Di Cono Giardullo e G. C.

Per 10 settimane, dal 17 dicembre al 25 febbraio, ci siamo occupati di monitorare i profili social (Twitter e Facebook principalmente) dei cinque maggiori partiti che correranno, parallelamente al Partito Democratico, alle prossime elezioni parlamentari e di 17 tra gli esponenti di spicco degli stessi. Mentre scorrevamo post, e afferravamo cinguettii in rete, non ci siamo potuti esimere dal chiedere alla nostra rete e a esperti di settore, di commentare in maniera critica qualche punto programmatico azzardato, o qualche dichiarazione che è sembrata troppo populista, anche a due tolleranti osservatori come noi.

La prima risposta l’abbiamo rivolta a Luigi Di Maio, che ha spesso voluto tirare in ballo la necessità di invitare gli osservatori Osce a monitorare le elezioni per scongiurare qualsiasi broglio alle prossime elezioni, seppur Giorgia Meloni abbia tenuto a ricordargli che tali osservatori si recano solo in scenari di guerra (sic!). In seguito, abbiamo commentato le dichiarazioni di Matteo Salvini, il quale crede che con Putin in Italia “staremmo meglio” e che se dovesse scegliere un paese ben governato, quello sarebbe l’Ungheria di Orban. A Liberi e Uguali abbiamo risposto coi numeri quando nella sezione “Pace e disarmo” del loro programma urlano che negli ultimi 10 anni di recessione, la spesa pubblica militare italiana è aumentata del +21%. Infine, abbiamo utilizzato dati scientifici per ribattere ai Cinque Stelle, quando nel Programma sull’Energia promettono un’Italia dipendente al 100% dalle rinnovabili entro il 2050.

In definitiva, e come potrete apprezzare dai grafici, i cinque partiti si sono spartiti quasi in parti uguali la totalità (75 in totale)[1] delle dichiarazioni e indicazioni programmatiche di politica estera monitorate, con un leggero vantaggio segnato dal Movimento 5 Stelle e da Forza Italia (17/75 ciascuno). Come anticipato, Matteo Salvini (Lega) è risultato il politico più prolisso in dichiarazioni (13/61),[2] attribuibili in qualche modo a un tema di politica estera, seguito da Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia – 12/61) e Manlio di Stefano (Movimento 5 Stelle – 8/61). Scadenti i risultati riscontrati per gli altri tre leader politici: rispettivamente Berlusconi (4/61), Di Maio (3/61) e Grasso (1/61). Infine, immigrazione e sbarchi dei “clandestini” sono stati i temi più gettonati, con 20 menzioni su 81 totali.[3] Alle spalle si piazza il tema dei conflitti in Medio Oriente, anche in ragione dei recenti sviluppi in Siria (8/81), mentre al terzo posto abbiamo individuato l’autorizzazione delle Missioni militari all’estero e in particolare della missione in Niger (7/81), criticata perché autorizzata in concomitanza allo scioglimento delle Camere.

 

 

 

 

 

 

Esteri, questo sconosciuto

 Ecco in tre parole l’analisi dei programmi e della campagna elettorale messa in piedi dalle destre. Di estero si parla quasi esclusivamente in chiave di sicurezza e immigrazione.

Tra i più attivi sicuramente Salvini, che tra un assassinio e una rapina, parla di esteri quando ci informa di aver letto la dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo e di esserne preoccupato. Non solo: nei suoi numerosi tweet riesce anche a indicare i modelli stranieri conservatori a cui si ispira, tra cui Trump e Orban.

Non è da meno Giorgia Meloni, la quale tiene a farci sapere che alla distruzione degli stati nazionali, messa in atto da Soros, preferisce il popolo e chi è eletto, come Orban. Aggiunge poi tweet in cui snocciola numeri sui foreign fighters. Risulta, tuttavia, più incisiva nella pervicace rivendicazione di godere di una entrata gratuita al museo egizio di Torino in quanto cittadina italiana e cristiana.

Degno di nota è il forzista Lucio Malan, che coraggiosamente si spinge oltre lo spauracchio del clandestino, e dal suo blog ha più volte pubblicato post sull’Iran e le condizioni delle donne. Berlusconi invece declina il tema esteri anche in chiave economica, confermando come soluzione la flat tax che, negli oltre 60 paesi in cui è stata introdotta ha prodotto, grazie all’abbattimento della pressione fiscale, una forte crescita dell’economia.

Tuttavia, Berlusconi resta sul pezzo e dimostra di voler condividere la linea dei suoi alleati sul tema immigrazione. Sebbene mantenga l’impeccabile stile da uomo in doppiopetto di una certa età, anche lui fa leva sulla percezione della paura, citando i dati sui reati commessi dagli immigrati e indica come soluzione il rimpatrio graduale e la via diplomatica degli accordi con la Libia, fino al compimento di un grande Piano Marshall.

Un accenno alla deriva estremista è quasi d’obbligo, nel quadro dell’atteggiamento delle destre nei confronti della questione immigrazione, e questa è rappresentata da Casapound che sbandiera velleità colonialiste, proponimenti di occupazioni territoriali di “pezzi della Libia” e navi che partono con carichi di manodopera con tanta voglia di lavorare e di ricostruire.

