di Bernardo Tarantino*

L’articolo intende fornire un’analisi dei dazi introdotti recentemente da Donald Trump e dei potenziali effetti sull’economia italiana. La prima parte illustrerà la portata dei provvedimenti protezionistici del Governo statunitense nel settore siderurgico. La seconda parte sarà dedicata ai potenziali effetti dei dazi sulle aziende italiane esportatrici di acciaio e alluminio. Infine, si illustreranno le tappe di una possibile escalation tariffaria e le potenziali conseguenze sull’export italiano.

 

  1. I motivi e gli obiettivi della scelta di Trump

Lo scorso 23 marzo, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto dazi del 25% per l’acciaio e del 10% per l’alluminio. I motivi principali di questa decisione risiedono nella crisi che il settore siderurgico statunitense ha conosciuto negli ultimi due decenni. In particolare, il rapporto del Dipartimento per il Commercio USA del 16 febbraio considera l’eccedenza delle importazioni di acciaio e alluminio una minaccia per la sicurezza nazionale e l’occupazione. Il rapporto, oltre a rilevare una diminuzione negli ultimi vent’anni del 35% degli occupati nel settore dell’acciaio e del 58% tra il 2013 e il 2016 nel settore dell’alluminio, raccomanda misure di politica commerciale volte a tutelare i comparti produttivi nazionali.

Inizialmente, i provvedimenti di politica commerciale dell’Amministrazione Trump avrebbero dovuto colpire quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gradualmente, l’asprezza delle misure tariffarie si è affievolita. Canada e Messico, rispettivamente primo e quarto partner commerciale degli Stati Uniti nel settore siderurgico, sono stati subito esentati dai dazi. A ridosso della firma del Proclama presidenziale, l’Unione europea, il Brasile, la Corea del Sud, l’Argentina e l’Australia hanno ottenuto un’esenzione temporanea. La Cina, primo produttore mondiale di acciaio e alluminio, è pertanto il destinatario principale delle misure tariffarie imposte da Trump. Ciò nondimeno, il rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea non è da sottovalutare. La data del primo maggio indicata dall’Amministrazione Trump per concludere i negoziati su dazi e relazioni commerciali sembra poco realistica e la Commissione europea sostiene che l’esenzione dai dazi debba essere permanente e non solo temporanea.

I dazi di Trump rappresentano una sfida senza precedenti per l’industria siderurgica globale. Gli USA sono il maggior importatore mondiale di acciaio (circa 31 milioni di tonnellate) e le ripercussioni dei dazi non tarderanno a farsi sentire. Per i paesi esportatori, una tassa aggiuntiva alle importazioni rappresenta un problema di non poco conto, in quanto molti prodotti rischiano di vedere le proprie esportazioni drasticamente diminuite.

 

  1. I dazi di Trump avrebbero effetti negativi su alcuni comparti della siderurgia italiana caratterizzati da un significativo valore aggiunto

I rapporti commerciali tra Stati Uniti e Italia sono eccellenti. L’interscambio supera i 55 miliardi di euro. Il saldo della bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia. Nel 2017, con 40,5 miliardi di fatturato, l’Italia si è piazzata all’ottavo posto dei paesi da cui provengono le importazioni degli Stati Uniti. Le importazioni italiane dagli Stati Uniti si attestano a 15 miliardi di euro.

Nel settore siderurgico[1], l’Italia rappresenta soltanto l’1% del valore complessivo delle importazioni degli Stati Uniti. Il peso degli Stati Uniti, nel totale delle vendite all’estero di prodotti siderurgici italiani è pari al 3,8%, appena lo 0,2% dell’export manifatturiero. Tuttavia, i potenziali effetti negativi non sono da sottovalutare. Le aziende italiane specializzate nella produzione di acciaio e alluminio esportano complessivamente verso gli Stati Uniti 470 mila tonnellate d’acciaio l’anno per un valore di circa 653 milioni di euro[2].

