Nel 2019 si è registrato un ulteriore sostanziale calo degli ingressi di migranti nell’Unione europea rispetto all’anno precedente, e soprattutto rispetto ai picchi registrati nel biennio 2015-2016. In Italia, tra il 1° gennaio e il 17 luglio gli arrivi via mare sarebbero stati, secondo l’OIM, appena 3.186 (contro i 17.838 dello stesso periodo dell’anno precedente). Anche le morti in mare si sarebbero dimezzate: sarebbero 683 i decessi nel Mediterraneo nella prima metà di quest’anno. Meno della metà del 2018. Ma ancora davvero troppi.

Nonostante l’ex ministro degli interni italiano si intesti il merito di questo calo e sebbene questi dati dovrebbero “rallegrare” quanti negli ultimi anni hanno paventato l’immigrazione come la minaccia più immediata alla sicurezza dei cittadini e del territorio europeo e alla sopravvivenza di indistinte identità nazionali, il dibattito intorno a questo tema ha mantenuto in Italia (e in alcuni paesi dell’Unione) un alto livello di tossicità. In Italia, i salvataggi in mare operati da quelle poche ONG ancora attive nel Mediterraneo sono purtroppo diventati l’occasione per parlare, ancora in termini allarmistici, di un’emergenza che non esiste, di rischi per la sicurezza, e per dare credito a improbabili teorie su un fantomatico piano per sostituire la popolazione europea (bianca) con quella africana (nera).

Mentre in realtà gli sbarchi irregolari continuano indisturbati sulle coste italiane, il ministro degli interni del precedente governo Conte ha continuato a concentrare strumentalmente la sua attenzione solo ed esclusivamente sui salvataggi operati dalle ONG al fine di sostenere l’efficacia delle “soluzioni” approntate dal governo gialloverde – che vanno dalla “chiusura dei porti” ai vari decreti sicurezza – che ben poco hanno a che fare con la realtà del fenomeno e della sua gestione, e molto con la perenne campagna elettorale del leader leghista.

La drastica riduzione degli ingressi, tuttavia, non deve indurre a pensare che la questione migratoria non necessiti di una seria riflessione e di un’ampia e coordinata politica a livello europeo. Il rischio infatti è che la percezione che “l’emergenza sia passata” induca i governi europei a posporre a data da destinarsi, a più propizie condizioni politiche, ogni concreta deliberazione sul futuro della riforma di Dublino e delle politiche migratorie e di integrazione (e forse, a ben guardare, l’operato dell’ex ministro degli interni italiano ha avuto l’effetto di mantenere viva l’attenzione su un tema che per altri sta perdendo di interesse immediato). Le proiezioni demografiche sembrano invece indicare l’ineluttabilità del fenomeno e l’urgenza di predisporre misure volte a gestire in modo umano e ordinato flussi che non scompariranno dietro un muro di indifferenza.

Negli ultimi anni l’incapacità dell’UE di trovare un valido compromesso fra le diverse posizioni e interessi degli stati membri ha fatto sì che gran parte degli sforzi politici si concentrasse sul minimo comune denominatore: il consolidamento del controllo sulle frontiere e la sottoscrizione di accordi con i paesi di origine e transito. Accordi che però potrebbero influire negativamente sia sullo sviluppo dei paesi d’origine sia sulla credibilità di un’Europa che, ignorando sistematicamente le violazioni dei diritti umani operate per proteggere i suoi confini, sembra aver abdicato ai propri valori fondanti.

Questo approccio securitario alla gestione dell’immigrazione (dalle mobility partnership agli accordi per i rimpatri) in sostanza non solo rischia di compromettere il rapporto e l’immagine dell’Europa con i paesi africani e mediterranei, ma di produrre soluzioni inefficaci, miopi e di breve termine, fondate sulla strumentalizzazione dello stesso fenomeno migratorio da parte dell’Europa e dei suoi interlocutori africani e nordafricani.

È essenziale che l’UE e i suoi cittadini prendano innanzitutto coscienza del fatto che i flussi migratori non sono un fenomeno che riguarda solo ed esclusivamente il vecchio continente (del resto, la gran parte dei migranti africani non ha l’Europa come meta) e che in quanto tale può e deve essere affrontato attraverso una cooperazione equa e bilanciata con i paesi di origine e di transito. In sostanza assumendo un atteggiamento meno eurocentrico che tenga in giusta considerazione gli interessi e le priorità non solo dell’Unione ma anche dei suoi interlocutori. Solo in questo modo si potrà arrivare a una gestione condivisa, efficace e rispettosa dei diritti di tutti.