Insomma, intravedere scampoli di politica estera nei discorsi degli esponenti politici delle destre che abbiamo seguito è stata impresa ardua. Abbiamo anzi constatato che ogni volta che si è tentato di dare una lettura “altra” dei fenomeni complessi che il paese vive oggi non si è riusciti ad andare oltre il martellamento ossessivo degli slogan a cui non hanno fatto eco proposte valide sorrette da ragionevoli valutazioni, ma solo un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, di inesauribili astuzie, per dirla con le parole del cantautore preferito di Salvini, Fabrizio De Andrè.

 

Leader insignificanti lanciano esperti senza soluzioni

 Al contrario delle destre, il Movimento 5 Stelle (M5S) e Liberi e Uguali (LeU) preferiscono far parlare gli esperti di partito in materia di politica estera.

Anche perché il presidente Grasso non proferisce parola su temi di politica internazionale, salvo incontrare negli ultimi giorni il leader laburista Corbyn col quale parla di tasse universitarie, ma dimentica il dettaglio Brexit. Ancora peggio fa il capo politico del M5S, che si degna di delineare la futura politica estera del Movimento solo in un’occasione alla Link Campus di Roma, dove come riportato sul Foglio “presenta in zona protetta la sua politica estera, pure questa è senza coperture”. E infatti Di Maio promette conferenze di pace risolutive a destra e manca, chiarendo che al centro sarà posta l’Italia, non quindi la protezione dei civili o le questioni di governabilità in Libia e in Siria.

 Di sicuro più concreto Manlio di Stefano, fino a qualche giorno fa il candidato in pectore per la Farnesina, nel caso di un governo a 5 stelle. Di Stefano snocciola veementi attacchi contro il governo, a suo dire colpevole con il dispiegamento della missione in Niger di far gli interessi della Francia e di attrezzare una missione “inutile”, che non bloccherà i flussi di immigrati. Invitiamo il pentastellato a leggere anche altre analisi, prima di giungere a conclusioni che non rendono onore all’intesa cordiale stipulata tra Roma e Parigi dopo mesi di disguidi diplomatici.

Liberi e Uguali si allontana dai temi sociali solo con Giuseppe Civati e Andrea Maestri. Il primo si scaglia in solidarietà al M5S contro la missione in Niger, e propone come soluzione “politiche e solidarietà e non carri armati”. Altro non è dato sapere. Sensati, invece, gli interventi di Maestri. L’unico, al di fuori del PD, a parlare del caso Regeni, prima di abbandonarsi a frustare il governo per gli accordi sulla Libia. Anche lui, però, non va oltre la denuncia. Di soluzioni non ne ha nessuno!

Quando i singoli interventi si trasformano in discussioni programmatiche, il livello si abbassa. Il Movimento 5 Stelle in 13 righe delinea il futuro rapporto con la Russia, declinandolo in un “ritiro immediato delle sanzioni […] e il rilancio della cooperazione” e arrivederci e grazie alla compattezza della politica estera europea, dimenticando però un paragrafo in fondo che ricorda come il M5S lavorerà strenuamente al “rispetto della sovranità territoriale”. Consigliamo a Di Maio & Co. un breve corso di storia delle relazioni russo-ucraine 2014-2018. E a nulla servirà transitare su temi di cooperazione internazionale, che parrebbe rafforzare i regimi dispotici.

Liberi e uguali chiude questa rassegna con l’intervento programmatico “Pace e disarmo”, perché solo di questo si tratta in politica estera, o meglio in una politica estera “di pace”. Accanto a idee condivisibili di rafforzamento del servizio civile e dell’istituzione dei Corpi Civili di Pace, che però l’Unione Europea ha già lanciato da qualche anno, è tutto un taglio alla spesa pubblica militare e alla riconversione dell’industria bellica.

 

Che vinca il migliore! Ci sarà da rimboccarsi le maniche

 Sia ben chiaro, non tutto ciò che è stato dichiarato o programmato è fuor di luogo. Gli altri partiti hanno lanciato importanti proposte, e hanno toccato nervi scoperti delle politiche europee ed internazionali intraprese dal governo. Un cambiamento talvolta è auspicabile, se non addirittura improcrastinabile.

Ciò che al contrario ci ha lasciati perplessi sono principalmente due fattori:

a) Il livello di analisi. C’è davvero chi ha voluto liquidare questioni come la nostra appartenenza alla NATO, l’austerità nell’Unione Europea, la lotta al terrorismo, o il rimpatrio di “tutti i clandestini” con poche righe programmatiche o semplicemente una dichiarazione spot e populista.

 b) L’assenza di alternative o soluzioni. Anche quando la critica a una politica in atto è condivisibile, la soluzione offerta dai partiti concorrenti è quasi sempre non pervenuta, o basata su informazioni scarne, che nella realtà poco contribuirebbero alla risoluzione il problema.

Non ci resta che augurare buone elezioni a tutti. Chiunque vinca avrà un bel da fare, ma a quel punto i proclami e le soluzioni pre-cotte serviranno a ben poco. Non si parlerà più alla pancia degli italiani, ma bisognerà negoziare e accordarsi con la testa di altri europei e del resto del mondo.

 

 

 

 

 

[1] Si includono sia dichiarazioni spot, che sezioni di programma di politica estera in senso più o meno largo (ndr).

[2] Non tutte le dichiarazioni o punti programmatici sono stati espressi da singoli politici, talvolta essendo imputati al partito (ndr).

[3] Una dichiarazione o un punto programmatico può includere più di un tema alla volta (ndr).


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