Di Bernardo Tarantino* 

Siamo abituati a considerare l’intelligenza artificiale[1] (IA) come qualcosa di fantascientifico e futuristico, quando invece è parte integrante del nostro presente. L’applicazione di nuove tecnologie come la robotica avanzata, la blockchain, i mezzi di trasporto autonomi e la tecnologia cloud avrà effetti potenzialmente dirompenti, modificando i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro e la distribuzione del reddito.

Grazie allo sviluppo dell’apprendimento automatico[2] e alla “datizzazione” (“datification”)[3] del mondo, l’IA ci aiuta ad affrontare le principali sfide del nostro tempo: dal trattamento delle malattie croniche alla riduzione degli incidenti stradali, dalla lotta contro il surriscaldamento globale al rafforzamento della cybersecurity. Non a caso l’IA occupa una posizione di rilievo nei discorsi di politica generale dei leader mondiali. Nel 2016, Barack Obama, in un’intervista a Wired, individuava nell’IA un formidabile strumento di soft power per gli Stati Uniti. Lo stesso Vladimir Putin ha enfaticamente dichiarato che “chi diventerà leader in questo settore sarà il padrone del mondo”. Recentemente, Emmanuel Macron ha lanciato la strategia francese per lo sviluppo dell’IA auspicando la costituzione di un ecosistema europeo dei dati.

L’Unione europea e gli Stati membri, senza una strategia per lo sviluppo dell’IA, rischiano di diventare “colonie digitali” dei giganti asiatici e nord-americani. Non è soltanto una questione di sviluppo economico, ma anche di sovranità, indipendenza e interesse nazionale. L’Europa possiede tutte le caratteristiche necessarie per poter raggiungere un’autonomia strategica e diventare competitiva nella corsa all’IA. Una ricerca all’avanguardia, la leadership nei settori dei trasporti, della salute e della manifattura, il Mercato Unico Digitale sono i suoi principali punti di forza. Tuttavia, gli investimenti europei in IA restano relativamente modesti se comparati a quelli dei principali competitor. Recentemente la Commissione europea ha proposto di portare questi investimenti a 20 miliardi di euro entro la fine del 2020 e ha inserito la trasformazione digitale tra le priorità del Multiannual Financial Framework 2021-2027. Assieme agli investimenti, l’accesso ai dati resta una condizione essenziale per lo sviluppo di un’industria europea dell’IA. I dati rappresentano un vantaggio competitivo nella corsa mondiale per l’IA e da questo punto di vista, è innegabile che i giganti del settore informatico partano considerevolmente avvantaggiati. Per invertire la tendenza occorre creare un ecosistema europeo che favorisca una maggiore accessibilità e libertà di movimento dei dati.

La strategia europea per l’IA ha soprattutto bisogno di una visione. Non serve emulare gli esempi nord-americani o asiatici per poter competere nella corsa mondiale dell’innovazione tecnologica. Piuttosto, occorre interrogarsi su come mettere l’IA a servizio dei cittadini europei valorizzando le nostre tradizioni giuridiche e politiche in materia di protezione degli individui. Gli elevati standard europei in materia di protezione dei dati personali e di tutela dei diritti dei lavoratori sono elementi caratterizzanti del nostro modello di sviluppo e rappresentano opportunità strategiche e valori che differenzieranno il modello europeo nella corsa mondiale all’intelligenza artificiale.

In questo quadro, è indispensabile avviare una profonda riflessione sulle potenziali ricadute  dell’AI sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. L’AI, come ogni innovazione tecnologica, avrà effetti rilevanti sull’organizzazione del lavoro. Creerà nuove professioni, ma al tempo stesso distruggerà posti di lavoro ormai sopravanzati dalla tecnologia. Non è un dibattito nuovo. La relazione tra progresso tecnologico e occupazione è un punto molto discusso nell’analisi economica sin dai tempi di Ricardo. I principali approcci teorici hanno abbracciato la teoria della compensazione, secondo la quale la disoccupazione causata dal progresso tecnologico sarebbe compensata, prima o poi, dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Lo stesso Keynes, che coniò il termine “disoccupazione tecnologica” – situazione in cui un rapido aumento della produttività non è sostenuto da una sufficiente crescita della domanda aggregata – sosteneva che la distruzione dei posti di lavoro causata dal progresso tecnico era “una fase temporanea di aggiustamento”.

