Di Luca Milani

Spesso si parla di globalizzazione e di integrazione dei mercati internazionali, numerosi accordi, bilaterali e multilaterali, sono stati discussi e firmati a riguardo poiché molti paesi perseguono politiche finalizzate all’abbattimento quasi totale delle barriere commerciali. Nonostante queste tendenze tuttavia, in tempi di crisi economica, al ridursi del PIL e all’aumentare del tasso di disoccupazione, spesso si tende a proporre politiche protezionistiche che “difendano” i produttori nazionali dalla concorrenza estera.

Tra le prime politiche protezioniste possiamo citare il Zollverein tedesco del diciannovesimo secolo, il quale prevedeva l’abolizione delle barriere agli scambi tra gli stati aderenti della confederazione tedesca e la costituzione di barriere all’importazione di beni esteri.

Nel ventesimo secolo, prima e dopo la seconda guerra mondiale, numerosi Paesi europei hanno adottato politiche in linea con principi di autarchia e protezionismo; similmente negli Stati Uniti, durante gli anni della Grande Depressione, si optò per un innalzamento delle barriere doganali per tutelare le industrie nazionali ed impedire al tasso di disoccupazione di aumentare ulteriormente. In tempi più recenti invece due elementi hanno probabilmente determinato un riavvicinamento al protezionismo:

1- L’apparente riduzione dei risultati relativi ad un’ulteriore liberalizzazione degli scambi dopo i progressi raggiunti nell’ambito delle trattative internazionali fino agli anni 90, che sono state seguite dallo stallo delle trattative nell’ambito del Doha Development Round.

2-  La percezione diffusa che la globalizzazione provochi più vinti che vincitori nell’ambito della distribuzione del reddito, acuendo le disuguaglianze preesistenti.

I vantaggi del commercio internazionale: la teoria

Uno dei maggiori contributi alle teorie liberiste legate agli scambi tra nazioni deriva da quella di David Ricardo dei “vantaggi comparati”. Ipotizzando che due Paesi possano produrre due soli beni (X ed Y), qualora uno  fosse più efficiente nella produzione di  X e l’altro di Y, sarebbe più conveniente per entrambi specializzarsi nella produzione del bene in cui sono più efficienti, ossia di quello per la produzione del quale godono di un vantaggio comparato, ed importare l’altro bene. Questa teoria esemplificativa ci permette di cogliere alcuni dei vantaggi forniti dalla libertà di scambio, tra cui la specializzazione e la possibilità di consumare di più a parità di fattori di produzione.

La riduzione delle barriere commerciali da un punto di vista teorico avrebbe lo stesso effetto di un allargamento del mercato, dando luogo, di conseguenza, ad economie di scala in grado di ridurre i costi unitari dei prodotti; questo permetterebbe ai consumatori quindi non solo di poter acquistare beni ad un prezzo più basso, ma anche di accedere a diverse varietà degli stessi, effettuando scelte che meglio soddisfino le loro preferenze. Un’altra conseguenza con possibili effetti positivi per i consumatori è la fine, in seguito all’allargamento della concorrenza, di situazioni di monopolio che fissano prezzi e quantità in maniera sub ottimale; la competizione da locale diviene globale e la maggior concorrenza stimola le imprese ad investire in innovazione e formazione del personale qualificato.

Protezionismo e zone grigie

Vi sono più motivazioni in virtù delle quali il protezionismo viene invocato come necessario per quanto concerne la tutela dei cittadini e dei mercati, alcune di ottica maggiormente mercantilista, altre legate al “terreno di gioco” del commercio internazionale.

Spesso si sottolinea come la totale apertura possa determinare forti rischi per le neonate imprese che entrano nel mercato; la nuova impresa infatti si va a collocare all’interno di un sistema di concorrenza con un elevato numero di competitori, i quali hanno già raggiunto le dimensioni e le competenze per sfruttare le economie di scala. In un contesto simile vi è la possibilità di essere eliminati dalla concorrenza prima di poter raggiungere il livello di competitività che permetta di “sopravvivere”. Una tutela per le imprese nazionali nei primi stadi di sviluppo permetterebbe di arginare tale rischio, tuttavia all’aumentare delle dimensioni aumentano anche le possibilità dell’impresa di effettuare pressioni, con la conseguenza di estendere la tutela oltre le fasi iniziali, determinando un disincentivo all’innovazione ed alla competitività.

È inoltre comprensibile che uno Stato nazionale voglia mantenere la propria autonomia per quanto concerne la produzione di beni che reputa essere di fondamentale importanza. In tal caso è facile comprendere lo scetticismo relativo all’affidare tali rifornimenti a produttori esteri; in un’ottica di lungo periodo molte cose potrebbero mutare, rendendo la tutela delle industrie del settore un fatto auspicabile; tuttavia, anche da un punto di vista teorico, la specializzazione di un Paese nella produzione molto spesso è solamente parziale e non totale, e difficilmente si abbandona del tutto la produzione di un bene.

Tra le rotture maggiori fra la teoria ricardiana e la realtà empirica viene spesso fatto notare che il commercio internazionale non è caratterizzato da equità e parità di potere contrattuale. Numerosi elementi tra cui le asimmetrie informative, rapporti di durata storica tra paesi e maggior potere sullo scacchiere internazionale influenzano i rapporti commerciali rendendoli asimmetrici.

