Di Annalisa Perteghella

Potrebbe sembrare un eccesso di ottimismo quello di intitolare tre giorni di dialogo sul Mediterraneo “Oltre la tempesta, la ricerca di un’agenda positiva”. Eppure è proprio questo spirito che guida fin dalla sua ideazione tre anni fa – per volontà dell’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni – MED Dialogues, la conferenza sul Mediterraneo che per tre giorni trasforma Roma nel centro del dialogo, della diplomazia e delle interconnessioni tra sponda nord e sponda sud di questo nostro piccolo grande mare comune.

La geografia – oltre a essere potere, come ricorda il geografo irlandese Gearoid O Thuatail – è anche un dato ineluttabile e ineludibile, quasi un destino. Che sia il mare calmo dei cieli limpidissimi delle culture che si sono incontrate e sovrapposte tra di loro, o il mare in tempesta dei conflitti che troppo spesso ne hanno causato la divisione, il Mediterraneo rappresenta per eccellenza l’orizzonte geografico e umano a cui l’Italia deve guardare.

E la fotografia dell’orizzonte che molti degli interventi di quest’anno hanno restituito è la fotografia di un mare in tempesta, su cui si addensano nubi solo a tratti intervallate da sprazzi di sole. Eppure, quegli sprazzi di luce ci sono, esistono, e come ben sa chi si è trovato almeno una volta nella vita a passeggiare lungo le sue coste in qualsiasi stagione dell’anno, la luce del Mediterraneo è capace di contenere tutta la luce del mondo.
Nessuna ingenuità dunque nella decisione di ricercare comunque un’agenda positiva, semmai la presa di coscienza del fatto che allargando lo sguardo a comprendere la regione nella sua pluralità, il Mediterraneo non è solo conflitto, crisi e incomprensione.

Certo, i problemi esistono: il quadro che emerge dai principali interventi è esattamente il quadro della situazione attuale, senza tanto spazio per diplomazie o edulcorazioni della realtà. L’assenza di rappresentanti del governo statunitense rispecchia il già palese disinteresse degli Stati Uniti per la regione; la presenza del ministro degli Esteri della Federazione russa Sergej Lavrov conferma invece il crescente interesse di Mosca; ancora, la presenza di Fu Ying, a capo della commissione Esteri del Congresso cinese (e non a caso autrice del saggio “Se l’Occidente ascoltasse la Cina”) segna il debutto della Cina come potenza che mira ad avere, o forse già ha, voce in capitolo sulla regione legata ai propri interessi di penetrazione economica e commerciale. Ma la crepa più profonda, capace di dividere in due la regione, è quella segnata dalla rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Entrambi gli attori hanno avuto modo di mettere in chiaro ai presenti le priorità di politica estera del proprio paese: per il ministro degli Esteri saudita al-Jubeir la lotta contro la Repubblica islamica iraniana, dipinta come la responsabile del caos yemenita e della proliferazione del terrorismo; per il ministro degli Esteri iraniano Zarif il proseguimento della politica di “moderazione”, con l’appello per la creazione di un forum di dialogo tra i paesi del Golfo per discutere e risolvere insieme sfide comuni, e la salvaguardia dell’accordo sul nucleare, con la richiesta rivolta soprattutto agli Stati Uniti di essere trattati con rispetto.

Ma in questo scenario di estrema polarizzazione, c’è spazio anche per i segnali di speranza. Come le storie di Nouf Alhimiary, timida artista di Jeddah, Arabia Saudita, per la quale l’arte è strumento di espressione politica e liberazione personale, o Honey Thaljieh, co-fondatrice della nazionale di calcio femminile palestinese, o Lea Baroudi, co-fondatrice e direttrice della ONG libanese March. Sono storie singole, che pertanto non fanno notizia o non si ritengono rappresentative, eppure ci sono, esistono, sono parte della realtà. E non è un caso che molte di queste storie positive vengano dalle fasce più giovani della popolazione. Siamo abituati a guardare alla dimensione demografica della regione come una minaccia perché tutte le statistiche ci parlano di un aumento della popolazione che si tradurrà in un aumento del numero di migranti, e non vediamo invece la dimensione dell’opportunità rappresentata dalle giovani menti brillanti che grazie a queste occasioni di incontro con l’altro possono diventare ambasciatori di un domani diverso per i propri paesi. In questo senso, è da salutare con favore la firma della Dichiarazione congiunta tra Italia, Libia, Algeria, Egitto, Tunisia e Libano per la creazione di un Erasmus del Mediterraneo, avvenuta a margine della conferenza.

Ma più di ogni altra cosa a determinare il tono positivo è la dimensione del dialogo: per quanto duri e intransigenti alcune prese di posizione possano sembrare (e in effetti siano), il nostro paese può essere la sede in cui queste dichiarazioni si possono fare, in cui convergono rappresentanti di paesi che normalmente non dialogano tra loro. È questa la vocazione dell’Italia come centro del Mediterraneo e come potenza responsabile e mediatrice, sulla cui presenza – nonostante l’instabilità politica interna – si può sempre contare.

È importante dunque che l’Italia acquisti consapevolezza del proprio ruolo centrale nel Mediterraneo, e non solo perché questo piccolo mare è il ponte verso l’Africa, continente di fondamentale importanza per il nostro futuro, ma anche e soprattutto perché è casa nostra, è quello che siamo: nelle parole dell’artista Domenico Paladino, “Sono convinto che mai come oggi, pur vivendo in contesti sempre più dilatati, nei quali i contatti sono velocissimi, per resistere non dobbiamo mai abbandonare le nostre radici. Per diventare internazionali, dobbiamo appartenere a un Paese. Quel Paese, per me, è il Mediterraneo, che è sterminato patrimonio di culture e di visioni”.

 


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