cortina con il titolo Disuguaglianza. Che cosa si può fare). In esso Atkinson presenta in modo chiaro ed esaustivo come solo un navigato didatta saprebbe fare le recenti tendenze mondiali in termini di povertà e disuguaglianza, dedicando tutta la seconda parte dell’opera a discutere una quindicina di proposte concrete per contrastare l’acuirsi delle disparità socio-economiche. Dalla fiscalità che deve redistribuire e modulare la concentrazione dei patrimoni al welfare state che è chiamato a garantire giustizia ed eque opportunità per tutti, le misure suggerite da Atkinson dovrebbero – ora più che mai – essere oggetto di attenta riflessione per i decisori pubblici così come per la società civile.

La dedica del libro è “alle meravigliose persone del servizio sanitario nazionale”. Atkinson, ha voluto ricordare anche in questo modo la fondamentale importanza dei servizi pubblici come garanzia di una società più giusta e meno incattivita. Un’importanza di cui spesso prendiamo coscienza solo quando i tempi si fanno troppo bui. Fare luce prima che sia troppo tardi, ecco invece la più grande lezione che questo economista ci ha lasciato.

 

 

 


Clara Capelli

Economista dello sviluppo, esperta di Medio Oriente e Nord Africa (MENA), in particolare di questioni legate all’economia informale e al commercio internazionale. Attualmente basata a Tunisi dove lavora come consulente, si è dottorata presso l’Università di Pavia con una tesi quantitativa sul rapporto tra struttura produttiva e disoccupazione nella regione MENA. Ha esperienze di ricerca e insegnamento in Libano (Lebanese American University, dove è stata visiting PhD candidate) e Cisgiordania.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *