Business and human rights is at the basis of the new social contract

(John G. Ruggie, Bruxelles, 2 dicembre 2019)

Le imprese devono rispettare i diritti umani.

In molti casi la nozione di “diritti umani” tuttavia è sfuggente, così come i potenziali impatti negativi e i rischi connessi allo svolgimento di attività d’impresa sul loro godimento.

È dunque, in primo luogo, utile ricordare che la nozione di “diritti umani”, secondo le Nazioni Unite, include almeno tutti quelli riconosciuti nella Dichiarazione Universale del 1948 sui Diritti dell’Uomo, nei Patti delle Nazioni Unite del 1966 sui Diritti Civili e Politici ed Economici, Sociali e Culturali e negli strumenti fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. L’identificazione dei diritti toccati nel caso specifico dipende dunque dalla valutazione di fattori quali le dimensioni della società o del gruppo societario, la sua struttura, la filiera di produzione, la dislocazione geografica delle società affiliate o dei partner contrattuali e il settore merceologico. I titolari dei diritti in esame sono tutti i soggetti a vario titolo interessati lungo l’intera filiera di produzione dalle attività di impresa, tra cui i lavoratori, i consumatori e gli individui e le comunità locali (di cui potrebbero essere violati, per citarne alcuni, il diritto alla vita privata, all’ambiente salubre e alla salute, alla vita, all’acqua pulita e al cibo, o quello a non essere oggetto di trattamenti inumani e degradanti). Il rispetto dei diritti umani è dunque tanto più complicato in presenza di gruppi societari di carattere transnazionale che operino, mediante filiere di produzione articolate, sul territorio di Stati stranieri, eventualmente caratterizzati da situazioni politiche e sociali critiche e da standard bassi di protezione dei diritti umani. Ciò non vale ad escludere tuttavia che anche realtà a carattere strettamente nazionale non possano impattare negativamente o determinare violazioni, talvolta anche gravi, dei diritti umani, aspetto questo reso evidente purtroppo da alcuni recenti casi noti alla cronaca.

Come dimostrato dalla giurisprudenza elaborata dai tribunali di numerosi Stati europei le violazioni ad oggi interessano molti settori (dal tessile, al manifatturiero, all’estrattivo o minerario, solo per fare degli esempi). Dall’aprile 2020, peraltro, sarà possibile presentare anche davanti ai tribunali civili italiani class actions (ossia azioni collettive) contro imprese per ottenerne il risarcimento dei danni causati dagli abusi in esame, cosa che potrà facilitare l’instaurazione di contenziosi oggi molto costosi e complessi e dagli eventuali e significativi impatti reputazionali.

Le imprese devono pertanto rispettare i diritti umani. A maggior ragione lo devono fare nel momento attuale, in cui presso le Nazioni Unite si negozia il testo di un trattato internazionale (dunque uno strumento vincolante) in tema di diritti umani e imprese. La più recente bozza del trattato è stata pubblicata nel luglio 2019 dal gruppo di lavoro intergovernativo, che ha condotto 5 round negoziali a partire dal 2015. Il nuovo strumento internazionale potrebbe facilitare l’accesso delle vittime alla giustizia, specialmente in cause transnazionali, e imporre l’obbligo per gli Stati di adottare legislazioni in materia di human rights due diligence, ossia imporre l’attuazione di processi di prevenzione, monitoraggio e mitigazione degli impatti sui diritti umani connessi alle attività d’impresa.

Con la presidenza finlandese, anche l’Unione Europea, prima scettica, ha espresso il proprio favore alla negoziazione del trattato, purché esso crei un level playing field, ovvero armonizzi, per quanto possibile, l’approccio della comunità internazionale alla regolamentazione delle attività transnazionali d’impresa. L’Unione Europea, d’altronde, è già attiva su questo fronte: non solo ha proceduto all’adozione della direttiva sulla comunicazione delle informazioni di carattere non finanziario (EU Directive 2014/95, recepita in Italia con il D. Lgs. 254/2016) e del Regolamento (EU Regulation 2017/821) che prevede obblighi di due diligence sui diritti umani per le imprese europee che utilizzino i cosiddetti conflict minerals, ma recentemente la Commissione, come richiesto a gran voce dal Parlamento Europeo e sancito chiaramente dall’Agenda for Action on Business and Human Rights, lanciata a Bruxelles il 2 dicembre, sta considerando varie opzioni per una possibile iniziativa legislativa di carattere generale a livello europeo in questa materia.

Cosa deve fare pertanto l’Italia?

In quanto membro della comunità internazionale l’Italia, come tutti gli Stati, è già oggi obbligata a proteggere gli individui dalle violazioni dei diritti umani poste in essere da attori privati, incluse le imprese, ossia ha il dovere di agire, mettendo mano al proprio ordinamento giuridico. L’Italia non può dunque limitarsi a rimanere inerte. Più precisamente, le istituzioni possono adottare misure di carattere differente, preventive o repressive, finalizzate a istituire un sistema normativo, amministrativo, giudiziario in grado di proteggere gli individui dalle violazioni compiute da imprese. Secondo chi scrive – come già espresso nella Lettera Aperta sottoposta alle istituzioni, con la firma di più di 50 professionisti e accademici italiani e stranieri, reperibile al sito http://www.mondodem.it/op-ed/lettera-aperta-alle-istituzioni-italiane-in-materia-di-impresa-e-diritti-umani/ – è necessario che venga istituito a carico delle imprese italiane un obbligo di human rights due diligence, ossia un processo che consenta l’efficace monitoraggio, la prevenzione e la mitigazione dei rischi per i diritti umani riconducibili alle attività di impresa. Altri paesi europei, come la Francia, il Regno Unito, i Paesi Bassi, la Germania, la Svizzera, hanno proceduto o stanno procedendo all’adozione di normative corrispondenti e importanti indicazioni in merito provengono dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Alla loro stregua, tenendo conto delle peculiarità del nostro sistema giuridico, è pertanto necessario che l’Italia ora agisca.

Di Angelica Bonfanti, Marta Bordignon, Marco Fasciglione, Chiara Macchi


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