Le primarie Democratiche per la nomination del candidato o della candidata Presidente, chiamati a battere Donald Trump il prossimo 4 novembre, entrano nel vivo. Dopo il passaggio elettorale nei primi tre Stati – Iowa, New Hampshire e Nevada – vengono alla luce i rapporti di forza tra i pretendenti alla vittoria, che rispecchiano l’accentuata frammentazione non solo all’interno del Partito, ma anche tra i suoi votanti.  L’elettorato democratico appare saldamente diviso in due blocchi che si tengono testa: da un lato spicca l’elettorato vicino a posizioni più radicali, dall’altro quello che fa riferimento al campo moderato. Quest’ultimo è da sempre la porzione più numerosa dell’elettorato Democratico, la “pancia” con cui ogni candidato deve fare i conti: rappresentarne gli interessi all’interno del proprio programma politico può contribuire in maniera decisiva alla vittoria.    

L’iter dietro la campagna elettorale

La campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti è solo l’ultima parte di un processo politico ben più lungo, più complesso e strutturato. Prima di ricevere l’investitura nelle Convention e vincere la nomination presidenziale, i candidati Democratici e Repubblicani devono passare attraverso le primarie: una elezione pubblica vera e propria, regolata dalle leggi dei singoli Stati, che con il tempo è diventata un sistema istituzionalizzato, in cui i vari livelli governativi collaborano con i partiti, e per cui esistono fondi pubblici dedicati.

Come ogni elezione che ha una sua propria strategia, anche nelle primarie statunitensi i candidati e le candidate si attengono a regole non scritte. Seguirle può fare la differenza tra ottenere la nomination oppure no.

Le regole nelle primarie Democratiche

Normalmente, durante le primarie Democratiche, i candidati e le candidate ambiscono a ricevere il sostegno della maggioranza dell’elettorato di riferimento – con l’accortezza di non apparire estremisti. Solo dopo aver ottenuto la candidatura, convergono verso un’area più moderata di elettori Democratici, che è indispensabile convincere se si vogliono avere chances di vittoria. Ne sono sempre stati consapevoli anche Sanders e Warren, con le loro proposte radicali su molti temi centrali che saranno poi il terreno di scontro nella battaglia per la Casa Bianca. Vi è poi un’altra regola non scritta che riguarda il linguaggio politico di chi si candida alla nomination. È importante, infatti, dirsi portatori di una “nuova” idea di politica che prevede lo scardinamento del ruolo centrale e decisivo giocato da Washington, descritto come distante luogo di perdizione burocratica asservito agli interessi privati, all’interno del processo decisionale statunitense. Persino Buttigieg, ad ora uno dei candidati di punta del fronte moderato, non esita a sostenere che la sua elezione apporterà una nuova visione della politica nazionale, nella quale non sia solamente Washington a decidere come affrontare le sfide attuali e future, ma l’intero Paese.  

Nel campo Democratico, rispettare queste regole contribuisce allo spostamento di attivisti e i militanti del partito su posizioni più radicali. A questo proposito, non è un caso che nei primi due appuntamenti importanti Sanders, considerato da sempre il candidato più radicale – e l’unico autodefinitosi socialista – abbia notevolmente distaccato Warren, l’altra candidata che contende al Senatore del Vermont il voto dell’ala sinistra del Partito. Dall’Iowa, dal New Hampshire e dal Nevada sembra però emergere una risposta chiara: tra il socialismo di Sanders e Warren, l’elettorato di sinistra non ha dubbi: se di sinistra, che sia radicale.

Riflessioni su Pete Buttigieg

La grande performance di Pete Buttigieg, invece, ci impone due riflessioni da tenere in considerazione. La prima è che anche l’ala moderata del Partito chiede un vento di rinnovamento, che aggiorni le istanze classiche del centrismo democratico e che allo stesso tempo riesca a compattare i democrats. La vittoria di Buttigieg nel caucus dell’Iowa e l’ottimo risultato in New Hampshire chiariscono la doppia anima dell’elettorato democratico: quello socialista e anticapitalista da un lato e quello più liberal e unitario dall’altro. La seconda è che la vittoria per la leadership democratica passa attraverso la conquista del voto moderato. I voti ottenuti fino ad ora dai centristi Buttigieg, Amy Klobchar e Biden – senza contare il ruolo che giocherà Micheal Bloomberg, la cui candidatura sarà messa alla prova solo nel Super Tuesday di marzo – se sommati superano il 50% e disegnano un fronte moderato frammentato ma comunque maggioritario, a cui si contrappone un’ala sinistra minoritaria, al momento ferma al 35%, se alla percentuale di Sanders, sempre più forte nella sua area di riferimento, si aggiunge quella di Warren.

I Democratici hanno maggiori possibilità di raggiungere fasce più ampie della popolazione rispetto a Donald Trump, che però può contare su un elettorato molto più compatto. Le dure contrapposizioni che si registrano nel Partito Democratico possono compromettere il risultato finale. La battaglia più dura si combatte sulla riforma del sistema sanitario. Sanders ha fatto del Medicare for All la punta di diamante del suo programma elettorale, a cui Buttigieg contrappone il suo Medicare for All Who Want It, che protegge e non modifica il ruolo delle assicurazioni private, che invece verrebbero completamente abolite nel piano del Senatore del Vermont. Anche Klobuchar e Biden hanno espresso la loro netta contrarietà ad uno stravolgimento totale del sistema sanitario. La senatrice del Minnesota punta ad attrarre, oltre che gli elettori indecisi e i Repubblicani spaventati da Trump, anche i non iscritti al Partito Democratico che vedono in Sanders l’agitatore di una rivoluzione socialista, che punta alla decostruzione e al rovescio del sistema-paese statunitense.

Le questioni da affrontare dopo le primarie

Chi vincerà le primarie democratiche avrà due importanti questioni da affrontare e risolvere, da cui dipende la vittoria contro Donald Trump. Sarà importante convincere il maggior numero di moderati, facendo convergere i contenuti dei programmi elettorali verso posizioni meno radicali, mentre ricoprirà un ruolo fondamentale il comportamento dei democratici il giorno delle elezioni presidenziali: la candidata, o il candidato, sarà in grado di tenere unito il Partito, e dunque anche l’elettorato?

Cosa potrebbero imparare i Democratici italiani dall’esperienza delle Primarie statunitensi? È ancora troppo presto per elaborare un’analisi valida e dettagliata, tuttavia si possono sicuramente avanzare delle ipotesi.

La compattezza che il Partito Repubblicano mostra nei confronti di Donald Trump può essere paragonata alla coesione della Lega intorno al suo leader Matteo Salvini. Questa solidità si contrappone, negli USA, al sottile strato di incertezza che aleggia sulle Primarie Democratiche, mentre in Italia, alla continua frammentazione del campo progressista, che contribuisce alla perdita di fiducia e di consenso. Se nelle tornate elettorali i partiti che fanno capo al centro-sinistra si presentano divisi, le possibilità di vittoria della destra aumentano. Questo vale sia in Italia, dove le recenti elezioni regionali in Emilia-Romagna ci hanno dimostrato che l’unico argine alla destra è un centro-sinistra compatto, e sia negli USA dove, grazie anche ad un sistema elettorale maggioritario, un Partito Democratico non coeso intorno al candidato presidente renderebbe più facile alla politica di Trump di conquistare di nuovo la Casa Bianca.   


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