Di Erik Burckhardt

L’Orologio dell’apocalisse (Doomsday Clock) è un’iniziativa ideata nel 1947 dagli scienziati dell’Università di Chicago. Un orologio metaforico che misura il pericolo di un’ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta. Dal 1947, le lancette sono state spostate 21 volte, perlopiù per scandire il ritmo della Guerra fredda e della minaccia nucleare ad essa sottesa. Così, la massima vicinanza alla fatidica mezzanotte si è raggiunta nel 1953, quando USA e URSS svilupparono la bomba all’idrogeno. La massima lontananza è stata di 17 minuti, tra il 1991 e il 1995, quando le due superpotenze nucleari siglarono degli accordi internazionali (Strategic Arms Reduction Treaty) tesi a limitare o a diminuire gli arsenali di armi di distruzione di massa.

Tra esse si annoverano, seguendo ogni evidenza scientifica ed empirica, anche quelle nucleari. La forza d’impatto di una bomba atomica supera infatti di circa un milione di volte quella di una testata convenzionale ad alto potenziale. Di norma il 50 per cento dell’energia devastatrice è rilasciata sotto forma di onda d’urto, il 35 per cento è termica e il 15 per cento è radioattiva. Una forza catastrofica, in grado di provocare indicibili sofferenze e danni irreversibili impossibili da limitare nel tempo e nello spazio e alle quali nessuna organizzazione al mondo sarebbe in grado di assicurare un’efficace risposta. L’arma nucleare non può quindi essere utilizzata nel rispetto del principio di proporzionalità sancito dal diritto internazionale umanitario e dallo ius in bello, come riconosciuto anche dalla Corte internazionale di giustizia nel 1996 e ciò nonostante il diritto internazionale positivo non le avesse bandite in modo inequivocabile.

Una lacuna che la comunità internazionale si è proposta di colmare attraverso la cosiddetta “iniziativa umanitaria”, come viene denominato il processo che ha preso slancio inizialmente con una dichiarazione della Svizzera del 2012 in sede ONU, denunciando il mancato progresso degli ultimi decenni per il disarmo nucleare, nonché scarsa fiducia nei risultati del Trattato di Non Proliferazione e della Conferenza sul disarmo di Ginevra. L’iniziativa umanitaria, alla quale aderisce nel corso degli anni un’ampia maggioranza degli Stati del mondo, rifiuta la dottrina della deterrenza e della condivisione nucleare con la quale si giustifica il possesso, se non l’utilizzo, di tali armamenti e pone quindi l’obiettivo di un nuovo quadro giuridico per la messa al bando di tutti gli arsenali nucleari.

L’ambizioso obiettivo ha preso forma e sostanza il 7 luglio 2017, con il Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato dalla Conferenza delle Nazioni Unite con il voto favorevole di 122 Stati e al quale ne hanno già aderito 57. Un risultato per il quale è stato determinante l’impegno di sensibilizzazione e informazione portato avanti dalla società civile con la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), i cui promotori sono stati infatti insigniti con il Nobel per la Pace.

Eppure, poche settimane dopo, le lancette dell’Orologio dell’apocalisse tornavano nella posizione record identica a quella del 1953. Una decisione motivata dagli scienziati con la retorica e le imprevedibili azioni di Donald Trump che molto e troppo hanno che fare con il tema delle armi nucleari. Impegnato in questi mesi in esibizioni muscolari con Kim Jong-Un, il Presidente americano continua a minacciare di spezzare l’accordo sul nucleare con l’Iran, dopo avere pugnalato quello contro i cambiamenti climatici e avere scombussolato alcuni pilastri portanti per l’equilibrio del commercio internazionale. Protagonista di azioni scellerate come la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, ignora e provoca tensioni in uno dei territori più nuclearizzati ed esplosivi del mondo.

