Di Luca Bergamaschi

 

Introduzione

Da qui a maggio 2019, in occasione delle prossime elezioni europee, la sinistra in tutte le sue forme deve recuperare in poco tempo molto terreno se non vuole finire nell’irrilevanza, stretta dalla morsa di populismi nazionalisti ed estremisti. C’è infatti un rischio molto serio che il prossimo Parlamento Europeo sia dominato da forze di estrema destra e populiste.

La crisi che le sinistre europee condividono, eccetto forse per il nuovo esecutivo spagnolo, è una crisi di rappresentanza, credibilità e ambizione. Nel caso del Partito Democratico ripetere continuamente i successi del passato senza una sufficiente credibilità a livello personale o di leadership (per motivi giusti o sbagliati che siano) non fa presa su un elettorato stanco e desideroso di cambiamento. Chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per questo motivo il PD ha bisogno, in tempi rapidi, di una vera e proprio metamorfosi che dia spazio a facce nuove, in primis giovani e donne, sia aperta ad ampie alleanze e che rilanci visione e politiche ambiziose in risposta al crescente populismo nazionalista.

In questo contesto la sfida ambientale, e in particolare la lotta al cambiamento climatico, offre un modello concreto e alternativo al risorgere dei nazionalismi e al futuro della sinistra. Questo modello, e il suo successo, ha le fondamenta in due pilastri principali: la trasformazione giusta dell’economia globale del ventunesimo secolo e la cooperazione internazionale basata su regole multilaterali condivise. La sinistra europea deve recuperare lo spirito della storica COP21, la ventunesima conferenza mondiale sul clima del dicembre 2015, in cui fu adottato l’Accordo di Parigi. Questo passaggio ha segnato un enorme successo della diplomazia multilaterale contemporanea sotto la guida della Presidenza francese del governo Hollande e dell’Amministrazione Obama. Da allora però la sinistra non è più riuscita a dare alla visione di Parigi la priorità politica necessaria per tradurla in un progetto politico coerente, perdendo così la credibilità di un elettorato sempre più ampio e sensibile.

In Italia, la scelta del referendum sulle trivelle (per continuare l’estrazione di idrocarburi, entro 12 miglia dalla costa, fino ad esaurimento del giacimento invece che fino al termine della concessione), il mancato supporto a obiettivi europei ambiziosi ma realistici nel campo dell’energia e del clima e la mancanza di una generale priorità politica (con l’eccezione del governo Gentiloni e del lavoro di alcuni sindaci come Giuseppe Sala a Milano) hanno creato un profondo scollamento all’interno della comunità della sinistra, raccolto in seguito dal Movimento 5 Stelle. In Germania, i socialdemocratici sono stati incapaci di abbracciare con coraggio l’idea di una transizione socialmente sostenibile rimanendo invece ancorati in difesa delle roccaforti carbonifere a ovest nella regione della Ruhr e a est in Lusazia. In Francia, i socialisti non hanno saputo capitalizzare il successo del 2015 lasciando la scena a Emmanuel Macron che ha fatto della lotta al cambiamento climatico una sua roccaforte domestica e internazionale.

Il nuovo esecutivo spagnolo manda invece segnali promettenti di rilancio, con la nomina di Teresa Ribera, da sempre in primo piano nella lotta al cambiamento climatico, a guidare il nuovo super Ministero della Transizione Ecologica. Questo ministero, sul modello di quello francese, ha responsabilità sull’energia, l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, una formula che, se fosse applicata anche in Italia e in Germania, consentirebbe una maggiore coerenza, efficacia e pianificazione “di sistema”, invece di mantenere competenze separate in diversi ministeri ed esposti a interessi contrapposti.

Quali proposte allora per un progetto politico alternativo con al centro la transizione ecologica in vista delle elezioni europee del 2019?

 

Per una transizione giusta

La necessità e l’urgenza del riscaldamento globale e dell’inquinamento dell’aria e dei mari definiscono un nuovo paradigma politico per la convivenza pacifica dei popoli del ventunesimo secolo: riusciremo a gestire la transizione ecologica in modo ordinato o il cambiamento incontrollato trainato da eventi – dal peggioramento degli impatti climatici alle profonde trasformazioni tecnologiche alle migrazioni di massa al collasso dei paesi produttori di idrocarburi e i conseguenti impatti sulla geopolitica e sul commercio internazionale – creerà più disordine, instabilità e competizione?