Se si analizzano nel dettaglio le performance dei singoli prodotti, emerge un ruolo più rilevante  per l’Italia nel commercio di semilavorati ad alto valore aggiunto. La categoria che rischierebbe di essere più colpita dai dazi di Trump è  infatti quella dei lingotti in acciai inox per i quali le esportazioni negli Stati Uniti rappresentano il 57,4% del totale (21.603 tonnellate su 37.613). Relativamente più contenuto, ma comunque rilevante, sarebbe l’impatto anche sulle barre e profilati in acciai inossidabili (18,5% le esportazioni negli USA sul totale), i tubi senza saldatura (13,1%), i fili in acciai legati (12,5%) ed i lingotti in acciai legati (9,3%).[3]

Una stretta sui dazi non sarebbe quindi senza conseguenze per l’industria italiana. Per molti prodotti il mercato americano non rappresenta solo una delle destinazioni più remunerative, ma anche una delle aree con maggiori prospettive di crescita. Uno studio di Prometeia considera il mercato statunitense una combinazione di “ampie prospettive di sviluppo” per il prossimo biennio ed elevato “peso specifico”, in termini di volumi potenzialmente assorbibili, per i settori dei “tubi in acciaio” e della “lavorazione a freddo dell’acciaio”.

Alla luce di questi dati, secondo il Presidente di Federacciai Gozzi, le imprese italiane potenzialmente colpite dai dazi di Trump non supererebbero la decina. Tra di esse, si segnala il caso di Arinox (Gruppo Arvedi) situata a Riva Trigoso, azienda specializzata nella produzione di acciaio inossidabile che ha recentemente trasmesso il proprio parere al Dipartimento del Commercio USA. Altro caso da segnalare è quello dell’acciaieria Valbruna, con sedi a Vicenza, Bolzano e nello Stato dell’Indiana, che esporta 40 mila tonnellate di acciaio inossidabile negli USA.

Prima dell’annuncio dell’imposizione dei dazi su acciaio e alluminio, l’Amministrazione Trump aveva già imposto un dazio provvisorio del 22,6% alle importazioni di vergella italiana colpendo principalmente l’azienda friulana Ferriere Nord e la veronese Ferriere Valsider. Gli Stati Uniti sostengono che parte delle esportazioni italiane di vergella sono in dumping a causa di sussidi statali. Nel 2016 le esportazioni italiane di vergella negli USA ammontavano a 12 milioni di dollari per un totale di 30 mila tonnellate. Nei primi 8 mesi del 2017 l’Italia ha esportato negli USA circa 19 mila tonnellate di vergella.

Infine, sembra opportuno descrivere brevemente gli effetti indiretti che i dazi sui prodotti cinesi avrebbero sul mercato siderurgico europeo. Le esportazioni cinesi di acciaio e alluminio verso gli USA, colpite dai dazi, potrebbero riversarsi sui mercati dei Paesi membri dell’UE danneggiando tutte le aziende del settore. A tal proposito sono state espresse preoccupazioni per la concorrenza che la filiera siderurgica lecchese subirebbe dai competitor asiatici.  Con i suoi 19.857 addetti il distretto industriale lecchese ha generato un export pari a 1,8 miliardi nei primi nove mesi del 2017. Questi risultati potrebbero essere compromessi da una maggiore disponibilità sui mercati europei di prodotti di acciaio e alluminio provenienti dalla Cina e che, non trovando più sbocco negli USA, potrebbero dirigersi sull’Europa. Tuttavia, le esportazioni cinesi verso gli USA hanno un peso relativamente modesto in quanto costituiscono solo il 3% del totale delle importazioni USA di acciaio e alluminio.

