Di Claudia Barbarano

14 anni fa veniva abolita la leva obbligatoria in Italia. La coscrizione era in vigore da 143 anni. L’ultimo giorno veniva fissato al 30 giugno 2005.

Fa eco a questa ricorrenza, la recente notizia della fine della coscrizione illimitata per i giovani e le giovani eritree. Sembra, infatti, che i parenti di un ultimo gruppo di reclute abbiano riferito che in un discorso formale sia stato annunciato che la leva non sarà più a tempo indefinito (con una durata media di 20-30 anni), ma si limiterà a 18 mesi, dei quali 6 di addestramento e il restante di servizio civile.

Proprio, il carattere apparentemente pubblico dell’annuncio, rafforzato dall’accordo di pace appena intercorso con l’Etiopia, ravviva la speranza che questa decisione dia degli immediati riscontri. Già nel 2014, anno in cui 5000 eritrei abbandonavano il paese ogni mese, esponenti del governo del presidente Afewerki (insediatosi nel 1993), rassicurarono altri Stati, tra cui Regno Unito e Danimarca sul fatto che avrebbero limitato il periodo di leva ripristinando i limiti originariamente previsti dalla legge nazionale. Non fece seguito alcun effetto, salvo un incremento del 66% nei provvedimenti di rigetto della protezione internazionale da parte degli organi di prima istanza britannici.

Dalle agenzie internazionali si evince che, proprio dal 2015, gli eritrei sono per numero la terza nazionalità ad entrare in Europa via mare, registrandosi quinti nel giugno 2018 per numero di arrivi in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Di essi, il 90% è composto da uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni, in fuga dalla schiavitù, dalle esecuzioni e dalle lunghe detenzioni arbitrarie con cui vengono punite le diserzioni e, soprattutto, dal lavoro forzato nell’esercito che, con un salario mensile di appena 450 nafka, 40 dollari (equivalente tuttavia, a 10 dollari sul mercato nero locale), non consente loro non solo di sostenersi, ma neppure di provvedere alle proprie famiglie dalle quali sono lungamente separati.

A ciò si aggiunga il fatto che anche i minori sono obbligati a servire nella Defence Force, anzi il primo metodo di coscrizione è rappresentato proprio dalle scuole: tutti gli alunni devono seguire il grado 12 della scuola secondaria presso il campo militare di Sawa, dove vivono in condizioni deplorevoli, soggetti a regole disciplinari di stampo militare e addestrati all’uso delle armi. Le donne, in particolare, subiscono varie forme di trattamento inumano, come la riduzione in schiavitù sessuale, la tortura e abusi. Non è un caso che molti adolescenti lascino le scuole molto presto – esponendosi al rischio di lunghe carcerazioni – per aiutare economicamente le proprie famiglie, o per spostarsi da soli verso altri territori, spingendosi fino al Sudan, la Libia o, addirittura all’Europa per non trovarsi nella condizione di fratelli, sorelle e genitori di cui spesso, non hanno più notizie (numerose sono le testimonianze di soldati che dicono di vedere i propri figli una volta all’anno, mentre una rifugiata di 34 anni ha riferito a operatori di Amnesty International di non aver mai incontrato il padre, preso dalle milizie ancor prima della sua nascita).

A questo drammatico scenario di violazione sistematica dei diritti umani, fa da inevitabile corollario, il paradosso per cui nei paesi europei e in particolare, in Italia, a chi, originario dell’Eritrea, dice alle Commissioni Territoriali di essere approdato sulle nostre coste per istruirsi e lavorare, difficilmente viene riconosciuta la protezione internazionale perché bollato con disarmante facilità come migrante economico.

Eppure, con la cessazione delle ostilità con l’Etiopia sembra riaccendersi una speranza di riconciliazione tra la popolazione e le istituzioni, di normalizzazione e, finalmente, di ripresa economica.

Negli ultimi anni, infatti, l’Unione Europea ha siglato con il Governo eritreo fino al 2020 il National Indicative Program, un programma di sviluppo nazionale che punta ad accrescere il settore energetico, favorire lo sviluppo socio-economico, creare nuovi posti di lavoro e modernizzare la governance finanziaria. Il piano prevede 175 milioni di euro (dei 200 complessivi) da destinare al settore energetico, attraverso lo sviluppo e la diffusione delle energie rinnovabili – solare, eolica e geotermica – e il rifacimento della rete elettrica nazionale con il doppio obiettivo di garantire efficienza energetica e sostenibilità. La Germania, al fine di rafforzare l’impegno comunitario e di affrontare la crisi umanitaria dei giovani eritrei in fuga dal paese, ha firmato un protocollo di cooperazione con il quale si è assunta l’onere di avviare progetti di formazione e percorsi di empowerment per gli esuli, promuovendo la costituzione di piccole e medie imprese.

A questo proposito, nell’ottobre del 2016, il ministro degli Esteri eritreo, Osman Saleh Mohammed, dichiarò in una intervista ad askanews: “Stiamo collaborando con l’Ue, con la Germania e altri Paesi europei, ma non con l’Italia … l’Italia non vuole collaborare con l’Eritrea e non sappiamo perchè”. Cogliendo questo monito, rafforzato da una richiesta di maggiori investimenti Italiani avanzata da Yemane Gebreab, consigliere del Presidente eritreo, durante una visita a Roma risalente al 2017, sarebbe senz’altro auspicabile che l’Italia riprendesse le fila del lavoro di cooperazione avviato dall’ex viceministro agli Esteri, in quota PD, Lapo Pistelli, e poi bloccatosi nel 2015 con la sua uscita di scena, contribuendo a sostenere insieme con le organizzazioni internazionali e i Paesi già coinvolti nei programmi di sviluppo, la riduzione del  controllo governativo sulla popolazione e la cessazione, nei fatti, della leva illimitata, smobilitando risorse per la formazione, la crescita occupazionale di un territorio nel quale ancora operano numerose aziende italiane e di cui l’Italia è il secondo partner commerciale, intervenendo nel settore dell’educazione degli adulti, promuovendo la ricostituzione delle università come quella di Asmara, fondata dalle sorelle Comboniane, frequentata in larga parte da Italiani fino agli anni ’50 e, poi, definitivamente chiusa negli anni 2000.

In un contesto in cui la crisi dei rifugiati contava 124.000 arrivi, a fronte degli appena 16.000 del 2018, Pistelli aveva ben chiaro che politiche solo repressive – come quelle imposte dall’attuale Governo, volte a criminalizzare la povertà e la disperazione – ben lungi dal rispondere all’emergenza allora in corso, avrebbero fortemente minato la credibilità dell’Italia sul proscenio internazionale. Fece, pertanto, dei diritti umani una parte integrante e imprescindibile dei negoziati di Asmara del 2 luglio 2014. Il piano era chiaro: rilanciare le relazioni bilaterali e promuovere il pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile, fondamentale della comunità internazionale e possibile elemento stabilizzatore del Corno d’Africa.

La crisi delle migrazioni con i suoi numeri, dietro i quali ci sono volti, nomi, cognomi, reti di relazioni, ci mostra con prepotente evidenza l’importanza di un intervento internazionale umanitario che si concretizzi non solo nell’apertura di corridoi migratori sicuri e regolari ma anche e soprattutto in un’azione mirata, matura, capace di coniugare cambiamento, speranza nel futuro e opportunità e che porti le popolazioni locali, nel caso di specie gli eritrei, a vivere con dignità nel proprio Paese, lasciando che la migrazione rappresenti una scelta e non più una necessità.


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