Come si diventa licantropi? Ebbene, esplorando brevemente la pagina di Wikipedia relativa all’argomento troviamo diverse teorie: per alcuni bisogna essere morsi da un licantropo, secondo altri è necessario indossare una testa di lupo, o ancora accettare da Satana un regalo dal valore estetico opinabile come una pelle scorticata di lupo mannaro.

Analogamente, da qualche mese si stanno spargendo teorie diverse, ma altrettanto ardite, sulle modalità necessarie per trasformarsi in elettore di Trump o, in generale, in un populista occidentale.Le spiegazioni si dividono innanzi tutto in due correnti di pensiero diverse: populista si nasce o si diventa?

Per coloro che pensano che il populismo sia una malattia congenita contratta alla nascita le spiegazioni sono abbastanza chiare: il populista è stupido, il populista è pazzo. O entrambe le cose. Un difetto innato nel suo sistema nervoso gli impedisce di soppesare correttamente la logica e l’opportunità delle sue decisioni che finiscono per essere guidate da istinti ferini magistralmente sfruttati dalla mefistofelica macchina propagandistica del populismo moderno.

Per la seconda corrente di pensiero si entra nel campo del fatalismo e dell’inevitabilità. Esclusione sociale, diseguaglianza disoccupazione, competizione e paura dello straniero. Economia insomma, distrutta e resa ingiusta dal diavolo neoliberista (a sinistra) o dall’immigrazione buonista e selvaggia (a destra). Il problema di questa narrazione, che ama riportare le lancette della storia indietro e ritornare alla cara e sempre verde (rossa) retorica della working class e dell’emarginazione sociale causata dal capitale, è che i poveri, quelli veri, in America non hanno votato per Trump ma per la diabolica paladina del neoliberismo Hillary Clinton. Tutti i dati finora pubblicati sull’elettorato di Trump dimostrano come i suoi elettori siano prevalentemente classe media, spesso alta classe media, bianchi, occupati e non certo vicini al deperimento per inedia.

Quindi quale delle due? Genetica o questionabile emarginazione? Per conciliare le due correnti pur mantenendo la spiegazione ancora strettamente nel campo del “genetismo” è riemersa una teoria vecchia di qualche anno proveniente nientemeno che dall’accademia di scienze sociali americana che introduce una precisa forma antropologica: l’Autoritarismo (“Authoritarianism”). In un articolo diventato virale di Vox (“The Rise of American Authoritarianism”) poi ripreso dal blog della London School of Economics, i politologi Marc Hetherington, Jonathan Weiler e Matthew McWilliams spiegano la loro teoria che abilmente concilia le diverse posizioni: l’”autoritario” è un individuo con una naturale predisposizione a preferire leader forti, gerarchie e regole assolute. L’autoritario però non si mostra sempre al mondo per quello che è. Come il lupo mannaro per molto tempo può apparire un umano come tutti gli altri e perfino “votare liberale” fino a quando la sua “autoritarietà” non viene “attivata”. Non con la luna piena in questo caso, ma attraverso alcune particolari condizioni ambientali come “crisi economiche” e “forti cambiamenti sociali”. Stando alla logica di questa nuova dotta narrazione, l’”Autoritarismo” si sarebbe diffuso in questi anni a macchia d’olio (non si capisce se perché gli autoritari si riproducono più velocemente o se c’è invece una qualche contaminazione infettiva) in tutta l’America e in Occidente soprattutto tra alcuni gruppi meno immunizzati di altri come la classe media bianca e rurale. Insomma, si critica la retorica di Trump perché crea gruppi-bersaglio come neri e messicani da dare in pasto all’odio del suo elettorato, e poi si crea l’immagine di un gruppo di “diversi”, di “licantropi politici”, da dare in pasto all’odio e allo smarrimento del proprio elettorato sconfitto.

È chiaro che per alcuni questo tipo di spiegazioni tranquillizzano e allontanano la responsabilità da campagne elettorali fallimentari e in generale dall’incapacità di comprendere e rappresentare i bisogni di interi strati sociali. Per altri, come chi scrive, nati e cresciuti in quartieri popolari abitati da piccole borghesia impoverita, rappresentano però una prospettiva terrificante e, vista l’enorme diffusione del gene/virus populista nei nostri quartieri, ormai viviamo nel terrore di poterci svegliare un giorno tifosi di Di Canio.

Ma nei momenti di tranquilla lucidità si fa fatica a ignorare una semplice verità: l’affinata e insuperabile capacità delle forze politiche mainstream occidentali, e soprattutto della sinistra, di trovarsi sempre sofisticate autogiustificazioni. Dal paese “inevitabilmente di destra” di D’Alema al “grillino stupido e ignorante” di oggi. Sembra incredibile come la sinistra italiana passata attraverso il fallimentare ventennio berlusconiano, continui a spendere molte più energie a giustificare raffinatamente la propria pochezza piuttosto che accettare una semplice verità: il populismo fornisce una risposta chiara e comprensibile ai problemi delle persone. Sbagliata il più delle volte, ma pur sempre una visione – il popolo soggiogato dalle élite corrotte – e delle soluzioni – uscire dall’Unione Europea, chiudere le frontiere.

Ma per ora poco sembra cambiare da noi, con la “sinistra sinistra” prontamente schierata dalla parte del probabile affossamento il prossimo 4 dicembre dell’unico vero esperimento riformista tentato in decenni in questo paese. Una visione alternativa a quella populista, quella di una Italia più liberale ed Europea, e delle risposte, dall’immigrazione al mercato del lavoro. Colpevole, non sia mai, di aver provato ad abbandonare l’elitismo e l’utopia priva di azione con parole comprensibili e pragmatismo. Ma per una volta è giusto ammettere che il cinismo e la pochezza della sinistra italiana non sono più un’eccezione internazionale. L’irresistibile tendenza all’autogiustificazione intellettuale sembra infatti aver infettato anche i corrispettivi d’oltralpe e d’oltreoceano. Chissà, forse attraverso il morso o la pelle di un grillino mannaro.


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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