Di Riccarda Lopetuso

Il conflitto in Yemen, almeno nella sua fase più drammatica, dura dal 2015, ossia da quando l’Arabia Saudita, alla testa di una coalizione composta da altri otto paesi arabi, è intervenuta per contrastare le milizie Houthi che nei mesi precedenti avevano occupato gran parte del paese, compresa la capitale Sana’.

Lo Yemen è il paese più povero del Medio oriente ma è strategico per la sua posizione geografica, in quanto affacciato sul Golfo di Aden, strategico per il trasporto di petrolio proveniente dal Golfo Persico.

Fino allo scoppio delle rivolte collegate alle Primavere arabe nel 2011, era al potere da trent’anni Ali Abdullah Saleh, fautore della riunificazione nazionale del 1990.
Spinto dalle pesanti pressioni saudite, Saleh ha lasciato il potere nel 2012 e da allora sulla scena yemenita sono ricomparsi i ribelli Houthi.

Nell’autunno del 2014 i ribelli Houthi irrompono nelle piazze e danno il via a una serie di proteste contro il governo. Ben presto la protesta contro l’aumento del prezzo di carburante si trasforma in guerriglia. I ribelli acquisiscono consensi interni e terreno, arrivando a controllare la capitale del paese.

È nei primi mesi del 2015 che la situazione degenera. Alcuni paesi del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, decidono di lanciare un intervento militare al fine di arginare l’avanzata degli Houthi.

Oggi, a tre anni dall’inizio ufficiale della guerra civile, si contano a decine di migliaia le vittime e a centinaia di migliaia gli sfollati, causati sia dagli scontri bellici sia dal peggioramento delle condizioni umanitarie e dai focolai di colera che hanno colpito il paese dal 2017.


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