La sinistra europea deve rispondere a questa sfida con la piena consapevolezza che la trasformazione giusta e ordinata dell’economia globale non è solo possibile ma l’orizzonte ultimo per preservare i suoi valori identitari di pace, giustizia sociale, progresso, diritti umani, cooperazione, democrazia e libertà.

L’Accordo di Parigi indica come soglia di sicurezza per evitare cambiamenti incontrollabili il raggiungimento, a livello globale, della “neutralità delle emissioni” entro la seconda metà del secolo: per l’Europa questo implica la transizione a un’economia a zero emissioni nette entro il 2050. Un primo impegno concreto deve essere quello di adottare questo obiettivo ultimo come il punto di riferimento principale per pianificare il futuro dell’Unione. Nella pratica significa allineare tutte le politiche e gli obiettivi europei all’obiettivo di zero emissioni nette al 2050, iniziando con l’innalzamento dell’attuale obiettivo europeo al 2030 di riduzione delle emissioni, fissato nel 2014, da almeno il 40% ad almeno il 50% rispetto al 1990.

Dobbiamo allora riorganizzare radicalmente e nel tempo più rapido possibile il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, ci spostiamo e ci relazioniamo con i nostri vicini e partner internazionali. Questa trasformazione così profonda richiede la definizione di un nuovo “contratto sociale ecologico” basato su tre ingredienti principali – investimenti, protezione e futuro – con al centro una grande riforma della finanza pubblica e privata che ponga la finanza al servizio dell’economia e delle persone, invece di farne da padrone, per supportare lo sviluppo locale, pulito e socialmente sostenibile. Ogni stimolo pubblico che produca chiari benefici economici, sociali e ambientali, come il supporto all’efficienza energetica, e che nel lungo periodo diminuisce i costi della spesa pubblica non può essere considerato dalle regole europee come un debito che aggrava il deficit pubblico. La battaglia della “flessibilità di bilancio” è una battaglia per la prosperità, la sicurezza e il futuro dei cittadini che la sinistra deve portare avanti nella consapevolezza di assegnare la flessibilità a quegli investimenti che effettivamente creano un provato valore economico, sociale e ambientale per la transizione ecologica.

 

  1. Investimenti per creare lavoro locale

 Il passaggio da un’economia fossile a un’economia ecosostenibile richiede un livello di investimenti senza precedenti: la Commissione Europea stima che al 2030 occorrono 2 mila miliardi di euro per nuove infrastrutture, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Questo rappresenta un enorme stimolo economico per la crescita e la creazione di milioni di posti di lavoro locali che va a sostituire miliardi di euro spesi per l’importazione, di oltre un miliardo di euro al giorno, di combustibili fossili. Questi investimenti permettono una riduzione sostenuta delle bollette di cittadini e imprese attraverso i risparmi sulle importazioni e l’uso efficiente delle risorse. La riduzione dell’esposizione alla volatilità dei prezzi dei combustibili fossili è lo scudo più robusto per salvaguardare la capacità di spesa dei consumatori.

La Green Economy è oggi il settore dell’economia globale con la crescita più rapida e la piattaforma della prosperità sostenibile della prossima generazione. La rivoluzione edile di fronte a noi non risiede tanto nella costruzione del nuovo ma nel rendere il patrimonio edilizio esistente il più energeticamente efficiente e intelligente possibile. La rivoluzione dei trasporti significa adottare mezzi di trasporto elettrici e politiche di condivisione che trasformano la vita delle città, contribuendo ad abbattere l’inquinamento dell’aria che causa oltre 400 mila morti premature all’anno in Europa.

Per ottenere tutto ciò, oltre alla visione e alla priorità politica, occorre una profonda riforma finanziaria che dedichi più risorse comuni alla transizione ecologica, partendo dal nuovo programma di investimenti europei (“InvestEU”, che sostituisce il piano Juncker) e il nuovo budget europeo. Vista la centralità della transizione ecologica in tutti i settori dell’economia, il nuovo budget europeo dovrebbe dedicare almeno la metà delle sue risorse a essa e allo stesso tempo terminare completamente ogni forma di supporto diretto o indiretto ai combustibili fossili.

