Il fact-checking, insieme ad altri termini come fake-news o post-verità è entrato prepotentemente nel vocabolario del dibattito pubblico di questi anni in Italia come nel resto del mondo. Mentre nasce con l’esigenza di verificare ciò che i politici affermavano in discorsi pubblici e campagne elettorali, oggi l’attività dei fact-checker va ben oltre la semplice comunicazione politica occupandosi spesso anche delle notizie divulgate dal mondo dei media. È certamente una reazione alla rivoluzione che la tecnologia digitale ha portato nei media, aumentando a dismisura fonti e narrative e rendendo spesso necessaria una “voce terza” che si occupi di verificare i fatti e i numeri contenuti nella comunicazione. Una verifica portata a termine dai fact-checker  appoggiandosi alle fonti considerate quanto più neutre e affidabili possibili.  Il fact-checker è quindi una figura nuova nel panorama giornalistico, anche se ispirata dalla tradizionale figura del revisore di bozze che fin dagli anni Venti nelle redazioni di giornali come il Newyorker e il TIME  aveva compiti di verifica molto simili. Ma il fact-checker di oggi ha un compito certamente più complesso e di crescente importanza: mantenere le sempre più numerose narrazioni politiche e giornalistiche quanto più possibile attaccate ai fatti e alla realtà. Il fact-checker non assegna ragione o torto a una interpretazione della realtà piuttosto che un’altra. Il suo compito è verificare i fatti su cui tali narrazioni si poggiano. Un compito ovviamente delicato, che spesso presta il fianco a critiche e attacchi. Ma che sta diventando sempre più importante, soprattutto nelle società occidentali.

In Italia il principale sito che si occupa di fact-checking è Pagella Politica, nata nel 2012 dall’idea di un gruppo di giovani giornalisti e ricercatori. Alexios Mantzarlis ne è stato uno dei fondatori e ne ha seguito lo sviluppo e l’affermazione nel panorama italiano prima di essere chiamato a lavorare a Poynter, uno dei più importanti centri di ricerca nel campo dei media degli Stati Uniti. Oggi Alexios si occupa prevalentemente di fact-checking e dell’impatto che ha sui media e sulla società soprattutto in America, anche se non ha smesso di seguire con Pagella Politica.

Ad Alexios abbiamo chiesto a che punto è oggi il fact-checking e quello che sappiamo del suo impatto sulla società e la politica. Ma dal suo osservatorio privilegiato di Poynter gli abbiamo chiesto anche qualcosa sugli ultimi grandi eventi avvenuti nel mondo dei media e dei social, dal manifesto del fondatore di Facebook Mark Zuckerberg a Vault 7, l’ultima grande release di WikiLeaks.

ED: Alexios, in altre tue interviste precedenti ho letto che sei scettico riguardo alla questione fake-news, in particolare rispetto alla dimensione del problema. Il fact-checking però non sembra nato proprio perché evidentemente i fatti non sono più così certi e vanno “controllati”?

AM: Non è che sono scettico del termine fake-news. Sono un po’ guardingo su come viene usato. Finchè era usato un po’ fra addetti ai lavori come termine per definire quelle storie puramente inventate dal nulla per scopi puramente finanziari da gente che oggettivamente della politica non gliene fregava niente era una cosa. Ora negli Stati Uniti e anche in Italia è diventato qualcosa di diverso. Un po’ perché Trump l’ha fatto uno strumento suo contro i media tradizionali, un po’ perché i media tradizionali hanno iniziato a chiamare fake-news ciò che veniva da fonti come Breitbart o altre fonti di informazione che saranno propaganda, saranno spesso esagerate, ma che non sono fake-news propriamente dette. Quindi vedo un grande miscuglio di cose oggi all’interno dell’etichetta fake-news. Soprattutto in Italia, dove ormai fake-news rientra in un unico calderone insieme, per esempio, all’hate-speech o al trolling. Penso in particolare alle posizioni promosse dalla Presidente della Camera.

Quindi trovo semplicemente che le soluzioni proposte e alcune reazioni “in preda al panico” che si registrano rispetto al termine “fake-news” – che ormai vuol dire tutto e niente – rischiano di fare più male che bene. Soprattutto se si mette in ballo il legislatore.

