Esistono differenti interpretazioni su come analizzare la crisi libica. Alcuni studiosi puntano il dito contro la fragile identità del paese e ne attribuiscono l’ingovernabilità alla sua tipica frammentazione: tribalismo, localismo e regionalismo giocherebbero su più piani come forze centrifughe dirompenti. Un’altra interpretazione attribuisce la responsabilità di questa prolungata crisi a un processo di polarizzazione politica tra le forze laiche e quelle islamiste. Entrambi i punti di vista potrebbero essere affascinanti, ma entrambi sono parziali, incompleti e talvolta semplicistici poiché trascurano lo scenario internazionale che fa da corona al paese nordafricano e il ruolo cruciale degli attori esterni.
Attualmente nel sistema internazionale, e in particolare nella regione mediorientale e mediterranea, la gerarchia di potere e prestigio sembra cambiare piuttosto rapidamente e la sua continua evoluzione rappresenta un fattore chiave di insicurezza. L’assertività di attori regionali e il ruolo sempre più influente della Russia sembrano essere emblematici della natura mutevole della schieramenti politici internazionali. Anche i primi passi della nuova amministrazione degli Stati Uniti sembrano confermare una costante attenzione al bilanciamento degli impegni e delle risorse, contribuendo ad accelerare i processi di cambiamento nella regione. Alla luce di questo quadro, il Mediterraneo allargato sembra essere l’epicentro del disordine globale e la crisi libica si pone come uno dei rinnovati e principali capitoli.
In Libia, l’interferenza delle potenze regionali e internazionali hanno contribuito a spaccare il paese e reso ancora più difficile dare il via un vero e proprio processo di riconciliazione nazionale. Dal momento che il regime di Gheddafi è stato rovesciato nel mese di ottobre 2011, il paese si è alternato tra fasi di conflitto e di distensione. La Libia di oggi è ancora divisa tra un parlamento a Tobruk e il Consiglio di Presidenza sostenuto dalle Nazioni Unite (guidato da Fayez al-Sarraj) a Tripoli, primo nucleo di un governo di Accordo Nazionale (GNA). Tuttavia, nessuno dei due – e neppure il terzo incomodo islamista, ossia il vecchio esecutivo guidato da Ghwell che ancora in modo piuttosto surreale vanta legittimità – può effettivamente essere in grado di governare. Il paese è ancora “ostaggio” delle milizie che controllano diverse aree del paese: il generale Khalifa Belqasim Haftar in Cirenaica tiene in scacco il parlamento di Tobruk, le milizie di Misurata e Tripoli tengono vivo il fragile governo di Serraj, le milizie più radicali, che hanno nel gran mufti al Gharyani un riferimento politico, non si rassegnano e sono in grado di interferire chiaramente nella scena militare come appurato con il recente blitz che ha permesso loro di espellere le forze di Haftar dalle zone della Sirtica dove sono presenti i terminal petroliferi. Il ginepraio libico è composto da alleanze mutevoli dove lo spazio per la politica non sembra più esistere e chi ha le armi non vive di strategia ma di tattica: l’unico obiettivo importante sembra che non sia far vincere il proprio nemico.
Durante l’ultimo anno, una trattativa con il generale Haftar, “uomo forte” della Cirenaica è stato discussa più volte, ad una condizione: che egli accettasse un ruolo all’interno del governo sostenuto dalle Nazioni Unite, limitando le sue ambizioni egemoniche sulla Libia e riconoscendo il primato del governo civile. Gli ultimi eventi stanno rendendo questa opzione sempre più remota, e il contesto internazionale sta clamorosamente indebolendo le possibilità di successo di un tale mediazione. L’approccio bottom-up delle Nazioni Unite ha fallito perché gli attori locali non sono dotati di incentivi per perseguire una mediazione. La crisi libica è sempre più percepita dalle potenze internazionali e regionali, come parte integrante di una crisi più grande. Molti di questi attori internazionali hanno continuato a sostenere un concorrente libica o l’altra secondo i propri interessi. Interessi divergenti da parte dei paesi arabi conservatori, Egitto, Stati Uniti, Europa e Russia hanno dato luogo a contrasti e contraddizioni.
Negli ultimi mesi Moscaha fatto la sua irruzione sulla scena con un appoggio ad Haftar e poi con un tentativo di mediazione che ha visto anche Serraj andare in Russia. Difficile dire a cosa punti Mosca e a cosa punti Haftar. I due attori sembrano aver instaurato un matrimonio di convenienza. Fino a qualche tempo fa era chiaro che Haftar cercasse di prendere tempo, evitando un voto di fiducia di Tobruk verso Serraj e tentando di far deragliare il processo politico delle Nazioni Unite. A quel punto, dopo il fallimento del GNA, Haftar sarebbe rimasto l’unico attore credibile in campo. Nel frattempo si era rafforzato conquistando militarmente le strutture petrolifere nel tentativo di “lanciare un’Opa” sulla Libia. Chi controlla il petrolio controlla (indirettamente) la compagnia petrolifera nazionale e la Banca Centrale. Aprendo o chiudendo i rubinetti di fatto controlla l’economia.
La Russia gioca forse una partita più ampia. La Libia non è la Siria per gli interessi strategici russi e forse, anche qui, è più opportunismo che strategia: gioca un ruolo dove gli USA non sono più in grado o non hanno più intenzione di farlo con la previsione di scambiare questa influenza con altre concessioni in zone più strategiche o semplicemente di accrescere la propria influenza nella regione. Haftar è alla ricerca di nuovi padrini. Gli egiziani – l’hanno dimostrato con il tentativo di incontro di poche settimane fa – sembrano titubanti nel valutare positivamente una opzione militare che porterebbe a un nuovo conflitto alle porte di casa. Emirati e Russia sembrano invece più propensi e danno corda ad Haftar.
In questa serie di mutamenti l’Italia sta facendo il possibile per garantire la propria posizione sulla base di due presupposti: i principali interessi risiedono in Tripolitania ed ha quindi necessità che sia da quell’area che cominci a ricrearsi legittimità e stabilità; una vera stabilità non può che formarsi con un accordo maggioritario tra le parti e non con la sopraffazione di una parte sull’altra. Sulla base di ciò continua ad appoggiare il GNA. Non tutto è funzionato, a cominciare dalla scarsissima capacità di Serraj di governare, e ora Roma appare alla finestra. Lo scenario internazionale influenza la posizione italiana. Più di tutto ha influenza la relazione tra Russia e Usa. Roma ha perso il supporto dell’amministrazione Obama e sta cercando di indirizzare, con alterni risultati, la posizione di Trump. L’Italia ha rafforzato il più possibile Serraj, stabilendo patti con lui (immigrazione) e inviando un ospedale da campo militare a Misurata, suo principale alleato, convinta giustamente che per arrivare a una pace sia necessario che le parti siano in equilibrio. Ma ora l’attore esterno principale sembra Mosca. Se guardiamo alla recente ambigua dichiarazione congiunta tra Usa, Francia e Gran Bretagna, alla quale l’Italia non ha aderito, Roma appare sempre più sola nel credere ancora a una soluzione mediata.

Arturo Varvelli, Research Fellow, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale


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