Introduzione

Il seguente documento intende offrire un sunto del dibattito relativo al fenomeno populista e alla sua relazione con la globalizzazione e la governance internazionale. Esso mira a chiarire, precisare e fissare alcuni elementi relativi al populismo emersi in questi mesi sui media e all’interno del dibattito politico. La prima parte si occupa di restituire una definizione di “populismo” in accordo con la letteratura corrente sul fenomeno. La seconda analizza invece gli elementi che ne hanno determinato le origini e lo sviluppo all’interno delle democrazie liberali occidentali, con una attenzione particolare per l’Unione Europea e l’Italia.

Definizione

In questa sede si è scelto di utilizzare la definizione di populismo formulata da Takis S. Pappas (2014; per una overview sul populismo europeo si veda anche Kriesi & Pappas 2015), uno dei principali studiosi dell’emergere del populismo moderno in Europa. L’autore fornisce una definizione dicotomica che compara il populismo emergente all’interno delle democrazie occidentali con il liberalismo che le ha caratterizzate per gran parte della loro storia. Pappas giunge così a definire il populismo come “Democrazia illiberale” contrapposta appunto alla “Democrazia liberale”. Sono tre le caratteristiche principali che distinguono la prima dalla seconda:

  • Multiple cleavages VS Single cleavage: Mentre in una democrazia liberale è riconosciuta e legittimata la presenza di diverse linee di divisione all’interno della società (economiche, etniche, religiose, ecc.) che possono talvolta sovrapporsi e influenzarsi a vicenda, il movimento populista ne riconosce e legittima una sola, relativamente statica e permeata da caratteristiche etico-morali: il popolo (buono) contrapposto all’establishment (cattivo).
  • Overlapping consensus VS Adversarial politics: A causa del riconoscimento di multiple, sovrapponibili e flessibili linee di divisione identitaria all’interno della popolazione la democrazia liberale tende a promuovere la ricerca del consenso e del compromesso tra forze politiche e sociali diverse. Al contrario, il movimento populista tende a non accettare come legittima la ricerca di consenso e legittimazione al di fuori del movimento stesso, vista come un cedimento all’establishment (unico altro gruppo sociale riconosciuto oltre al popolo) e quindi al “nemico”.
  • Constitutionalism VS Majoritarianism: Mentre le forze che agiscono all’interno della cornice di una democrazia liberale tendono a riconoscere i limiti e i contrappesi previsti dalle regole imposte dalla legge e soprattutto dalla Costituzione, il partito populista tende a vedere questi elementi come illegittime restrizioni alla volontà popolare. Ciò discende direttamente dall’interpretazione secondo la quale l’elettore del partito populista è l’unico vero rappresentante del “popolo” (buono) la cui volontà deve essere rispettata. Essendo coloro che non aderiscono al partito populista parte dell’establishment (cattivo) o comunque ad esso affiliati, essi non hanno diritto alle garanzie attribuite alla minoranza incluse nelle costituzioni liberali.

Origine e sviluppo

Il crescere del populismo in Occidente è stato numerose volte collegato al crescere della globalizzazione. L’analisi è di per sé corretta ma spesso articolata in modo troppo semplicistico. Nella maggioranza dei casi troviamo infatti un discorso che attinge molto alla retorica novecentesca della working class e che tende a riportare il tutto a una questione di lotta di classe vecchio stampo tra padroni del capitale e proletari – nella versione moderna “working class” o “piccola classe media” – i cui salari e posti di lavoro sono costantemente diminuiti a causa della competizione dei prodotti e della forza lavoro esteri e della finanziarizzazione dell’economia. Secondo tale approccio abbiamo quindi a che fare con strati sociali impoveriti, caratterizzati dall’appartenenza alle classi più svantaggiate e meno istruite. Queste sarebbero state a lungo ignorate dalle élite, che hanno dato priorità ai propri interessi e ai propri affari su scala globale.

Per quanto certamente questa spiegazione catturi una parte del problema, essa va significativamente precisata e completata. Precisata prima di tutto perché, come Brexit e elezioni americane hanno dimostrato, la maggior parte degli elettori populisti non appartiene alle classi sociali più svantaggiate. Soprattutto in America e nel Regno Unito queste ultime sono infatti composte da minoranze, solitamente escluse dalle grandi narrazioni populiste e soggette spesso ad altri tipi di auto-narrazione che si esprimono in forme di collective-action alternative, in alcuni casi anche fuori dalla legalità (identitarismo etnico-religioso più o meno radicalizzato, o organizzazioni criminali a controllo territoriale). La grande maggioranza che però continua a identificarsi col sistema tende a scegliere ancora partiti mainstream, visti come gli unici in grado di tutelarla di fronte al crescente razzismo populista.

