Di Chiara Gribaudo

Il ruolo dell’export è stato determinante durante la crisi e negli anni della crescita per far ripartire l’Italia. Nel 2017, ultimo anno dei governi PD, l’export è cresciuto del 7,4% toccando il record storico di 450 miliardi e la bilancia commerciale italiana, al netto degli energetici, era positiva per 47,5 miliardi di euro. Il nostro DNA di paese trasformatore, grazie anche a politiche industriali innovative e ad un grande sforzo per l’internazionalizzazione delle imprese, ha tenuto accesi i motori dell’economia, in particolare della manifattura, ed è salito di giri sfruttando meglio di molti altri settori la positiva congiuntura globale che vediamo invece contrarsi nella seconda metà del 2018, complici le tensioni geopolitiche, le tensioni protezionistiche, l’ascesa di partiti sovranisti nel contesto europeo.

Ogni spinta alla chiusura delle frontiere commerciali è una spinta verso la disoccupazione e l’impoverimento del tessuto produttivo. L’eccezionale dato del nostro manifatturiero da poco rilasciato da ISTAT, che segna nel triennio 2014-2017 una crescita del 10%, seconda solo alla Germania e davanti a Francia e Regno Unito, non sarebbe stato conseguibile se non fosse per la presenza delle nostre imprese nelle catene del valore globali e continentali. In un Paese il cui PIL dipende per un terzo dalle esportazioni, non è più rimandabile il tema di come vogliamo mantenere le nostre posizioni in queste catene e, semmai, di come vogliamo scalare la catena per passare da essere un Paese prevalentemente supplier a un Paese più decisamente seller, la posizione di maggior vantaggio e minor rischio dell’economia globalizzata. Per intenderci, la posizione della Germania.

Questa era la ragione ed il grande obiettivo strategico di riposizionamento geo-economico del Paese per cui  i governi del Partito Democratico hanno intrapreso questa strada attraverso la creazione di legami commerciali sempre più forti con la Cina e altre realtà ormai sviluppate, ma anche e soprattutto attraverso l’introduzione del piano Industria 4.0. Superammortamento e iperammortamento su specifici beni strumentali ad alta innovazione tecnologica servivano ad accompagnare e stimolare le nostre imprese verso la digitalizzazione, l’automazione, l’utilizzo dei big data. Questi incentivi hanno avuto fin da subito grande successo fra le grandi imprese, dimostrando al contempo due debolezze: la difficoltà di essere utilizzate fra le PMI e la generalizzata mancanza di competenze che consentissero di adoperare con profitto le “macchine” acquistate grazie agli incentivi.

Questo ci introduce ad un’altra sfida della globalizzazione che riguarda le competenze e lo skill mismatch che è ormai un problema centrale nel nostro mercato del lavoro. A fronte della disoccupazione che con grandi sforzi avevamo ricondotto sotto il 10%, vanificati dal governo gialloverde in meno di 3 mesi, gli industriali segnalano di aver bisogno, da qui al 2022, di circa mezzo milione di tecnici specializzati che non riusciranno a trovare. Al tempo spesso, l’Italia riesce, unica fra i maggiori partner europei, ad avere un forte saldo negativo rispetto alle migrazioni di personale impegnato in ricerca e sviluppo dovute anche all’arretratezza del nostro sistema universitario. I cambiamenti che il mondo del lavoro affronterà nei prossimi anni impongono un cambio di paradigma nelle politiche di orientamento, job placement e life long learning che i governi del PD hanno soltanto iniziato, e che devono assolutamente essere portato avanti.

Se è vero che entro il 2025 ben 75 milioni di mansioni umane saranno sostituibili dalle macchine e dagli algoritmi, ma 133 milioni di nuove mansioni potrebbero rendersi necessarie, mantenere e migliorare la nostra posizione nelle catene globali del valore significa prendere atto di questa realtà e farsi carico oggi di questo tema epocale. Il Jobs act lo affrontava con la riforma delle politiche attive del lavoro, che però non è mai arrivata fino in fondo. La creazione dell’ANPAL per il coordinamento delle politiche regionali e l’istituzione degli assegni di ricollocamento si sono arenati sul fallimento del referendum costituzionale. Il programma Garanzia giovani ha creato un primo modello condiviso di intervento, che ha però bisogno di essere rivisto e aggiornato. L’alternanza scuola/lavoro è stata un progresso indispensabile per avvicinare istruzione e imprese, ma necessita di un grande investimento in orientamento e nella costruzione di rapporti veri e genuini fra scuole e aziende, per garantire esperienze di qualità e non la sostituzione di forza lavoro. Lo stesso vale per i tirocini e l’orientamento al lavoro degli studenti universitari.

I dati di fine 2018 ci dicono che l’economia globale rallenta, l’industria tedesca frena e l’industria italiana ne subisce immediatamente i contraccolpi, determinando nel terzo trimestre del 2018 una decrescita del PIL dello 0,1% per la prima volta dal 2014. Fino a quando non saremo in grado di spostarci sul piano più alto della catena del valore, sarà sempre così. Continuare a dipingere un Paese chiuso, che dice no ad ogni infrastruttura transfrontaliera, che rifiuta le opportunità del commercio internazionale, non farà altro che peggiorare la situazione. Il reddito di cittadinanza rischia di essere non solo uno spreco immane di risorse pubbliche, ma un’incredibile occasione persa. Il governo M5S – Lega non si sta preoccupando in alcun modo di come riformare davvero i centri dell’impiego: tutta l’attenzione è spostata sul sussidio, sulla sua entità, erogazione, durata. Non sui servizi. 9 miliardi per questo, 6-7 miliardi per una riforma delle pensioni che spegne il futuro dei nostri giovani. Quelle risorse si potrebbero impiegare, oltre che in una vera lotta alla povertà, nel potenziamento degli ITS, nel raddoppio dei finanziamenti per università e ricerca, nella prosecuzione del piano industria 4.0.

Le priorità? Chiedere regole condivise almeno in ambito europeo per contrastare il dumping sociale e salariale e puntare su un grande piano per la transizione tecnologica ed ecologica. Il nostro sistema di welfare deve, inoltre, dotarsi di un vero e proprio pilastro, accanto a sanità, previdenza e istruzione, per la riqualificazione dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita. Il diritto alla formazione, infatti, è l’unico che può garantire un reddito stabile e una condizione di vita dignitosa fino all’età del pensionamento, accompagnato dalla creazione di un ammortizzatore sociale universale di carattere europeo. Idee da rendere centrali nel programma dei progressisti per l’appuntamento continentale del 2019. Così sfideremo le destre populiste e neoliberiste.

 

*Deputata Partito Democratico


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