La diffusione di internet su scala globale ha permesso di aumentare in maniera talmente sensibile la quantità e la qualità delle informazioni da risultare rivoluzionaria in quasi tutti i settori della vita umana, dalla politica all’economia.

Se l’economia è uno dei settori che ha risentito maggiormente dell’avvento della società dell’informazione, anche il settore della difesa ne è stato profondamente influenzato. Nato in ambienti militari come mezzo di comunicazione in caso di emergenza, internet è entrato in maniera organica nella dottrina militare statunitense già negli anni ’90 con la cosiddetta “Revolution in Military Affairs”, che ha teorizzato e sistematizzato l’informatizzazione dello strumento militare, ormai net-centrico nella fase di raccolta ed elaborazione dei dati sensibili, nonché razionale e discrezionale nell’attività di “targeting”.

Fatta questa premessa, non possiamo non notare come in campo strategico il contesto attuale sia comunque caratterizzato da un’enorme sproporzione tecnologica e dottrinale tra i paesi NATO (e in particolare gli Stati Uniti) e quelli che possono essere considerati i loro principali avversari di portata strategica, cioè Russia e Cina. Infatti, al netto delle politiche di ammodernamento attualmente in corso a Mosca e a Pechino, nonché della capacità di esprimere una volontà politica tale da sostenere un intervento militare prolungato di tipo convenzionale, il divario tra Occidente ed Oriente rimane talmente grande da poter essere efficacemente colmato solamente attraverso modalità di ingaggio non convenzionali, che si esplichino spesso in maniera preventiva e su una moltitudine di piani, da quello militare a quello politico, passando per la dimensione informatica e comunicativa.

È pertanto in questo quadro di riferimento che andrebbe inserito e interpretato, almeno da un punto di vista puramente strategico, l’attuale dibattito sugli effetti politici di quelle che vengono ritenute, da più fonti, vere e proprie campagne di disinformazione sul web e che tanto sembrano preoccupare le cancellerie occidentali, specialmente dopo il per certi versi sorprendente risultato delle recentissime elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Infatti secondo numerosi osservatori, per altro trasversali allo spettro politico, tale risultato non sarebbe stato possibile se prima non fosse stato preceduto da quella che viene considerata una vera e propria campagna di disinformazione, non solo montata ad arte dal candidato poi risultato vincitore, ma apparentemente alimentata da una serie di rivelazioni che sarebbero state addirittura estratte grazie all’operato di ambienti informatici clandestini vicini ai servizi segreti russi. Queste informazioni, dal grado di effettiva sensibilità oggettivamente molto variabile, ma comunque politicamente imbarazzanti, sarebbero state messe successivamente a disposizione dei media attraverso portali online solamente in apparenza neutri, al fine di creare un clima ostile all’affermazione del candidato inizialmente dato per vincente e maggiormente suscettibile di continuare quel progetto economico e politico che – bene o male – va avanti dalla fine della guerra fredda e che, di fatto, è spesso risultato ostile agli interessi di un Paese come la Russia.

Ovviamente, l’apparente capacità russa di creare e diffondere contenuti dal grande potenziale virale, sia offline che online, sarebbe ben poca cosa se non facesse leva su una debolezza intrinseca dell’Occidente di oggi, sempre più impoverito da una globalizzazione economica che ha spostato in Asia il proprio centro di gravità e sempre più impaurito di fronte ad un fenomeno migratorio visto come incontrollato e incontrollabile. È quindi in questo scenario di profonda inquietudine che agisce la narrativa cosiddetta “populista”, la quale, servendosi anche degli strumenti tipici della “disinformatia”, mira a orientare il dibattito pubblico e a offrire una realtà delle cose il più aderente possibile a quello che viene ritenuto essere l’idem sentire dell’opinione pubblica, in opposizione a quella che, a torto o ragione, viene ormai percepita come una élite colta, ricca e cosmopolita, ormai distaccata dalla realtà.

Il tema della disinformazione appare tra l’altro strettamente legato a quello della sicurezza informatica ed entrambe le questioni, alla luce degli ultimi accadimenti, risultano peraltro estremamente attuali. Se è vero, come sembra, che l’apparentemente stato confusionale delle nostre opinioni pubbliche può essere imputato anche a cause non strettamente oggettive, ma frutto di una manipolazione artatamente condotta dall’esterno, risulta allora di primaria importanza poter difendere i propri assetti politici ed economici dall’azione malevola di agenti ostili ai nostri interessi.

Poiché ormai la dimensione cyber costituisce a tutti gli effetti la “quinta dimensione” dei moderni conflitti armati (dopo terra, mare, aria e spazio), i principali Paesi del mondo stanno dedicando sempre più risorse, sia umane che economiche, a uno sviluppo tecnologico e dottrinario che consenta di incrementare le proprie capacità di attacco e difesa in ambiente informatico.

Di fronte all’evenienza che paesi stranieri dalle agende politiche potenzialmente confliggenti con le nostre possano, di fatto influenza in maniera determinante l’esito delle prossime tornate elettorali europee, diventa quindi di particolare attualità l’esigenza di razionalizzare e modernizzare l’impianto di cybersecurity del nostro paese, ovviamente in linea con le migliori pratiche dei nostri alleati, attuando possibilmente, a livello nazionale, quella centralizzazione delle attività di coordinamento e controllo che da più parti viene auspicata come necessaria a garantire la sicurezza e la competitività del nostro sistema politico ed economico nazionale, specialmente in una fase storica che sta vedendo la rapida affermazione dell’interconnessione totale tra gli oggetti del vivere quotidiano (IoT – Internet of Things).

Tutto ciò pone ovviamente degli interrogativi in particolare a un paese come il nostro, peraltro perennemente in bilico tra una solida e incrollabile fede nell’alleanza euro-atlantica e la necessità di differenziare le proprie relazioni politiche ed economiche, spesso guardando a est, per compensare un quadro continentale e/o atlantico non sempre particolarmente benevolo.


Davide Corazzini

Torinese, laureato in Relazioni Internazionali e Tutela dei Diritti Umani presso l'Università degli Studi di Torino, vivo e lavoro a Roma nel settore dei finanziamenti europei.

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