Ecco che i progressi politici e diplomatici per la pace segnati attraverso un trattato multilaterale aperto e partecipato da decine di Stati si vedono compromessi dalle minacce e dalle azioni di qualche Capo di Stato. I loro certificati medici indicano un eccellente livello di salute fisica e mentale. Mai abbastanza eccellente, tuttavia, per farci sentire al sicuro rispetto alla possibilità, che alcuni di essi hanno, di distruggere il mondo in meno di un quarto con 1500 testate nucleari, la cui esplosione potrebbe avvenire anche per incidente o errore umano.

“There are no right hands for the wrong weapons”, ha detto alcuni anni fa l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Era il 2013, l’iniziativa umanitaria allargava il proprio livello di consenso nella comunità internazionale ed era ancora possibile ascoltare il Presidente degli Stati Uniti d’America affermare davanti alla porta di Brandeburgo che le armi nucleari sono un modo di pensare che non appartiene al futuro.

La metafora dell’orologio dell’apocalisse non indica, però, il tempo della nostalgia. Non ha altra ragione di esistere, se non quella di indurci a prendere in mano il destino di questo fragile mondo e dei suoi abitanti. Qui entrano in gioco l’Unione europea e i suoi Stati membri. Due di essi, Austria e Irlanda, hanno già sottoscritto il Ban Treaty, ma sono Italia e Germania, quali due grandi Paesi europei e NATO non dotati di armi nucleari, a potere segnare un punto di ripartenza per raggiungere il traguardo della loro eliminazione. Per aderire avrebbero bisogno di negoziare una clausola di esclusione dalla nozione della deterrenza estesa all’interno della NATO. Non si tratterebbe di rivendicare un disarmo unilaterale, né di puntare il dito contro le grandi potenze nucleari, bensì di allinearsi alla posizione condivisa dalla maggioranza degli Stati per condannare le armi nucleari attraverso un atto giuridico formale, e segnare così un passo avanti concreto per liberare il mondo dal terrore di un impatto nucleare.

Pochi mesi fa, una mozione approvata alla Camera a prima firma dell’allora capogruppo PD in commissione Difesa Tonino Moscatt impegnava il Governo a prendere atto di come le “catastrofi umanitarie e i danni irreversibili che possono essere prodotti dalle armi nucleari le rendono inconciliabili con il diritto internazionale umanitario” e, conseguentemente,  a valutare “la possibilità di aderire al trattato giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti alla loro totale eliminazione”. Una presa di posizione che guardava nella direzione giusta, ma che non è stata colpevolmente valorizzata nel programma PD delle ultime consultazioni elettorali, che lo hanno travolto forse proprio per la mancanza di obiettivi capaci di tradurre concretamente la propria idea di progresso.

La partita per la formazione di un nuovo Governo italiano sembra oggi nelle mani di due forze politiche la cui sintesi non riesce a sciogliere le incognite sui futuri rapporti con le due superpotenze nucleari di Donald Trump e di Vladimir Putin, né tantomeno a chiarire la conciliabilità di tali rapporti con un pacifismo assai più facile da sventolare che da governare.

Al PD il compito di elaborare risposte nuove per affermare i principi guida del campo progressista e democratico italiano ed europeo. Parallelamente ai socialdemocratici tedeschi già impegnati con lo stesso obiettivo in Germania, il PD ha oggi l’opportunità di promuovere l’adesione dell’Italia al trattato che ne formalizza finalmente la proibizione al pari di tutte le altre armi di distruzione di massa. Un lavoro da portare avanti con coraggio e determinazione, per portare invece indietro le lancette del Doomsday Clock.


Erik Burckhardt

Ignora i confini inter-europei e gli piace attraversarne quanti più possibili nel mondo. Collabora dal 2011 con il PD alla Camera dei Deputati sulle politiche europee e internazionali. Nato nel 1986, di doppia cittadinanza italiana e svizzera, è cresciuto a Milano. Parla quattro lingue, ma lotta infruttuosamente per apprendere l’arabo. Dopo avere studiato Giurisprudenza a Firenze e alla Sorbona di Parigi ha conseguito un Master in Filosofia del Diritto e Diritto politico a Parigi e un LLM in Diritto europeo presso il College of Europe a Bruges. E’ vice-presidente di MondoDem.

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