 

  1. Protezione dei cittadini

 Se la transizione ecologica avrà un impatto generale positivo sulla creazione di nuovi posti di lavoro, molti di quelli tradizionali andranno perduti, con serie conseguenze per i lavoratori e le comunità più vulnerabili, come nel caso dell’industria dei combustibili fossili, con particolare riferimento al carbone, e dell’industria dell’auto a combustione. È necessario allora dedicare parte dei fondi di coesione europei a quelle regioni, comunità e settori più affetti dagli impatti negativi della transizione.

Occorre inoltre investire in strategie specifiche a seconda delle situazioni particolari e delle loro opportunità per non lasciare indietro nessuno: da piani di pre-pensionamento a sviluppo di nuove industrie locali alla possibilità di rimpiego e nuova formazione. Tutto questo in un dialogo partecipativo con sindacati, imprese, decisori politici a tutti i livelli (sindaci, governatori regionali, ministri) e la società civile. Se questo modello avrà successo aiuterà la sinistra a rispondere più efficacemente e credibilmente alla sfida generale del futuro del lavoro.

La protezione dei cittadini richiede di mettere la finanza al servizio delle persone più vulnerabili dedicando esplicitamente, per esempio, parte dei fondi e del budget europeo all’efficientamento energetico delle comunità più bisognose che vivono in condizioni di povertà energetica, soprattutto in Europa orientale. La Commissione Europea stima infatti che l’11% della popolazione europea, oltre 50 milioni di persone, non può permettersi i costi per un riscaldamento adeguato della propria abitazione.

Mettere la finanza a disposizione delle persone significa anche richiedere a tutte le imprese di riportare in modo trasparente le informazioni sull’impatto dei loro investimenti sull’ambiente, con riferimento particolare alle emissioni clima-alteranti, e sulla loro esposizione al rischio fisico degli impatti climatici e al rischio finanziario della perdita di valore dei loro asset (quest’ultimo vale soprattutto per le grandi compagnie di petrolio e gas). Un impegno concreto è quello di rendere queste informazioni pubbliche e obbligatorie sulla base del lavoro svolto dalle banche centrali e dai regolatori finanziarie dei paesi G20 attraverso la Task Force on Climate-related Financial Disclosures. Queste informazioni sono fondamentali e necessarie per riorientare le scelte dei risparmiatori e riformare la finanza globale privata e dedita allo sviluppo.

Infine, la protezione dei cittadini passa dalla difesa fisica delle persone, delle imprese e del territorio dagli impatti crescenti del cambiamento climatico. Anche in questo caso occorrono risorse specifiche per l’adattamento e la resilienza, soprattutto delle regioni più esposte, come i paesi dell’Europa meridionale. Ma più risorse da sole non bastano: occorre un grande piano Europeo di gestione preventiva del rischio climatico che parta da una valutazione degli impatti delle diverse temperature sulle infrastrutture, sulla salute e sul conseguente livello di investimenti necessario, fino alla formulazione di strategie specifiche di risposta ai diversi impatti.

 

  1. Futuro

 L’industria deve tornare al centro delle politiche economiche progressiste con l’obiettivo di creare l’industria più competitiva e produttiva della transizione ecologica globale. Per fare ciò occorre investire da un lato sull’efficienza delle risorse e dall’altro sulle tecnologie del futuro. Rendere obbligatorio standard di efficienza energetica ed economia circolare permetterebbe alle imprese di risparmiare ingenti quantità di risorse per l’acquisto di combustibili fossili e altre materie prime aumentandone la produttività, la capacità di innovazione e la competitività internazionale.

E’ inoltre indispensabile per il futuro delle imprese e del lavoro dedicare più risorse specifiche all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo, accelerando il processo di commercializzazione delle innovazioni più promettenti. In particolare, la decarbonizzazione dei trasporti, dell’industria (compresa quella pesante come acciaio, alluminio, cemento e carta) e dell’agricoltura sono l’orizzonte su cui puntare attraverso programmi specifici e collaborazioni con le università per sviluppare il know-how del ventunesimo secolo. In questo risiede la competitività, l’opportunità e la prosperità sostenibile del futuro.

