di Gabriele Suffia

Fin dall’inaspettata elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016, si è cominciato a parlare del mondo digitale e delle sue possibili interferenze con la vita politica di uno Stato e con le sue elezioni. Il principale timore era legato all’attività di imprecisati hacker, meglio se russi, che avrebbero in qualche modo potuto alterare i risultati delle tornate elettorali. La realtà ha dimostrato, finora, che se un’attività di “manipolazione” di vari risultati c’è stata, questa ha l’indirizzo preciso di una sede legale: Cambridge Analytica, 55 New Oxford Street, Londra.

Da più parti si è parlato di questa società, di Facebook e del futuro della democrazia. Anche il Garante per la privacy italiano, Antonello Soro, si è espresso nei termini di “allarme altissimo” e ha sottolineato come la dimensione dei social network, Facebook in particolare, sia tale da “condizionare gli sviluppi dell’umanità”. Se “questo potenziale è usato per mandare a un numero elevato di utenti una serie di informazioni selettivamente orientate per poi condizionare i singoli comportamenti, questo passaggio cambia la natura delle democrazie nel mondo”.

Davvero è in pericolo la democrazia? E, soprattutto, è in pericolo da oggi?

Gli appelli per un uso consapevole delle tecnologie si susseguono ormai da tempo, per lo più inascoltati, e solo quando un caso mediatico si pone all’attenzione di tutti si invocano provvedimenti e si rilasciano dichiarazioni in merito. Bisogna, innanzitutto, rifuggire l’idea che parlare di digitale sia oggi un argomento per esperti di cyber security, mentre invece è bene che tutti ne sappiano e siano adeguatamente informati a riguardo.

Il mondo digitale porta con sé una serie di pregiudizi e di preconcetti e, ancora oggi, è visto da molti come se si trattasse di pilotare un aereo: il mondo può convivere con il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non sappia farlo. Utilizzare il digitale oggi, però, non è più come pilotare un aereo a causa della usability, che ha indirizzato lo sviluppo delle tecnologie informatiche verso l’utilizzo massivo degli utenti. Le tecnologie user-friendly non sono più aerei, ma automobili, e anche senza essere piloti professionisti è ragionevole aspettarsi che tutti coloro che vogliano utilizzare un’automobile abbiano acquisito i rudimenti di base per farne un uso consapevole e sicuro.

Conoscere gli strumenti è la base per utilizzarli, o anche solo per difendersi da essi. Capire l’informatica e le sue interazioni con la sfera pubblica, anche se si tratta solo di una provocazione, deve oggi essere necessario tanto quanto avere una patente di guida.

Con riguardo a Cambridge Analytica, invece, basterà sapere che è una società che si occupa di psicometria e che, con alcune migliaia di “test” somministrati online su Facebook, è riuscita a raccogliere dati (e a elaborare profili) di circa 50 milioni di utenti. Tale risorsa è stata utilizzata per il targeting elettorale mirato durante la campagna per le Presidenziali USA da parte di Donald Trump e il suo entourage (Steve Bannon in primis, direttamente chiamato in causa dalla vicenda)[1].

Cambridge Analytica è solo una delle tante società di political consulting in giro per il mondo e, pur se l’operazione presenta alcuni profili di dubbia liceità, non è certamente l’unico caso di profilazione per fini commerciali/politici oggi in corso. Quanto detto deve essere, infatti, esteso a tutto l’universo dei Big Data. L’analisi di una grande quantità di dati è, per sua natura, foriera di connessioni e interessanti e gli utilizzi oggi sono molteplici: ad esempio, è possibile mappare la diffusione dell’influenza stagionale molto meglio dalle ricerche su Google che non attraverso la rete dei medici di base, perché è oggi l’algoritmo della Big G il primo “soggetto” ad essere chiamato in causa all’incorrere dei primi sintomi[2]. Compiendo un passaggio ulteriore, si potrà facilmente ricevere pubblicità mirata per l’acquisto di un nuovo computer quando le statistiche del nostro dispositivo testimonieranno per noi che è giunto il momento di cambiarlo in favore di prodotti più al passo con i tempi.

