Per gli esseri umani ogni problema, anche uno molto concreto come la diffusione di una malattia all’interno di una comunità, è prima di tutto una questione di percezione data dalla nostra essenza di animali sociali. Se, ad esempio, in un certo momento non abbiamo una certa malattia e non ce l’hanno le persone a diretto contatto con noi, sarà molto difficile che percepiremo come grave la diffusione, nel paese o nella città in cui abitiamo, di quella malattia. Questo ha effetti molto pratici: fino a un paio di settimane fa molti cittadini di Milano, compreso chi scrive, non si sono resi conto della pericolosità del nuovo virus fino a quando non si è scatenato il tamtam mediatico e non sono cominciati ad arrivare annunci sempre più allarmanti delle autorità in merito a numero di contagi e decessi.

Questa potrebbe sembrare pura elucubrazione teorica se non fosse che, soprattutto nel mondo di oggi, la separazione tra percezione e realtà è spesso magistralmente e molto concretamente sfruttata da molti regimi del mondo per gestire la crisi globale più grave della nostra generazione: quella del coronavirus.

La percezione che la dittatura sia una difesa contro la diffusione del virus

Per capire cosa si intende basta dare un occhio ai dati su morti e contagi pubblicati in tutto il mondo (molti siti di informazione, per esempio Bloomberg, lo fanno molto bene con mappe interattive). I numeri sembrano dirci una cosa piuttosto singolare: Cina a parte (sui cui dati sarebbe comunque necessario fare molte verifiche), il virus sembra colpire in modo particolarmente duro i paesi democratici, e toccare solo con benevola leggerezza i paesi governati da dittature.

Il dibattito su questa discrepanza si è fatto nelle ultime settimane sempre più surreale. Un approccio “razionalista” avanza argomenti che tutto sommato hanno qualche fondamento, per esempio il fatto che le democrazie avanzate sono maggiormente interconnesse col mondo e per questo sono state raggiunte prima dal contagio. Abbiamo anche visto crescere la quotazione di spiegazioni che flirtano con la perenne fascinazione italica per le soluzioni autoritarie. Secondo questa linea di pensiero, gli uomini e i regimi “forti” sarebbero stati in qualche modo in grado di tenere a bada il virus grazie appunto alla loro capacità di imporre disciplina “con le cattive” (anche se non si capisce bene come, visto che nella maggior parte dei casi non sono state imposte particolari misure restrittive: forse semplicemente “spaventandolo”). In Italia tale approccio ha fatto emergere negli ultimi giorni uno dei risvolti più avvilenti di questa crisi, ovvero la tendenza di tanti italiani di gettarsi ai piedi di qualunque dittatore pronto a darci qualche aeroplano di aiuti (dall’utilità spesso dubbia) e a raccontarci che il suo regime “forte”, al contrario della nostra democrazia, ha tenuto a bada la malattia.

Il controllo mediatico e la battaglia dell’Italia

Il punto che le spiegazioni “razionaliste” e quelle “filo-autoritarie” mancano di comprendere è un semplice meccanismo che le dittature moderne hanno imparato: se controlli tutto, dagli ospedali all’informazione alla polizia, non hai bisogno di risolvere un problema, devi solo raccontare che l’hai risolto. Se un problema non lo cerchi (per esempio non testando i pazienti) difficilmente lo troverai. Ed è così che, per esempio, in Russia ci sono 150 casi scarsi di coronavirus dichiarati e ospedali intasati di migliaia di casi di una polmonite particolarmente letale (ma, ovviamente, secondo le autorità assolutamente ordinaria). In Egitto le autorità sembrano più impegnate a introdurre misure restrittive per i giornalisti che parlano dell’espansione del coronavirus nel paese, piuttosto che a introdurre misure per contenere il contagio. In Iran, un regime già in piena crisi di legittimità lancia messaggi contradditori, diviso tra la necessità di ottenere aiuti e quella di non apparire eccessivamente indebolito agli occhi dei cittadini. E così mentre Zarif chiede aiuto via tweet in inglese– e giustamente molti, compreso Mondodem, si sono attivati per chiedere ai propri governi di sostenere l’Iran in questo momento e di fare pressione sugli USA per una rimozione almeno parziale delle sanzioni – Khamenei non perde occasione di ribadire come il virus sia un complotto americano per colpire il paese.

Alle dittature vere e proprie abbiamo visto spesso affiancarsi leader con velleità non esattamente democratiche, come il brasiliano Bolsonaro – che ha definito il coronavirus un inganno mediatico – e l’israeliano Netanyahu – che ha usato un decreto di emergenza per annullare un voto parlamentare che impediva al governo di usare apparecchiature normalmente utilizzate per la caccia ai terroristi per monitorare i contagi tra la popolazione. Perché come ha detto un altro israeliano, lo scrittore Yuval Noah Harari, la vera linea di divisione che la pandemia sta tracciando è quella tra due diverse reazioni delle società di tutto il mondo: quelle che decideranno di procedere con la coercizione e l’imposizione dall’alto, e quelle che cercheranno prima di tutto di delegare la responsabilità (e il potere) ai propri cittadini, spiegando loro la situazione e i buoni motivi per cui certe restrizioni sono necessarie.

L’Italia si trova oggi in bilico tra queste due scelte. Finora gli italiani hanno saputo responsabilizzarsi e, nonostante qualche deprecabile eccezione, la grande maggioranza ha compreso la gravità della situazione e ha saputo rispettare le restrizioni chieste dal governo senza bisogno di un grande intervento di sorveglianza e forze dell’ordine. Purtroppo è però ancora forte la fascinazione di tante persone,  spesso incoraggiate dalla capacità delle dittature di mostrarsi assai più forti e intoccabili di quel che sono, per soluzioni d’autorità che prevedono di delegare responsabilità e potere ad un’autorità superiore, libera di imporre con la forza tutte le restrizioni che desidera. Poco importa se spesso restrizioni del genere stentano a venire annullate una volta finita l’emergenza. Una tendenza che è indice di scarsa maturità di tanti italiani che preferiscono sentirsi i figli accuditi di uno stato padre-padrone piuttosto che titolari alla pari del potere – e quindi dei doveri e delle responsabilità – nella propria società. Ma la scelta tra questi due approcci è, dopo quella medica contro il virus, l’altra fondamentale battaglia che vale la pena combattere oggi. Perché se possiamo essere certi che l’epidemia prima o poi finirà, possiamo essere altrettanto certi che le scelte che prendiamo oggi per combatterla lasceranno tracce ancora più profonde del virus nel nostro futuro e in quello delle prossime generazioni.


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

1 commento

Lu · 29 Marzo 2020 alle 8:27 pm

Ottimo. Ora azione.

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