 

L’Europa nel mondo

Parallelamente all’azione domestica la sinistra deve porre l’idea della trasformazione ecologica giusta al centro della propria ridefinizione del ruolo dell’Europa nel mondo e delle relazioni internazionali. Se la sfida della transizione ecologica presenta molte opportunità, vi sono però anche molti rischi che, se non gestiti, minano le basi della cooperazione multilaterale basata su regole condivise.

Per il secondo anno consecutivo gli impatti del cambiamento climatico hanno causato più spostamenti forzati che i conflitti: nel 2017 oltre 19 milioni di persone sono state costrette a spostarsi a causa di disastri naturali. Per il 2050 stime medie mostrano che i migranti ambientali potrebbero raggiungere i 200 milioni, con quelle più pessimiste che indicano fino a un miliardo di persone costrette a spostarsi a causa di disastri ambientali. I modelli climatologici mostrano che senza un’accelerazione della transizione la maggior parte del Medio Oriente rischia di diventare inabitabile nel corso dei prossimi decenni. La regione del Mediterraneo e del Medio Oriente potrà vedere le proprie temperature alzarsi di oltre i 4 gradi nel 2050 e tra i 6 e gli 8 gradi nel 2100, toccando in estate picchi di oltre i 50 gradi.

E’ evidente che il cambiamento climatico sarà l’elemento determinante della migrazione e di potenziali nuovi conflitti. Se la sinistra non affronta oggi la questione del movimento forzato delle persone partendo dalle sue cause profonde, questo secolo rischia di segnare il fallimento della convivenza pacifica come l’abbiamo conosciuta in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.

Occorre ripensare lo sviluppo in funzione dei cambiamenti futuri e degli impatti del cambiamento climatico, iniziando a dedicare la priorità delle risorse disponibili alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari delle regioni più vulnerabili e nel vicinato, come nell’Africa Sub-Sahariana e in Nord Africa. Le misure di resilienza, insieme all’accesso all’energia pulita e all’efficienza energetica, sono anche necessarie a garantire lo sviluppo sostenibile di una larga fetta della popolazione (in crescita) di queste aree, soprattutto quella giovanile.

A livello geopolitico, l’Europa dovrà innanzitutto affrontare il disordine al di fuori dei suoi confini, soprattutto in Medio Oriente, causato da potenze come Russia, Arabia Saudita e Iran, il cui potere è finanziato prevalentemente dalla vendita di combustibili fossili. Il modo migliore per diminuire la capacità di questi paesi di creare instabilità è di accelerare la decarbonizzazione dei trasporti e del riscaldamento (in questo senso la rivoluzione edile e dei trasporti è anche una rivoluzione geopolitica) ma allo stesso tempo sostenere il vicinato e i produttori stessi nella loro transizione ecologica e gestione degli impatti climatici.

Infine, in un momento di frammentazione geopolitica, sfiducia nella cooperazione internazionale e aumento dei rischi globali la sinistra deve investire di più nella diplomazia per allineare gli interessi dei vari paesi, condividere le opportunità ed evitare approcci nazionalistici, protezionistici e competitivi di sviluppo che minerebbero l’essenza stessa del multilateralismo. Nel ventunesimo secolo il successo della sinistra dipende dal successo del multilateralismo. Un impegno concreto è quello di aumentare la capacità diplomatica dell’Unione Europea, attraverso più poteri e risorse umane dedicate, per influenzare le scelte climatiche ed energetiche delle maggiori potenze globali, dalle quali dipende la nostra sicurezza, e di ripensare le relazioni con Cina, India e altri paesi emergenti. Il nuovo rapporto del Parlamento Europeo sulla diplomazia del clima, redatto dagli eurodeputati tedeschi di centro sinistra Arne Lietz e Jo Leinen, dovrebbe diventare la base di partenza per una nuova diplomazia europea.

 

Conclusione

La transizione ecologica, se gestita in maniera giusta e ordinata, offre alla sinistra europea una visione e azioni concrete da cui ripartire per ripensare sé stessa e il suo ruolo nel mondo. Occorre riportare al centro della politica di sinistra la sfida ambientale e dare spazio a nuove personalità per una rappresentanza credibile, impegnandosi per obiettivi e politiche ambiziose e facendo leva su un vasto capitale industriale, sociale, istituzionale e della ricerca che è fortemente impegnato e sensibile ma altrettanto sottorappresentato.

 


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