L’uso di Internet ha cambiato il modo in cui lavoriamo, viaggiamo, acquistiamo beni e servizi, ascoltiamo musica o vediamo i film, ci informiamo, ci relazioniamo con amici e conoscenti, ha cambiato il modo in cui condividiamo i nostri stessi pensieri, in cui plasmiamo la nostra identità. Poche attività umane appaiono insomma non rivoluzionate dagli strumenti digitali che la Rete offre; tra di esse, tuttavia, è interessante ritrovare una delle più importanti: il modo in cui votiamo, ovvero il modo in cui esercitiamo forse il nostro più importante diritto politico. Possibile che per votare – che si tratti delle elezioni per il Parlamento o delle primarie per scegliere il leader del Partito Democratico – si debba ancora uscire di casa, recarsi fisicamente in un seggio (fa così vintage) e fare tutto di persona, per poi aspettare lunghi scrutini per avere i risultati finali? Possibile che non si possa usare la Rete anche per deliberazioni dirette da parte di tutti gli iscritti a un partito, se non di tutti i cittadini? Perché non celebrare finalmente l’ingresso nel tempo della democrazia digitale, così come per esempio conclamato in Italia dal Movimento 5 Stelle?

Proprio la recente scelta da parte del Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio come candidato alla Presidenza del Consiglio alle prossime elezioni – dopo una votazione on line sulla piattaforma privata del movimento (Rousseau) che ha coinvolto 37.442 votanti (meno del 30% del totale della platea di circa 130mila iscritti certificati, e meno dello 0,5% degli 8,7 milioni di elettori del 2013) – ha riportato al centro del dibattito politico il tema della democrazia digitale, delle sue forme, delle sue modalità, dei suoi limiti.

Senza farsi lenire dalla dicotomica distinzione tra apocalittici e integrati, vale la pena fare qualche breve riflessione, poiché quando si parla di democrazia digitale si rischia di pensare a cose diverse.

Un primo significato, il più banale, ha che fare con l’uso della tecnologia (digitale) per supportare o rendere più semplici tradizionali funzioni di esercizio democratico, come ad esempio il voto elettronico nei seggi elettorali, o – in un futuro non troppo lontano – il voto elettronico (in generale, quindi anche da casa o in mobilità). I problemi qui sono solo di natura tecnica: affinché diventi realtà diffusa il voto elettronico deve basarsi su una piattaforma pubblica (dello Stato, non soggetta a interessi di parte), trasparente, stabile, non hackerabile, e in cui la sicurezza sia garantita su entrambi i fronti (dal lato dello Stato e da quello dell’identità del singolo elettore).

Da questo punto di vista, la piattaforma dei Cinque Stelle presenta più di qualche problema: è privata (neanche del partito, ma privata di una singola impresa, la Casaleggio Associati), non trasparente e soggetta a rischi legati alla sicurezza informatica.

Un secondo significato di democrazia digitale si riferisce ad un passaggio ulteriore, questa volta più sostanziale, cioè alla possibilità di trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta grazie all’uso della tecnologia digitale, affinché la sovranità popolare non sia più limitata all’elezione di organi rappresentativi, ma si eserciti in maniera continuativa in una vera e propria funzione legislativa diretta. In questo caso i problemi non sono di natura tecnico-strumentale (sul digitale), bensì di natura prettamente politica e filosofica (sulla democrazia diretta in sé), e riguardano tra le altre cose l’ordine socio-economico delle società moderne, i limiti dello Stato di diritto di fronte alla possibile dittatura delle maggioranze, il rischio di derive demagogiche e populiste, il ruolo positivo e necessario di corpi di rappresentanza intermedi. Quello della democrazia diretta (digitale o no) è, infatti, un mito, dentro il quale è facile scorgere i semi del collettivismo che già tante volte nella storia hanno prodotto regimi illiberali e oppressivi.

Se si considerano i due ordini di problemi accennati fin qui, è possibile rendersi conto di come la democrazia digitale interpretata dai Cinque Stelle rischi di essere semplicemente una democrazia non diretta ma etero-diretta, opaca, demagogica e illiberale.

Un terzo fronte della democrazia digitale riguarda poi l’uso della Rete per rafforzare le forme della cosiddetta democrazia collaborativa, legata all’applicazione della filosofia del governo aperto e ai canali concreti a disposizione di istituzioni più trasparenti, responsabili e aperte al dialogo con la società.

Come PD (e come forza di governo) vale certamente la pena investire politicamente sul primo e sul terzo fronte della democrazia digitale, lasciando perdere i falsi miti dei Cinque Stelle, e lavorando invece all’innovazione nel campo della sicurezza del voto elettronico e nel campo del governo aperto, poiché si tratta delle sfide della democrazia dei prossimi decenni.


Alberto Bitonti

Professor of Politics presso IES Abroad Rome, PhD in Scienze politiche, Fellow della School of Public Affairs all’American University di Washington DC, attivista nel campo dell’open government e segretario del circolo PD di Trastevere (Roma). Si occupa di teoria politica, di epistemologia e di diversi temi riguardanti i processi politici e il potere. Ultimo libro: Lobbying in Europe. Public Affairs and the Lobbying Industry in 28 EU Countries (Palgrave Macmillan 2017, con Phil Harris - www.lobbyingineurope.com). Su Twitter è @albertobit.

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