Di Fabrizio Macrì*

Il rinnovato dinamismo dell’Italia sui mercati internazionali testimoniato dai dati indicati da Umberto Marengo e Chiara Giribaudo, è solo una piccola parte del processo di impetuosa crescita che si potrebbe innescare se la nostra economia fosse ancora più aperta. Non si può ignorare, infatti, che l’incidenza strutturale del valore dell’export totale sul PIL (che in Italia è al 29%) fa di noi il fanalino di coda tra le maggiori economie europee di simili dimensioni: in Germania lo stesso rapporto è al  46%, in Spagna al 33% ed in Francia al 30%. Questi numeri ci dimostrano quindi che la vocazione esportatrice dell’Italia non si è ancora dispiegata a pieno e che ancora grande potrebbe essere il suo sviluppo ed il suo impatto.

Le contraddizioni della globalizzazione e la sfida del protezionismo

 Tuttavia, in Italia come in quasi tutti i paesi occidentali, le politiche pubbliche sembrano essere sempre meno orientate all’apertura economica. Al contrario, assistiamo ad una stretta protezionista destinata ad avere effetti recessivi sia sull’export degli stessi paesi protezionisti che sul tasso di crescita complessivo della domanda globale. Perché questa spirale autolesionista? Ebbene, la crescente apertura dei mercati ha avuto un impatto positivo sull’export, ma ha altresì innescato, specie nei paesi avanzati come l’Italia, delle tensioni sociali legate a due ordini di problemi:

 

  1. l’introduzione di nuove forme di diseguaglianza anche all’interno delle stesse categorie sociali, generando una forte polarizzazione tra imprenditori capaci di adattarsi al nuovo contesto competitivo grazie ad investimenti in tecnologia, forza lavoro, logistica e marketing e imprenditori legati più al mercato interno che non hanno visto arrivare l’ondata competitiva e sono rimasti specializzati in settori maggiormente esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo della manodopera . Una diseguaglianza che si è riflessa anche sui lavoratori che sono stati formati o hanno sviluppato le necessarie competenze economiche e tecnologiche e coloro che hanno invece mantenuto un profilo e delle competenze non più richieste dal nuovo mercato globale;

 

  1. il forte sviluppo dei Paesi emergenti in particolare nel Sud Est asiatico, non accompagnato da reciprocità nel commercio internazionale e nei flussi d’investimento, ha accentuato lo shock competitivo su alcuni settori e categorie di lavoratori nei Paesi avanzati.

La linea di demarcazione quindi tra classi sociali si è spostata ed è diventata trasversale; come ci ha spiegato bene Massimo Ungaro in apertura a questo dossier, possiamo affermare che non esiste più, o esiste sempre meno, un conflitto tra chi possiede le imprese e chi vi lavora, mentre si è acceso il conflitto tra imprese e lavoratori competitivi in grado di stare sul mercato globale cogliendone le grandi opportunità e chi invece ne è stato tagliato fuori, subendo un processo di impoverimento graduale che giustamente ci si rifiuta di accettare.

Competitività e solidarietà sociale sono compatibili

 Quei paesi avanzati che meglio hanno saputo ingrandire l’area dei settori vincenti e ridurre l’area dei settori perdenti sono quelli che stanno vincendo la sfida della globalizzazione (Germania, Paesi Scandinavi, Olanda, Canada). Il welfare danese e olandese ad esempio ci viene ben descritto nell’articolo di Igor Guardiancich. La ricetta insomma per sfidare le mutate condizioni sembra essere quella di coniugare in modo equilibrato la competitività con politiche di inclusione nel sistema di chi non ce la fa o è in ritardo. Politiche dunque tese il più possibile ad allargare l’area che può beneficiare dei vantaggi della globalizzazione e a limitare l’assistenza a quella parte, che deve diventare minoritaria, di imprese e lavoratori che ne vengono esclusi. Questa impostazione è chiaramente non compatibile con una visione protezionistica dell’economia o nostalgica di una presenza massiccia dello Stato nella gestione dell’impresa. Tuttavia, specie per l’Italia, significa concentrare le risorse disponibili su quei settori industriali a maggiore potenziale di crescita sui mercati internazionali, favorendo qui investimenti ed assunzioni e l’allargamento della platea delle imprese in grado di esportare regolarmente (in Italia ad oggi solo il 25% del totale a fronte del 45% in Germania); rendere eccellenti i servizi turistici, migliorando formazione ed infrastrutture funzionali a questo obiettivo e semplificare nettamente il rapporto tra impresa e Pubblica Amministrazione per favorire non solo l’avvio di attività locali, ma anche l’attrazione di attività imprenditoriali dall’estero. Più veloce e strutturale sarà la strada intrapresa in questa direzione e minore sarà il peso della spesa necessaria (e doverosa, oltre che utile al sostegno della domanda aggregata) destinata a sostenere i redditi di chi rimane fuori dal processo di crescita indotto dalla globalizzazione.

