La fotografia del voto americano è quella di qualche isola blu in un oceano rosso. È facile riconoscere, in alto a sinistra, l’azzurro di Seattle nel rosso dello Stato di Washington. Brillano le macchie blu di Chicago e di Minneapolis che sono bastate, da sole, ad assicurare la vittoria di Hillary Clinton negli Stati dell’Illinois e del Minnesota. Mentre non vale lo stesso per i punti blu di Detroit e di Milwaukee, sui quali hanno prevalso le distese rosse delle campagne del Michigan e del Wisconsin. Nel Nordest la striscia blu include, naturalmente, le metropoli di New York e Boston, e scende fino a Philadelphia, collegando tra di loro una serie di città come Charlotte e Atlanta.

Tale geografia e fenomenologia del voto americano non appare certamente una novità rispetto al passato. Tuttavia, questa volta sembrerebbe che la spaccatura dell’elettorato sia stata più profonda del solito. Mai come questa volta, le aree blu sono solo ed esclusivamente quelle più densamente popolate, le città. Negli USA ospitano il 62 per cento della popolazione, il che spiega anche perché Hillary Clinton abbia prevalso nel voto popolare, con quasi due milioni di voti in più del suo avversario, ma abbia perso le elezioni della nazione in cui i grandi agglomerati urbani rappresentano meno del 4 per cento della massa terrestre.

È nelle città che abitano, naturalmente, i grandi leader politici e i rappresentanti della società civile, del business e dello spettacolo, che mai come per le elezioni 2016 si sono spesi attivamente con video, dichiarazioni e interviste contro il diavolo Trump. Da Robert De Niro e George Clooney, fino a Beyoncé e Jennifer Lopez: il mondo delle celebrità ha  entusiasmato gli elettori di Hillary Clinton che animano i salotti di New York e i red carpet di Los Angeles, ma non sembra avere sortito effetto sulla popolazione anche un po’ invecchiata dei villaggi dell’Ohio. Gli editoriali del New York Times hanno consolidato l’opinione degli avventori dei caffè di Boston, ma non hanno convinto nessuno nei country diner del Michigan.

Nell’era della crisi economica e dell’instabilità globale, sembrerebbe che la classe media che vive nelle aree rurali guardi sempre meno ai politici di Washington come a delle guide a cui affidarsi. Gli intellettuali di New York muovono sempre meno le loro opinioni. E forse anche gli attori di Hollywood non ispirano più i loro sogni come una volta. Le riflessioni e le decisioni della classe media sono forse dettate da preoccupazioni più cogenti: il lavoro che manca, il reddito che diminuisce, il diverso che penetra nel perimetro delle abitudini e le minacce che tuonano da lontano.

Non che i progressisti americani dell’era Obama non abbiano cercato di governare la crisi. I risultati, specie in materia economica, sono stati notevoli, con la riduzione della disoccupazione dal 10 al 4 per cento in otto anni. Ma non tutti i problemi sono stati risolti, non tutte le minacce sono state sventate e di nuove se ne sono aggiunte. Negli Stati Uniti come nel Vecchio Mondo gli elettori della classe media esigono risposte. Non si accontentano più di un’avvincente quanto generica esaltazione dei valori progressisti. E per quanto sincere esse siano, non si fidano più delle promesse di un establishment che lavora per un orizzonte più roseo.

Difficile pensare che gli elettori abbiano potuto onestamente dubitare dell’impegno sociale e della competenza politica di Hillary Clinton, ma queste sono parse ai più delle virtù distanti dalle loro esigenze concrete; il lusso di una classe sociale cittadina e privilegiata. Diverso il pragmatismo populista di Donald Trump, che richiamando i sentimenti più comuni è apparso vicino e convincente.

Dopo la speranza di Obama, l’esasperazione di Donald Trump. Questi i sentimenti che hanno guidato la matita nelle cabine elettorali americane. Un processo non sorprendente all’analisi del commentatore europeo, che appena quattro mesi fa ha vissuto lo shock di Brexit e che osserva con preoccupazione il vento populista che soffia dall’Est Europa e che osserva cicloni diffusi in ogni Paese del Vecchio Continente, compreso il nostro.