Un approccio ordinato, coordinato e integrato alla gestione dei flussi è anche un elemento essenziale per riconquistare la fiducia dei cittadini europei nella capacità dell’Unione di affrontare un fenomeno che ai più in Europa è apparso fuori controllo. Per far questo sarà essenziale predisporre e ampliare le vie di accesso regolari per quelle persone che desiderano entrare in Europa per ragioni umanitarie, di studio, di lavoro o altro, offrendo un’alternativa sicura ai migranti, restituendo agli stati membri il controllo sugli ingressi e sottraendolo pertanto ai trafficanti.

Dalla creazione di nuovi corridoi umanitari alla concessione di nuovi tipi di visti, l’Europa dovrebbe “diversificare l’offerta”, ricordando che ogni migrante ha una sua storia e sue motivazioni per lasciare il paese di origine. Al contempo sarà necessario investire in valide politiche di accoglienza e integrazione che accompagnino il nuovo arrivato e la comunità che lo ospita nel complesso processo di reciproca accettazione, combattendo lo sfruttamento del migrante da parte sia di datori di lavoro senza scrupoli sia di organizzazioni criminali e prevenendo la facile equazione fra migrante e criminale, che contribuisce al perenne e legittimo senso di insicurezza nel quale sono precipitati molti cittadini italiani ed europei.

Per quanto concerne più specificamente l’Italia, va notato che il numero di (primi) permessi di soggiorno concessi a migranti fra il 2010 e il 2018 si è letteralmente dimezzato (passando da oltre 500 mila ad appena 239 mila).[1] Un calo progressivo degli ingressi che pone l’Italia all’ultimo posto fra i paesi europei per la concessione di permessi di lavoro (in percentuale sul numero di abitanti)[2] e che è rivolto per lo più a lavoratori stagionali e/o poco qualificati. Questi numeri mostrano come da un lato sia sempre più difficile entrare in Italia attraverso vie legali e quanto dall’altra il nostro paese rischi di essere sempre meno attrattivo per i talenti internazionali. Questo è un dato che associato all’endemica fuga di cervelli (che poi altro non è che emigrazione) dovrebbe essere seriamente preso in considerazione nella definizione delle politiche migratorie così come delle politiche del lavoro.

L’inizio della nuova legislatura europea, la formazione della nuova Commissione e la nascita del governo “giallo-rosso” in Italia offrono una straordinaria opportunità per rivedere e rilanciare le politiche migratorie dell’Unione. Le differenze fra i diversi stati membri non sono scomparse, ma come gli sviluppi politici degli ultimi anni hanno dimostrato, l’immigrazione non è un tema che possa essere trascurato o lasciato in balia di strumentalizzazioni politiche, perché troppo divisivo e troppo facilmente preda degli interessi di una parte. Non ci si deve dimenticare che esso coinvolge direttamente la vita, la sicurezza e il benessere di individui che lasciano situazioni difficili nel legittimo perseguimento di un futuro più dignitoso.

Non sarà facile per i progressisti europei riappropriarsi di un tema che tuttavia gli appartiene perché riguarda il benessere tanto di chi migra quanto di chi accoglie. Per far questo dovranno riuscire a far valere i valori essenziali di rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali di tutti, sui quali l’Europa si fonda; dovranno “imporre” il ritorno a un linguaggio[3] che prevenga una pericolosa contrapposizione fra “noi e loro” e che restituisca ai migranti l’umanità che la narrativa delle destre e dei populismi gli ha tolto contribuendo all’esacerbarsi di umori e sentimenti xenofobi; ma dovranno anche riuscire a spostare l’attenzione su temi quali la lotta alle diseguaglianze, dimostrando come certe deficienze strutturali socioeconomiche siano il vero problema. Non i migranti.


Biografia dell’autrice:

Hedwig joined the Foundation for European Progressive Studies (FEPS) in May 2016 as Senior Policy Advisor working predominantly on migration and the Balkans.

She holds a PhD in History of International Relations from the University of Florence and an MSc in History of International Relations from the London School of Economics.

From 2006 to 2015 she worked at the Fondazione Italianieuropei, where she was in charge of the foundation’s international relations and activities. She has also taught Politics and Economics of the European Union, and Italian history and politics in academic programmes for US students spending a semester in Italy.


[1] Fondazione Leone Moressa, “Frontiere chiuse, ma non per tutti. I paesi europei che attraggono lavoratori immigrati”, luglio 2019.

[2] Ibid.

[3] Sulla costruzione di una narrativa positiva vedi Foundation for European Progressive Studies, Friedrich Ebert Stiftung, Fondazione Nenni e Fondation Jean Jaurès, “European Public Opinion and Migration. Achieving common progressive narratives”, Bruxelles 2019. https://www.feps-europe.eu/attachments/publications/european%20public%20opinions%20-%20v7_pp.pdf


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