Questo naturalmente non significa che il problema non esista. C’è un sacco da fare, per i media, i fact-checker, gli educatori. Tutti hanno qualcosa da fare a questo proposito. Ma partendo sempre da quella premessa, ovvero la necessità di capire prima di tutto bene di cosa stiamo parlando e le reali dimensioni del problema.

 

ED: Quindi secondo te il fact-checking nasce effettivamente dal fatto che evidentemente esiste un problema sulla veridicità dei fatti riportati?

AM: Il fact-checking era nato principalmente per affrontare il problema delle balle in politica. Il grande vecchio del fact-checking online internazionale è FactCheck.org, nato nel 2003, ben prima di questa attuale onda di preoccupazione per le fake-news. Affrontava soprattutto dibattiti, discorsi e campagne politiche. Di sicuro il fact-checking in questi anni sta avendo una seconda ondata, diventando il modo in cui molti nuovi media tradizionali e nuovi progetti stanno reagendo alle fake-news.

 

ED: Tu che li vedi quotidianamente, quali sono gli effetti e i limiti del fact-checking?

AM: Sicuramente grazie a questa attenzione aggiuntiva sono usciti di recente molti nuovi studi. Ne cito tre per chi volesse approfondire: “Do People Actually Learn from Fact-Checking?” di Brendan Nyhan e Jason Reifler, “The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes’ Steadfast Factual Adherence” di Thomas Wood e Ethan Porter e “Processing Political Misinformation: comprehending the Trump phenomenon” di Briony Swire. Tutti e tre dimostrano che il fact-checking effettivamente rende più accurate le opinioni delle persone. Quindi nonostante tutto questo chiacchiericcio del “post-fact”, della “post-verità” in cui i fatti non contano più, in realtà si dimostra che presentare delle correzioni a un lettore funziona.

Certamente bisogna però sottolineare anche che funziona fino a un certo punto. I dati dimostrano che quando c’è una qualche convenienza concreta nel credere nella veridicità di un fatto non vero c’è più resistenza ad accettare la correzione. L’altro limite, molto più politico, è che comunque la gente non tende a cambiare voto anche quando messa di fronte alla non veridicità di un fatto. Può magati avere una comprensione migliore ma questo non rende meno probabile il voto a Trump, per esempio.

Un altro limite è il cosiddetto “familiarity effect”. Ovvero l’effetto per cui più una storia viene ripetuta e più ci resta nel fondo del cervello. C’è quindi ovviamente il rischio che nel continuare a coprire una balla, anche se è una balla, in una fetta consistente della popolazione questa balla alla fine rimanga impressa ancor più della correzione.

 

ED: Facebook sembra diventare una nuova frontiera non solo per il giornalismo ma anche per i fact-checkers, so che voi siete coinvolti nel loro nuovo programma ideato per arginare le fack-news. Cosa pensi delle ultime uscite di Zuckenberg? In fondo seppur liberal e politicamente corretto non è meno democratica una operazione come quella di Facebook che mira a cambiare le vite di miliardi di persone partendo da una azienda privata piuttosto che quello che fa una figura come Trump? 

AM: È certamente un argomento delicato. Bisogna sicuramente dire che è almeno un paio d’anni che gli analisti dell’industria dei media continuano a dire cose come “Facebook svegliati!”, “Facebook ora sei un publisher!”, “Sei ormai una fonte principale di informazione!”. E per molto tempo Zuckerberg ha fatto finta di niente, come se Facebook non c’entrasse nulla con i media. Ora sta un po’ accelerando il passo a partire da novembre. E certamente io condivido con te la preoccupazione che il manifesto che ha pubblicato sia un manifesto politico prima ancora che semplicemente una dichiarazione di intenti rispetto al ruolo dei media. C’è da dire che è arrivato di reazione dopo tutte le critiche che erano piovute sul fatto che avesse permesso la circolazione di fake-news che hanno evidentemente provocato un movimento interno all’azienda una volta che tutto questo era diventato un grosso problema di public relations. Quello che sinceramente più ha colpito me è che non ho visto emergere da queste dichiarazioni un particolare attaccamento al principio della trasparenza, che secondo me dovrebbe essere alla base di qualunque nuovo passo di Facebook. Trasparenza soprattutto in merito ai dati che hanno e che raccolgono internamente su come vengono consegnate le informazioni, su come circolano, quali correzioni funzionano, quali meno. Questi dati dovrebbero essere condivisi con il mondo della ricerca e del giornalismo in modo da poter avere uno scrutinio esterno su come agisce Facebook sul nostro consumo di informazioni. Perché non essendoci un vero e proprio competitor se qui non si inseriscono meccanismi di accountability il rischio di soluzioni raffazzonate e deludenti è alto. Soprattutto per questo condivido le tue preoccupazioni.