Spesso viene sottolineato come la maggiore competitività di alcuni Paesi sia fortemente aiutata da ridotti sistemi di tutela dei lavoratori, da salari più bassi o da normative ambientali meno restrittive, mentre in altri non è possibile accedere allo stesso livello di competitività vista la maggior presenza di leggi e organi di salvaguardia della forza lavoro. Questo creerebbe un’asimmetria delle condizioni nel “gioco” del commercio internazionale, determinando una dicotomia tra “free trade” e “fair trade” che ispira politiche restrittive verso importazioni da paesi che non rispettino standard minimi.

Anche in questo caso il dibattito è aperto, molte imprese tramite l’outsourcing producono in Paesi esteri, oppure acquistano componenti intermedi per la produzione di beni finiti dagli stessi, determinando di rimando una situazione che richiederebbe una puntuale definizione dei limiti relativi al commercio in questi casi.

Tra le politiche che limitano l’impatto dei prodotti esteri in altri mercati spesso si utilizzano misure antidumping, ossia sanzioni nei confronti di coloro che immettono grandi quantità di un bene all’interno del mercato, ad un prezzo inferiore, con la conseguenza di forzare l’uscita di altre imprese dallo stesso. In ambito UE nel decennio 1998-2008 vi sono state più di 300 investigazioni in questo settore, molto spesso in settori in cui il vantaggio comparato dei paesi europei era in declino; anche in questo ambito risulta molto difficile tracciare una chiara linea che permetta di definire la divisione una pratica scorretta ed un approccio eccessivamente tutelante delle imprese nazionali.

I costi del protezionismo

Nel 2008 il Direttore Generale del WTO, Pascal Lamy, aveva messo in guardia gli stati per quanto concerneva i rischi delle politiche legate ala gestione della crisi economica iniziata negli Stati Uniti, definendo il protezionismo e l’isolazionismo come “politiche del passato per cui non c’è posto nel futuro”, aggiungendo che “la lezione della crisi del ‘29 è stata che lo Smooth-Hawley Tariff Act[1] degli anni 30 ha determinato una guerra commerciale tra nazioni, determinando un impoverimento per tutti”.

Nonostante tale avviso numerose sono state le misure intraprese da più stati in questa direzione, una differenza incisiva nelle modalità emerge tra paesi avanzati ed in via di sviluppo. Mentre i primi tendono a supportare le compagnie nazionali tramite l’utilizzo di strumenti non tariffari, come incentivi alle esportazioni, campagne a favore del consumo di beni nazionali e ostacoli invisibili al commercio, i secondi, avendo budget più ristretti, tendono a tassare i beni importati. Le ricerche del comitato europeo hanno stimato che, a partire dal 2008, il numero di restrizioni relative al commercio internazionale ad opera dei paesi del G20 ha superato quota 400, la maggioranza delle quali concentrate nel biennio 200-2010, nel tentativo di arginare l’effetto domino generato dalla crisi.

Più studi hanno analizzato l’impatto delle politiche in esame sul potere di acquisto delle famiglie, giungendo alla conclusione che, molto spesso, questo subisce una contrazione inversamente proporzionale al reddito, con il conseguente rischio di provocare un’ulteriore contrazione dell’economia. In un Paese, in media, l’impiego del protezionismo riduce del 28% il potere d’acquisto di soggetti ad alto reddito, ma del 63% quello del 10% più povero dei consumatori. Questo poiché ridurre la concorrenza permette che un minor numero di imprese all’interno del mercato possa fissare prezzi più elevati di quanto non potrebbe fare in un contesto diverso.

Conclusioni

Il protezionismo è stato definito come “una delle più evidenti discrepanze tra la teoria economica e l’evidenza empirica”. Infatti, nonostante le numerose teorie a sostegno del libero commercio, non solo non sono state eliminate tutte le barriere, ma ne sono state innalzate di nuove.

Il protrarsi di questo approccio è legato a più motivi, generalmente infatti non è detto che la massimizzazione degli interessi internazionali coincida con quelli del singolo Stato; inoltre altri numerosi fattori entrano in gioco, tra cui la tutela delle giovani aziende, le pressioni che alcuni gruppi sono in grado di esercitare sui governi, la sicurezza legata alla capacità di produrre in autonomia determinati beni e le necessità relative al mantenimento dei posti di lavoro a livello nazionale possono sembrare produrre vantaggi maggiori rispetto a quelli derivanti dalla liberalizzazione.

La soluzione a questa contrapposizione delle rispettive visioni degli scambi non risiede unicamente nella componente economica dell’analisi, è un insieme di politica, relazioni, rapporti di potere ed interessi nazionali non allineati, per motivi diversi, a quelli internazionali. Tuttavia, l’avviarsi lungo un sentiero che preveda un crescente avvicinamento all’isolazionismo rischia di minare il futuro economico degli stati, condizionando i futuri rapporti commerciali con i Paesi che, ad oggi, potrebbero trovare chiuse le frontiere per i loro beni.

[1]Una tassa sulle importazioni di più di 20000 beni


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