Di Daniele Fattibene*

Un cavallo di Troia per l’Unione Europea?

La comunità euro-atlantica è ormai attraversata da una profonda crisi di legittimità delle élite politiche, che sta spianando la strada all’emergere di forze ultra-nazionaliste. Uno dei casi più preoccupanti è sicuramente rappresentato dalla Polonia. Per anni definito – giustamente – come esempio di transizione politica ed economica di successo, il Paese si sta trasformando in un pericoloso “cavallo di Troia” per l’Unione Europea (Ue). La Polonia si sta infatti mettendo a capo di un agguerrito gruppo di Paesi che non solo osteggia il processo di rafforzamento delle istituzioni europee (si pensi ad esempio all’opposizione alla ripartizione dei migranti tra i vari membri dell’Ue), ma rischia di minarne i principi e valori fondamentali.

I motivi della crisi istituzionale

La drammatica crisi istituzionale in cui Varsavia è precipitata negli ultimi dodici mesi sta mettendo a repentaglio tanto i rapporti fra i poteri dello Stato, quanto con le istituzioni europee. Il partito di governo Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość – PiS) guidato da Jarosław Kaczyński ha iniziato una durissima battaglia contro la Corte Costituzionale, che ha creato una dura reazione da parte del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea. Dopo la vittoria del PiS alle ultime elezioni parlamentari, il Presidente Duda (eletto precedentemente e anch’egli membro del PiS) si è rifiutato di far giurare i tre giudici costituzionali che erano stati nominati dal Parlamento uscente, guidato dal partito del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk. Il nuovo Parlamento ha quindi nominato altri tre giudici costituzionali e ha proposto una legge per riformare il funzionamento della Corte. Questa legge è stata criticata prima dal Consiglio d’Europa e poi dalla stessa Corte Costituzionale, la quale in due occasioni (a marzo e agosto) ha dichiarato le proposte di riforma parzialmente incostituzionali. Tuttavia, in entrambi i casi il Governo si è rifiutato di pubblicare le decisioni della Corte – procedura necessaria per renderle valide – e ha di fatto creato un buco nero nell’ordinamento giuridico del paese. Per questo motivo la Commissione Europea ha avviato un dialogo con il governo per analizzare la situazione nel paese all’interno del nuovo “Quadro sullo Stato di diritto”, e lo scorso luglio ha dato tre mesi alla Polonia per uscire da questa pericolosa fase di stallo. Il Governo ha del tutto ignorato le richieste di Bruxelles e ha proseguito nella sua campagna di delegittimazione della Corte Costituzionale.

La risposta della società civile

La politica del PiS ha suscitato una forte reazione di sdegno all’interno del Paese. Imponenti manifestazioni di piazza si sono registrate infatti non solo a seguito della protratta crisi istituzionale, ma anche per il tentativo del Governo di far approvare una legge che avrebbe impedito l’interruzione volontaria di gravidanza. Decine di migliaia di donne vestite di nero hanno marciato per le strade polacche, costringendo il Governo a ritirare il disegno di legge. Meno energica invece è stata la risposta dell’Ue. Bruxelles non può restare sorda di fronte a questo grido di allarme e deve prendere in considerazione tutte le misure – anche drastiche – per mettere un freno la deriva autocratica del Governo di Beata Szydło.

Un messaggio alle forze progressiste europee

La crisi polacca ha messo a nudo la presenza di un malessere sociale profondo, che le élite moderate del Paese non hanno saputo comprendere fino in fondo. Nonostante la Polonia sia stato uno dei pochi Stati a non aver sofferto la recente crisi economico-finanziaria, il divario tra i “vincitori” e gli “sconfitti” del processo di adesione alla comunità Euro-atlantica si è allargato pericolosamente, facendo emergere un nazionalismo reazionario e moralista. La risposta sdegnata della società civile a questa visione retrograda del Paese rappresenta tuttavia un campanello d’allarme per tutte le forze progressiste europee. Esistono ancora tante persone che continuano a credere nei valori europei di integrazione, ma che – disilluse dalla sordità delle élite – rischiano di abbracciare le idee di movimenti populisti. Occorre allora una nuova classe europea, che sappia intercettare gli esclusi e incanalare le loro istanze verso la realizzazione di una vera Unione sociale dei cittadini. Chi esita è perduto!

Daniele Fattibene lavora nel programma “Sicurezza e Difesa” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma. Laureato in Studi sull’Europa Orientale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna (Campus di Forlì), collabora a progetti sulla cooperazione europea in materia di sicurezza e difesa, con un focus particolare sui Paesi dell’Europa Centro Orientale, in particolare Polonia e Russia. Suoi articoli sono comparsi su AffarInternazionali, Reset-Dialogues on Civilizations, Russian International Affairs Council e Eastjournal. (Twitter: @danifatti)

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