Nel 1930, José Ortega y Gasset pubblicò “La ribellione delle masse” scrivendo della rivoluzione bolscevica e dell’ascesa del fascismo in un contesto in cui un senso di smarrimento popolare accompagnava l’Europa all’indomani del 1914-18. Una ribellione contro le élites non solo economiche, ma anche politiche e intellettuali, che condannò il continente e il mondo intero alla catastrofe della seconda guerra mondiale.

Non si vuole qui esagerare i rischi dell’imminente amministrazione Trump. Il sistema istituzionale americano è dotato dei necessari checks and balances per equilibrare, nei prossimi quattro anni, gli eventuali effetti nefasti di un Presidente che si è pubblicamente vantato dell’imprevedibilità delle sue azioni. E molto dipenderà anche dal comportamento e dal livello di responsabilità che assumerà il Partito Repubblicano che controlla il Congresso americano.

Quanto ai Democratici americani e più generalmente ai progressisti di ambo le sponde dell’Atlantico, ieri è stato loro recapitato un messaggio importante. Occorre quindi del tempo per analizzarne scrupolosamente il contenuto e per sviluppare un’adeguata risposta.

Essa dovrà essere fondata su una più effettiva capacità di ascolto, volta a raccogliere le esigenze imminenti e concrete di un elettorato, quello della classe media o almeno di una grande parte di essa, senza il quale è impossibile vincere le elezioni negli Stati Uniti quanto in ogni altro Paese. Inutile disegnare con passione un futuro fatto di valori quali l’eguaglianza, il pluralismo, l’inclusione sociale, la pace e l’internazionalismo, se non si è altrettanto preparati nel dare risposte concrete a chi denuncia un presente di degrado economico, di regresso sociale o comunque di aspettative frustrate.

Con l’ascolto, all’abilità di convincere dobbiamo accompagnare la capacità di farci convincere. Non basta costruire un futuro più prospero, occorre anche offrire garanzie per il presente, con misure immediate per migliorare la condizione sociale e l’aspettativa dei cittadini e degli elettori.

I populisti riescono in tale operazione costruendo artificialmente figure nemiche, siano esse gli immigrati insidiosi, i politici corrotti, le banche truffatrici, le religioni malevoli, o i popoli inferiori. Promettono poi di neutralizzarle, di risolvere così ogni male e restituire il benessere perduto. Una retorica pericolosa, della cui dannosità la storia è testimone.

E se, almeno nell’immediato, la demonizzazione del populismo non si è mai rivelata efficace, un antidoto è tuttavia necessario e corrisponde alla precisa responsabilità che incombe oggi sul ceto politico. Una via potrebbe essere quella di rimettere i diritti, in particolare quelli fondamentali e quelli sociali, al centro dei programmi e del dibattito. Non si tratta di recuperare una visione del mondo e della politica ormai datata. L’evoluzione delle società e del mercato del lavoro sono una realtà, e le regole per il suo funzionamento hanno bisogno di essere aggiornate.

Si tratta, invece, di rimettere le persone, gli individui e i loro diritti, al centro del discorso politico. Altrimenti, gli elettori continueranno ad avere l’impressione che la sinistra si stia occupando del mondo e del futuro, magari anche dei più deboli e dei popoli oppressi; insomma di tutto, ma mai di loro.


Erik Burckhardt

Ignora i confini inter-europei e gli piace attraversarne quanti più possibili nel mondo. Collabora dal 2011 con il PD alla Camera dei Deputati sulle politiche europee e internazionali. Nato nel 1986, di doppia cittadinanza italiana e svizzera, è cresciuto a Milano. Parla quattro lingue, ma lotta infruttuosamente per apprendere l’arabo. Dopo avere studiato Giurisprudenza a Firenze e alla Sorbona di Parigi ha conseguito un Master in Filosofia del Diritto e Diritto politico a Parigi e un LLM in Diritto europeo presso il College of Europe a Bruges. E’ vice-presidente di MondoDem.

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