Oggi applicare il marketing alla politica è diventata prassi costante, ma le sue prime applicazioni risalgono probabilmente agli albori del suffragio universale. Mentre oggi la politica si affanna per rincorrere le “rilevazioni di mercato”, bisognerebbe prendere coscienza del fatto che Facebook, una società privata, ha subito[3] annunciato grandi cambiamenti[4] per difendere sé stesso (e, in maniera indiretta, anche la democrazia) attraverso queste linee di azione (qui solo per titoli): 1) Rivedere la piattaforma; 2) Informare le persone sull’uso improprio dei dati; 3) Disattivare l’accesso per le app inutilizzate; 4) Limitare i dati di accesso di Facebook; 5) Incoraggiare le persone a gestire le app che utilizzano; 6) Premiare le persone che trovano vulnerabilità.

La politica è pronta, allo stesso modo, a mettere in campo azioni per salvaguardare la democrazia?

Dovremmo trarre dalla “società dei dati” più benefici dei danni che ne potrebbero derivare. Mentre oggi siamo tutti colti di sorpresa da questi danni, e perdiamo tempo ad auspicare che siano gli interessi e le azioni dei privati a salvaguardare la sicurezza e la libertà dei cittadini, la politica sta fornendo ancora scarse proposte per l’utilizzo positivo della tecnologia e dei dati in particolare. Non rientrano in questa categoria le svariate misure di sorveglianza e controllo biometrico adottate da vari Stati, se non nei limiti strettamente necessari per garantire la sicurezza e l’incolumità pubblica, mentre vi potrebbero rientrare le esperienze da più parti descritte come “sensor societies[5]: sensori per ottimizzare la mobilità, snellire la burocrazia, comprendere fenomeni latenti. Il novero limitato di questi esempi è indicativo delle difficoltà finora incontrata dagli Stati per implementare tali tecnologie.

Nel caso italiano, si potrebbe cominciare dall’educazione (non solo digitale, ma anche civica e democratica) dei cittadini, chiedendosi se davvero possa dirsi matura una società, come quella occidentale, in cui la cultura politica media è influenzabile dal marketing al pari dell’acquisto di un dentifricio[6]. Forse, se si cominciasse a considerare il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca non tanto come un’istituzione che si occupa di contratti di lavoro del proprio personale (ad oggi l’attività prevalente, anche con riguardo alla Buona Scuola della scorsa legislatura), ma come davvero il luogo in cui si elaborano le strategie per formare gli alunni cittadini di domani, si potrebbe anche immaginare che i dati siano utilizzati non per dividere le persone, ma per comprendere le loro necessità. Perché, invece di demonizzarli o lasciarli all’utilizzo solo degli avversari politici, non farsi suggerire dai Big Data quali siano i problemi da risolvere e provare ad adottare politiche e strategie pertinenti con questo nobile compito?

 

 

 

 

[1] Secondo Chris Wylie, la talpa che ha provocato lo scandalo, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato da Cambridge Analytica sotto la supervisione di Steve Bannon tre anni prima di diventare lo stratega (ora allontanato) di Donald Trump, con lo scopo di costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l’efficacia di molti di quei messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale 2016. Cfr. http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2018/03/21/facebook-kogan-io-capro-espiatorio-tutti-sapevano-tutto-_79cab7af-0e0d-4b7e-b1c5-2f1b35e3403b.html (link consultato in data 26/03/2018).

[2] Cfr. V. Mayer-Schönberger, K. N. Cukier, Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà, Garzanti Libri, 2013.

[3] In realtà il termine è controverso, dal momento che Facebook sapeva del problema da tempo. Se, forse, non si sono comprese da subito tutte le implicazioni, di certo non si è stati in grado di intervenire con i correttivi oggi introdotti e, domani, da verificare nel loro risultati.

[4] Cfr. il comunicato ufficiale al link: https://newsroom.fb.com/news/2018/03/cracking-down-on-platform-abuse/ (link consultato in data 26/03/2018).

[5] Cfr. P. Khanna, La rinascita delle città-Stato, Fazi, 2017.

[6] Il riferimento al dentifricio è preso dal mantra dei dirigenti di Cambridge Analytica, riportato anche in http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dai-social-alle-urne-il-caso-cambridge-analytica-facebook-19939 (link consultato in data 26/03/2018).


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