 

  1. Nel caso di escalation tariffaria gli effetti sull’export italiano sarebbero rilevanti

Benché al momento poco probabile, non è da escludere l’avvio di un’escalation di ritorsioni tariffarie.  La Commissione europea si è attivata per ottenere un’esenzione dai dazi sull’acciaio e l’alluminio. Come si è evidenziato, il Governo americano ha concesso un’esenzione temporanea i cui profili giuridici ed operativi risultano poco chiari. L’Unione europea chiede un’esenzione permanente e sta studiando una triplice strategia per rispondere al protezionismo americano.

a) L’Unione europea potrebbe fare richiesta di arbitrato presso l’Organo delle risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia questa procedura richiede tempi molto lunghi.

b) Una seconda opzione sarebbe quella di adottare misure di salvaguardia provvisorie per impedire che i prodotti oggi esportati negli Usa dal resto del mondo, e che verranno bloccati dai dazi, si riversino nel mercato europeo creando seri danni all’industria siderurgica.

c) Infine, l’Ue potrebbe attivare una ritorsione commerciale che avrebbe però effetti dirompenti sul commercio internazionale. In tal caso, sembrerebbe che l’Ue abbia già stilato una lista di beni statunitensi a cui applicare dazi e che includono acciaio, alluminio, motociclette, jeans, whiskey, motori per imbarcazioni, riso, fragole, granoturco e molti altri beni per un valore totale di 2,83 miliardi di euro.

Nel caso di ritorsioni da parte dell’Unione europea, Trump ha annunciato di voler ampliare la lista dei prodotti europei da sottoporre a dazi, a cominciare dall’automotive. Gli esportatori italiani sarebbero i più colpiti insieme a quelli tedeschi. In particolare, il 23,0% dell’export industriale italiano negli Stati Uniti è costituito da mezzi di trasporto, il 18,7% da macchinari, il 10,1% da alimentari e bevande e il 9,5% da tessile, abbigliamento e calzaturiero. A livello regionale, Lombardia e Veneto sarebbero le regioni più colpite da un’escalation tariffaria. Si pensi che nel 2016 la Lombardia ha esportato negli Stati Uniti merci per 8,1 miliardi di euro e il Veneto per 4,8 miliardi.

È difficile prevedere gli effetti di un’escalation tariffaria sull’export italiano e sui singoli settori produttivi, soprattutto se non si conoscono l’ampiezza e la portata delle misure protezionistiche. Tuttavia, è evidente che il ritorno ai dazi in settori strategici dell’export italiano avrebbe un impatto rilevante sulla nostra economia determinando una perdita per le aziende. Uno studio di Prometeia sull’impatto dei dazi americani ha ipotizzato che se si riportassero le tariffe doganali ai livelli pre-OMC (precisamente ai livelli del 1989), gli ulteriori oneri doganali costerebbero alle imprese italiane circa 800 milioni di euro [4] , distribuiti diversamente tra i vari settori. Secondo lo studio, di questi 800 milioni, oltre 345 peserebbero sui settori tradizionali del Made in Italy: la moda, le calzature, il design e l’alimentare. Per 216 milioni sui mezzi di trasporto e la meccanica, per 62 milioni sui prodotti e materiali da costruzione. Per 43 milioni sulla metallurgia e per 32 milioni sulla chimica-farmaceutica. Tutto ciò escludendo eventuali misure sanitarie e fito-sanitarie che potrebbero ulteriormente colpire settori specifici del nostro export. Infine, occorre sottolineare che i dazi si applicherebbero a tutti i paesi dell’Unione europea e ciò provocherebbe un “effetto domino” sulle catene del valore internazionali determinando ulteriori perdite per economie aperte come quella italiana.

 

 

 

 

*Bernardo Tarantino è consulente relazioni internazionali e istituzionali. A Expo Milano 2015, si occupato dell’organizzazione delle attività internazionali e delle iniziative di Promozione del Sistema Paese all’estero. In qualità di allievo dell’École Nationale d’Administration, ha svolto servizio alla Rappresentanza permanente della Francia presso l’Unione europea ed è stato membro del gabinetto del Prefetto del Lot-et-Garonne (Fr).

 

 

 

[1] Federacciai conta 130 imprese associate. Gli addetti nel settore siderurgico in Italia sono 70.000. La produzione nazionale di acciaio ammonta a 22 milioni di tonnellate l’anno.

[2] Fonte: Federacciai

[3] Elaborazione siderweb su dati ISTAT

[4] Il calcolo è stato fatto a partire dai dati export del 2015


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