Più dettagliatamente, il progresso tecnologico può avere due diversi effetti sull’occupazione: un “effetto spiazzamento” (diplacement effect), che produrrebbe una distruzione di posti di lavoro, e un “effetto produttività” (productivity effect), che, invece, farebbe aumentare la domanda di lavoro nei settori sviluppatisi grazie all’innovazione tecnologica. Finora, in tutti i periodi di transizione tecnologica, ha prevalso “l’effetto produttività”. Dalle prime tecnologie agricole alle macchine introdotte dalla rivoluzione industriale fino alla più recente invenzione del computer, la storia dell’umanità e del mondo del lavoro è stata attraversata da numerosi fasi di trasformazione tecnologica. Eppure, al netto delle periodiche crisi economiche e nonostante il progressivo aumento della forza lavoro, i profondi mutamenti in campo tecnologico non hanno comportato un incremento di lungo termine della disoccupazione.

Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, quale dei due effetti – spiazzamento e produttività – prevarrà? Questa volta potrebbe essere diverso. Acemoglu e Restrepo nel loro famoso studio Robots and Jobs: Evidence from US Labour Market” hanno rilevato che l’effetto spiazzamento potrebbe avere la meglio sull’effetto produttività. Ciò significa che il numero di posti di lavoro distrutti dall’utilizzo dei robot industriali potrebbe essere superiore al numero dei lavori creati. Inoltre, l’introduzione dei robot nei processi produttivi avrebbe ricadute negative non solo sull’occupazione ma anche sulla distribuzione del reddito, determinando rilevanti divari salariali tra i lavoratori più qualificati e i lavoratori meno qualificati. Questi risultati sono stati confermati da un recentissimo studio condotto dal Think Tank Bruegel sull’impatto prodotto dai robot industriali sull’occupazione in Europa. Secondo lo studio, l’introduzione dei robot nei processi produttivi produrrebbe un effetto spiazzamento significativo distruggendo numerosi posti di lavoro, specialmente tra giovani lavoratori mediamente qualificati. Meno negativo sarebbe, invece, l’effetto sui salari.

Come conciliare quindi la corsa europea all’AI con la necessità di proteggere i cosiddetti “perdenti” dell’innovazione tecnologica? Occorre lasciare agire la “mano invisibile” o serve una strategia di ampio respiro che accompagni la transizione verso la società del digitale e della robotica? Occorre arginare il progresso tecnologico per proteggere i lavoratori meno qualificati? Sono questioni che investono direttamente le forze progressiste europee impegnate in un necessario riposizionamento sulle questioni legate agli spiazzamenti provocati dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Occorre cambiare prospettiva e comprendere che è prioritario, da un lato, rafforzare la capacità di agganciare l’innovazione e il progresso tecnologico, motori fondamentali di crescita e benessere, e, dall’altro, far sì che tutti possano parteciparvi e goderne i frutti.

In primo luogo, non bisogna cedere a soluzioni facili. La strada non può essere quella luddista di frenare il progresso tecnologico. Applicare una tassa sui robot, non solo sarebbe inutile ma significherebbe perdere la corsa all’Intelligenza artificiale. Trattandosi di un fenomeno globale, il risultato sarebbe quello di trasferire il progresso all’estero con inevitabili ricadute negative sul nostro sistema economico e sull’occupazione.

Non serve però trincerarsi dietro l’ineluttabilità del progresso tecnologico. Affermare che nel lungo periodo la distruzione tecnologica in corso porterà crescita e benessere non è sufficiente. Occorre pensare anche al presente per accompagnare e proteggere i “perdenti” nella transizione verso la società digitale. È questa la principale sfida delle forze progressiste che intendono rappresentare gli interessi e i bisogni di chi è rimasto indietro. Occorre pertanto attuare strategie di breve e lungo periodo tenendo conto dei difficili equilibri di finanza pubblica che caratterizzano alcune economie europee, tra cui l’Italia.

