Sta per aprirsi la settimana più importante dell’anno per la democrazia americana. Anzi, a dire il vero si è già aperta ieri. Domenica 2 febbraio si è svolto l’evento mediatico che ogni anno raccoglie quasi cento milioni di telespettatori, il Super Bowl. Oggi, lunedì 3, si terranno i primi caucus in Iowa. Martedì 4 il Presidente Donald Trump terrà l’annuale discorso sullo “stato dell’unione”. Il giorno dopo, mercoledì, si arriverà alla conclusione dell’impeachment lampo, con il voto del Senato che, verosimilmente, assolverà Trump da ogni accusa per l’Ucrainagate.

Il Super Bowl, tradizionale appuntamento del football americano, da tempo trascende l’ambito sportivo. Quest’anno è apparsa sugli schermi anche una sfida politica che ha visto come protagonisti il Presidente Trump e il candidato democratico Michael Bloomberg. Quest’ultimo sta conducendo una campagna elettorale del tutto peculiare, decidendo di non presentarsi in Iowa ma di investire milioni di dollari, entrando per 60 secondi nelle case di tutti gli americani. L’Iowa, il piccolo stato del midwest degli USA, è teatro del primo cruciale round delle primarie democratiche in una formula unica nel suo genere: i caucus. Da cinquant’anni, i candidati Dem iniziano la corsa alla Casa Bianca da questi raduni. I caucus sono aperti solo agli elettori democratici, e non a tutti i cittadini come invece avviene nelle primarie normali. A dispetto dell’assenza di Bloomberg – un azzardo strategico – quest’anno i caucus saranno particolarmente affollati. Nei palazzetti dello sport, nelle scuole e nei circoli culturali di tutto l’Iowa si voterà in due turni. Al primo turno si potrà scegliere il candidato preferito – la cosiddetta first choice – tra: Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigeg, Andrew Yang e Amy Klobuchar. Al secondo turno, gli elettori dei candidati che non raggiungeranno il 15% delle preferenze dovranno optare per la ‘seconda scelta’. La cosa divertente è che il voto non solo sarà palese ma sarà fisico, visibile. Infatti, le persone dovranno dividersi a gruppi raggiungendo le bandierine che simboleggiano i candidati. Inoltre, tra un turno e l’altro avverrà un dibattito, in cui si cercherà di convincere a convergere verso uno dei sopravvissuti allo sbarramento. Spesso gli aspiranti presidente degli Stati Uniti, giungono in persona nelle sezioni, fanno comizi, si mescolano e conoscono il proprio elettorato, vengono invitati a cena dai militanti. In base alle percentuali ottenute da ciascun candidato, ogni sezione eleggerà dei delegati che insieme ai membri permanenti dell’assemblea nazionale (i “superdelegati”) nomineranno a luglio il vincitore/la vincitrice delle primarie.

Il percorso delle primarie statunitensi è lungo e complicato. Ogni Stato ha le sue regole, e qualcuno elegge i delegati con i caucus mentre altri con primarie aperte a tutti. Ad ogni tornata vengono introdotti degli aggiustamenti ai regolamenti, che contribuiscono a rendere ogni elezione diversa dalla precedente. Ancora non si sono spente le polemiche sulle primarie del 2016 quando, all’assemblea nazionale Dem, il maggiore peso dei cosiddetti “superdelegati” garantì la nomination a Hillary Clinton, che però aveva ricevuto meno preferenze dai delegati “normali” rispetto a Bernie Sanders. Quest’anno il numero elevato di candidati, nessuno dei quali in netto vantaggio rispetto agli altri, rende la corsa avvincente ma rischiosa. La leadership diffusa dentro al Partito Democratico americano è frutto della traumatica sconfitta contro Donald Trump. La polarizzazione tra Clinton e Sanders spaccò il partito tra due aree, una più moderata l’altra più radicale. Sanders ha avuto tempo per riorganizzare le proprie truppe in questi anni, avvicinandosi soprattutto ai più giovani come Alexandria Ocasio Cortez e diventando il candidato preferito tra gli under 30. Hillary si è ritirata, lasciando dietro di sé rimpianti e rancori ancora non sopiti. Joe Biden, ex vice di Obama – che è al secondo tentativo per la presidenza – si è candidato a rappresentare i moderati, ma non convince fino in fondo. Lo scontro più atteso di stasera è proprio quello fra Sanders e Biden, testa a testa nei sondaggi. In molti però si chiedono se proseguire con un’ulteriore polarizzazione dentro al partito sia una scelta vincente. Stasera capiremo se già tra gli elettori democratici stia emergendo la necessità di trovare un candidato unitario, di mediazione, magari premiando Warren o Klobuchar (che hanno ricevuto entrambe l’endorsement del New York Times) o l’astro nascente Buttigeg. Insomma, capiremo se tra i due litiganti il terzo gode.

Alla vigilia di questa prima sfida sul campo, le carte sono ancora troppo mescolate per avere un quadro chiaro del caos Dem. L’unica certezza è che il candidato da battere è Donald Trump, a tutti i costi, e questa volta il partito non può permettersi di spaccarsi.


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