Il populismo trae quindi gran parte del proprio consenso nelle classi medie: piccola borghesia, media borghesia ma, e questo è importante sottolinearlo, anche alta borghesia. Questo perché le trasformazioni socioeconomiche causate dall’innovazione tecnologica e dall’apertura del commercio e della finanza hanno trasformato profondamente il vecchio “divide” lavoro-capitale nel nuovo vincenti-perdenti della globalizzazione (Kriesi et al. 2006). Molti tendono a sovrapporre erroneamente i due concetti. Al contrario, le due linee di demarcazione tratteggiano due tipi di agglomerati sociali assai diversi. Nel caso del lavoro-capitale di stampo industriale-novecentesco si era di fronte a classi sociali ben delineate, caratterizzate da simile tenore di vita, simili salari, simili luoghi di aggregazione e così via. Il nuovo divide unisce invece strati sociali molto diversi nella stessa categoria. All’interno dei perdenti abbiamo infatti sia l’operaio della fabbrica delocalizzata, sia il piccolo esercente messo fuori mercato dalla catena commerciale estera; abbiamo il giovane istruito e precario, come abbiamo l’imprenditore abbiente ma incapace di reggere la competizione sul mercato internazionale.

La profonda trasversalità della classe dei perdenti della globalizzazione ha due fondamentali conseguenze. In primo luogo rende assai difficile la loro rappresentanza politica: un giovane laureato precario ha interesse nel ricevere maggiori tutele e salari, mentre l’imprenditore in difficoltà ha l’esigenza di mantenere, quando non aumentare, la precarizzazione e l’abbattimento del costo del lavoro per poter tenere aperta l’azienda. Entrambi non rientrano nel vecchio schema lavoro-capitale. Da una parte il giovane precario compie lavori sotto-mansionati ma comunque prevalentemente nel terzo settore, caratterizzato da grande ricambio e mobilità che impediscono di fatto il coagularsi di azioni collettive significative da parte dei dipendenti. La precarizzazione rende infatti il posto di lavoro anche più intercambiabile agli occhi del lavoratore che, dovendo scegliere tra intraprendere difficili azioni collettive per la stabilizzazione e il rafforzamento di una posizione lavorativa spesso demansionata e cercarne un’altra, preferisce la seconda opzione. L’imprenditore, da parte sua, non rientra più nella classica categorizzazione del proprietario dei mezzi di produzione in grado di estrarre consistente plus-valore. Spesso le piccole-medie imprese che caratterizzano il 90% del panorama imprenditoriale italiano sono incapaci di quel salto di produttività che farebbe effettivamente aumentare i propri margini. Oggi, spesso, la ricerca ossessiva di abbattimento dei costi dei salari non è motivata dalla ricerca di maggiori margini di profitto ma da un affannoso adattamento alla competizione con paesi caratterizzati da una forza lavoro assai meno retribuita. Non potendo, per ragioni dimensionali tipiche del panorama imprenditoriale italiano, aumentare la competitività tramite economia di scala e attività di ricerca e sviluppo.

Questo rende il classico “frame” (cornice di lettura della realtà) del conflitto lavoro-capitale meno “resonant”, termine che in sociologia definisce un concetto capace di essere percepito come adatto a spiegare la realtà in cui l’individuo si trova (per una overview vedere Benford and Snow 2000). Ciò causa uno scarso appeal delle classiche narrazioni di sinistra fra la popolazione a ogni livello: i soggetti di solito fanno fatica a ritrovarvisi e ciò ha impedito all’opposizione a sinistra del Partito Democratico di raccogliere i frutti del crescente malcontento verso il governo Renzi. Questo ci porta direttamente alla seconda conseguenza del nuovo “divide”: piuttosto che trovare responsabilità l’uno nell’altro, questi soggetti diversi come il precario e l’imprenditore in difficoltà tenderanno a percepirsi come vittime dello stesso processo, ovvero la globalizzazione, e degli stessi soggetti, ovvero coloro che la promuovono e la proteggono. Troveranno, quindi, un ruolo assai più convincente (e “resonant”) nella classica narrativa populista dell’élite VS popolo, che ha la straordinaria capacità di appiattire le enormi differenze sociali interne al concetto di popolo e di unirlo all’interno dello stesso “in-group” opposto a un “out-group” in rapporto verticale, ovvero le élite.