Data l’imprevedibilità e la velocità con cui si sta attuando l’attuale transizione tecnologica sembra prioritario poter individuare con anticipo gli eventuali impatti sull’organizzazione del lavoro. A tal fine, si potrebbe valutare l’istituzione di un Osservatorio permanente sull’impatto delle nuove tecnologie sulle dinamiche del lavoro che avrà il compito di analizzare e produrre rapporti  pubblici sull’automatizzazione del lavoro, sui mestieri più colpiti e sugli impieghi creati dall’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Più volte si è intervenuto sulla necessità di investire in conoscenza. Le innovazioni tecnologiche richiedono che gli individui abbiano diverse e nuove professionalità. Per limitare gli effetti distorsivi dell’innovazione tecnologica occorre riflettere su come rendere complementari l’intelligenza umana e l’intelligenza artificiale. Non si tratta di favorire una complementarietà alienante, ma di valorizzare le competenze umane difficilmente replicabili dall’IA: creatività, capacità di risolvere i problemi, esercizio del pensiero critico, capacità di comunicare in modo efficace. Lo sviluppo di queste abilità e delle competenze tecniche in materia di AI passa per una rimodellazione dei percorsi scolastici, universitari e di formazione professionale. Bisogna favorire la nascita di percorsi universitari interdisciplinari (una doppia laurea in diritto o psicologia e intelligenza artificiale può essere un esempio). Serve stimolare la formazione professionale permanente, coinvolgendo anche gli atenei universitari, non solo in età universitaria ma anche durante percorsi professionali già avviati. Si tratta di rompere, in parte, con la logica che vede l’individuo unico responsabile della propria transizione professionale.

Infine occorre rafforzare la rete di protezione sociale a favore di chi è rimasto indietro nel processo di transizione. Si tratta di pensare al presente, al breve periodo, senza perdere di vista il futuro. Si dibatte, in particolare, sulla necessità di dare un sostegno al reddito agli individui spiazzati dal progresso tecnologico e dalla globalizzazione. Pur considerando la proposta di adottare un cosiddetto “reddito di cittadinanza” poco utile e difficilmente realizzabile, le forze progressiste non possono sottrarsi al dibattito sulle misure da adottare per tamponare eventuali disagi di ordine economico-sociale prodotti dalla distruzione tecnologica. Un passo importante è stato fatto in Italia con l’adozione del reddito d’inclusione di cui si auspica l’estensione. L’Unione europea, nei limiti delle sue competenze, potrebbe rafforzare la propria dimensione sociale erogando fondi a sostegno dei lavoratori spiazzati dal progresso tecnologico. A tal fine, nella già citata Comunicazione sull’IA, la Commissione propone di allargare l’ambito di applicazione dell’European Globalisation Adjustement Fund ai casi di licenziamento determinati dalla digitalizzazione e dall’automazione.

La nuova ondata di distruzione creatrice prodotta dalle tecnologie legate allo sviluppo dell’IA richiede una maggiore attenzione riguardo gli effetti negativi sull’occupazione e sulla distribuzione del reddito. È una questione economica, ma anche politica. Forse bisogna sfatare il mito dell’individuo massimizzante e dell’infallibile efficienza dei mercati per riscoprire l’economia come una rigorosa disciplina con una propria dimensione sociale. Dal punto di vista eminentemente politico, le forze progressiste devono riposizionarsi su queste tematiche per governare le transizioni tecnologiche, attutendone le conseguenze sociali negative e garantendo che vi sia un’equa partecipazione ai frutti del progresso. All’indomani della Brexit, della vittoria di Donald Trump e dell’affermazione delle forze populiste in Europa, su queste tematiche stenta a svilupparsi un dibattito serio e partecipato.

*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).      

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[1] L’intelligenza artificiale è l’insieme di studi e tecniche che tendono alla realizzazione di macchine, specialmente calcolatori elettronici, in grado di risolvere problemi e di riprodurre attività proprie dell’intelligenza umana. Dizionario De Mauro.

[2] In inglese Machine learning, ovvero abilità delle macchine (intese come computer) di apprendere senza essere state esplicitamente e preventivamente programmate.

[3] Trasformazione in dati di tutto ciò che facciamo pensiamo, preferiamo e di tutte le relazioni che intratteniamo con privati e con istituzioni.


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