ED: Usciamo un po’ dall’ambito fact-checking e guardiamo alla stretta attualità. L’ultima release di WikiLeaks ha scatenato grandi polemiche. Da una parte chi accusa Assange di essere sostanzialmente al servizio dei russi, provandolo con il fatto che tende effettivamente sempre a colpire le attività dei servizi americani e mai quelli russi che oltretutto lo ospitano. Dall’altra chi lo difende ribadisce la veridicità dei leak e quindi la legittimità della loro pubblicazione. Spesso però chi ha questa posizione finisce per costruire una narrativa fortemente anti-americana, a vantaggio di quei paesi e di quei movimenti che dell’anti-americanismo fanno una bandiera. Paesi e movimenti che però hanno anch’essi posizioni e comportamenti opinabili, ma meno indagati e pubblicizzati. Qual è la tua posizione in merito?

AM: Premesso che questo non è il mio campo e quindi questa è solo una opinione informata. Secondo me c’è una differenza tra la trasparenza praticata da Assange e quella praticata da Snowden o Greenwald e credo che i leak indiscriminati, per quanto veritieri, abbiano spesso un effetto perverso. Sposo in pieno il ragionamento di Zeynep Tufekci, la quale dice che se arriviamo al punto che qualsiasi cosa che facciamo o diciamo rischia di finire online perché semplicemente abbiamo avuto una interazione con qualcuno di potente, o se le comunicazioni interne di un intero partito come quello democratico (americano) rischiano di essere schiaffate online senza filtro o contestualizzazione può accadere facilmente quello che viene definito un “chilling effect”, ovvero le persone iniziano ad applicare su di sé una auto-censura. Se sei politicamente attivo e hai il timore che tutte le tue comunicazioni potrebbero andare online diventi automaticamente più guardingo in tutto quello che dici. È peraltro una critica che coloro che ammirano Snowden spesso accolgono e sentono propria. Perché ciò che Snowden ha denunciato sulla NSA è che appunto ci monitora tutti. E anche dire “ah, ma io non ho fatto niente e quindi non ho paura di essere monitorato” è una giustificazione solo parziale perché se sappiamo di essere sempre monitorati sappiamo che a qualsiasi deviazione, anche piccola, dal legale o dal politicamente corretto c’è quest’occhio sopra di noi che ci osserva e finiamo per limitarci automaticamente. E questo vale soprattutto quando si tratta di esprimere dissenso che quindi viene automaticamente limitato. Credo che i leak fatti in questo modo abbiano lo stesso effetto.  Io ovviamente appoggio i leak e l’attività dei whistleblower quando c’è qualcosa di concreto da dire e da denunciare. Credo però che la critica più valida a questo tipo di attività sia questa.

ED: Secondo te la qualità del giornalismo è veramente crollata o semplicemente la quantità di voci e mezzi di verifica ha portato a galla distorsioni e problemi che semplicemente prima rimanevano nell’ombra?

AM: Credo ci sia un po’ di tutti e due. In parte il collasso del business model del giornalismo ha reso molti giornali e molti giornalisti meno rigorosi di quanto non lo fossero. La spinta a pubblicare in continuazione ha ridotto la differenza tra giornalismo online e blogging. E in questo oceano di cose più o meno valide il lettore fa fatica a distinguere tra giornalismo di qualità da giornalismo meno di qualità. Io credo che la differenza però ci sia ancora, e che sia importante. Credo che ci siano metodologie e meccanismi che un reporter serio segue e che uno che scrive da casa sua non applica. Ma credo che queste differenze dovrebbero essere difese e spiegate. Purtroppo però al momento non vedo molti media che si prendono la premura di spiegare perché quello che fanno loro è diverso dall’informazione che si può trovare altrove.


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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