Tutto questo ci porta direttamente al secondo fondamentale elemento, spesso ignorato dalle classiche spiegazioni che si danno al fenomeno populista. L’aumentare della globalizzazione e dell’interdipendenza ha infatti portato anche al crescere costante del cosiddetto “vincolo esterno” degli esecutivi nazionali (Mair 2009). Il “vincolo esterno” consiste in tutti quegli accordi che lo stato ha firmato per garantire il funzionamento dell’attuale ordinamento economico internazionale. In un mercato finanziario aperto, per esempio, un grosso vincolo esterno è rappresentato dalla necessità degli stati di preservare l’equilibrio dei propri conti pubblici in modo da non causare emorragia di capitali esteri (e domestici). Per gli stati europei tale vincolo esterno è stato anche parzialmente istituzionalizzato nell’ambito dell’Unione Europea.

Il vincolo esterno, cresciuto negli anni, ha progressivamente diminuito lo spazio di manovra degli esecutivi nazionali e, col tempo, anche i programmi politici “realistici” dei cosiddetti “partiti di governo”. Chiunque governi, o voglia governare, nell’ambito dell’attuale ordine economico si trova di fatto ad avere opzioni limitate nel campo delle proposte economiche, rendendo le divisioni programmatiche tra i partiti “mainstream” sempre meno distinguibili, un limite che i partiti populisti sfruttano al meglio.

Come notato da Dani Rodrik (2012), l’incapacità di trasformare il vincolo esterno in una fonte di opportunità e di legittimazione è dovuta soprattutto al fatto che gli strumenti di governance internazionale che lo sostengono si sono rivelati troppo farraginosi e rigidi, nonché poco responsivi a problemi localizzati. Questo è dovuto soprattutto all’incapacità di democratizzare questi strumenti uscendo dalla logica della democrazia come strumento esclusivo dello stato-nazione. Una incapacità che ha caratterizzato perfino l’unica organizzazione internazionale che sembrava essere in grado di poter compiere il salto da un metodo intergovernativo a un metodo più genuinamente democratico: l’Unione Europea.

Rodrik sottolinea come le uniche vie d’uscita da tale situazione siano due: da una parte la riduzione dell’esposizione all’economia e alla politica internazionali e un ritorno alla dimensione dello stato-nazione caratterizzato da una apertura controllata e condizionata e un conseguente aumento della sovranità esercitabile da un esecutivo nazionale. Oppure, dall’altra, un allargamento dei metodi democratici al di fuori dell’ambito nazionale, riformando, soprattutto per quanto riguarda l’Europa, gli organismi dell’Unione Europea in senso democratico. A problemi causati da fenomeni globali possono rispondere solo istituzioni globali, le quali possono essere davvero responsive e percepite come legittime solo se trasformate in senso democratico. Un tale processo è probabilmente impossibile nel breve-medio periodo a livello globale, ma potrebbe esserlo a livello europeo. E può essere ottenuto solo dando una nuova percezione di legittimazione democratica che travalichi il confine nazionale.

 

 

 

Bibliografia

Benford R.D., Snow D.A., Framing Processes and Social Movements: An Overview and Assessment, Annual Review of Sociology, Vol. 26, pp. 611-639

Kriesi H., Grande E., Lachat R., Dolezal M., Bornschier S., Frey T. (2006), Globalization and the Trasformation of the National Political Space: Six European countries compared, PACTE, Working Paper n.1

Kriesi H., Pappas T.S. (2015), European Populism in the Shadow of the Great Recession, ECPR

Mair P. (2009), Representative versus Responsible Government, Max Planck Institute for the Study of Societies, MPIfG Working Paper 09/8

Pappas T.S. (2014), Populist Democracies: Post-Authoritarian Greece and Post-Communist Hungary, Government and Opposition, Vol. 49, No. 1, pp 1-23

Rodrik D. (2012), The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World Economy, W. W. Norton & Company


Eugenio Dacrema

Milanese (Gratosoglio) classe 1983. Laureato a Pavia e contro-laureato a Bologna, oggi è dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento. La sua ricerca verte su radicalizzazione, cambiamenti socioeconomici e tutta una serie di comportamenti umani cui crede di poter applicare teorie dei giochi usate in biologia per studiare micro-organismi privi di encefalo. È ricercatore associato dell’ISPI di Milano e dell’Università Americana di Beirut e scrive per numerose testate tra cui Corriere della Sera, Il Foglio e East. Da qualche anno colleziona involontariamente capitali levantine, e dopo Damasco ora vive tra Beirut e Amman. Parla inglese e arabo, e millanta una conoscenza del tedesco che i più rifiutano di confermare. E’ vice-presidente di MondoDem.

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