Capire le ragioni del protezionismo e del sovranismo

 Una visione pragmatica di quanto sta avvenendo nel mondo e dei rapporti di forza tra economie che si vanno delineando, in cui l’Italia (specie in un contesto di graduale indebolimento dell’UE sulla scena mondiale) non è certo favorita, ci obbliga ad una riflessione più ampia che metta in discussione anche l’impostazione dogmaticamente « aperturista » che le classi dirigenti occidentali hanno seguito dagli anni ’90 in poi. È vero infatti che il sistema di libero accesso delle merci e degli investimenti tra i Paesi del mondo funziona solo se le condizioni di partenza, anche se non identiche, sono per lo meno simili. Questo significa che i Paesi in via di sviluppo non possono sperare di accedere ai nostri mercati in mancanza di regolamenti a tutela dell’ambiente, dei lavoratori e ancora peggio in condizioni di mancanza di reciprocità, come è regolarmente avvenuto negli ultimi anni a vantaggio della Cina e a svantaggio degli Stati Uniti. Reagire con sdegno alle politiche protezionistiche di alcuni governi, limitandosi ad elencarne gli effetti recessivi e l’inefficacia non è quindi sufficiente. Il rifiuto del protezionismo e della chiusura deve passare attraverso il riconoscimento del sentimento di paura dei ceti svantaggiati, ai quali si deve essere capaci di offrire un antidoto alternativo e più efficace delle politiche sovraniste. Occorre quindi affrontare alla radice gli squilibri del sistema economico globalizzato, tra i quali si annovera certamente la mancanza di condizioni di reciprocità con alcuni giganti il cui status di economia in via di sviluppo, a dire il vero, può riferirsi forse alla distribuzione della ricchezza interna alle loro società, ma certamente non alla posizione che essi occupano nel mercato globale.

Un nuovo modello di sviluppo è possibile? Il sogno di Adriano Olivetti

 Accanto ai rischi sociali, con il contributo di Luca Bergamaschi non abbiamo mancato di richiamare i rischi di insostenibiltà ambientale dell’attuale sistema economico. Ecco perché, se il primo nucleo di politiche da adottare deve tendere alla capacità dell’Italia di sopravvivere e continuare a muoversi nel contesto globalizzazione, esso deve necessariamente dispiegarsi a livello europeo, e nei consessi internazionali di cui facciamo parte, a favore di un sistema economico che incentivi attività a basso impatto ambientale ed un consumo ragionevole delle risorse naturali. La transizione ecologica, lungi dall’essere soltanto un modo per limitare i danni dell’attuale sistema economico, dovrebbe configurarsi come uno strumento per individuare nuovi strumenti e nuove opportunità di sviluppo, centrate sull’uomo e fondate sull’idea di convivenza tra gli uomini. Forse Adriano Olivetti, che fu un esponente del capitalismo italiano più illuminato, può suggerirci i contorni di questa nuova visione con una frase da lui pronunciata negli anni ’50.

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? C’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni a Ivrea come a Pozzuoli… il fine è la realizzazione di un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo…la nostra Società crede nei valori spirituali nei valori della scienza, dell’arte, della cultura, crede infine che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”.

 

*MondoDem


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