Di Igor Guardiancich

In un famoso articolo del 1996, il politologo Maurizio Ferrera classificò l’Italia come facente parte di un regime di welfare ‘mediterraneo’ o ‘sudeuropeo’. Una delle caratteristiche cardine di tale regime è la sussidiarietà, in base alla quale, lo Stato – al contrario di quanto avviene nei regimi ‘nordici’ o ‘socialdemocratici’ – interviene a tutela dei bisogni sociali solo quando la capacità previdenziale della società e in primis della famiglia è esaurita. Pertanto, il benessere della famiglia è stato in gran parte concepito come una responsabilità privata e prevalentemente femminile. Questo ‘familismo implicito’ nel regime mediterraneo ha fatto sì che gli aiuti statali, soprattutto l’offerta di servizi in natura, quali l’assistenza all’infanzia e la cura di anziani e/o disabili, siano deboli e sottosviluppati, contribuendo in maniera fondamentale alle disparità di genere.

 Come scrive il sociologo Egidio Riva, negli ultimi decenni del secolo scorso, svariate pressioni hanno aumentato la salienza del problema della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. La necessità di affrontare i ‘nuovi rischi sociali’, derivanti dall’aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro, la preoccupazione per i cambiamenti demografici, l’istituzionalizzazione del dibattito sulle pari opportunità ed un crescente consenso riguardo al rafforzamento dell’assistenza all’infanzia hanno fatto sì che il dibattito politico si occupasse della questione femminile. Questa nuova agenda politica è stata decisamente influenzata dall”Unione europea, che, a partire dagli anni ’90, ha contribuito allo sviluppo di politiche sociali specifiche. Tuttavia, dopo quasi tre decenni e svariati tentativi di riforma, il nocciolo delle politiche in tema di conciliazione famiglia-lavoro non è sostanzialmente cambiato. Gli indicatori di policy outcome non potrebbero essere più espliciti. Nonostante un progressivo miglioramento, il numero di bambini sotto i 3 anni che non ottengono un posto in un’istituzione per l’infanzia è del 65.6% [1]. Nonostante il dato sia equiparabile alla media europea (67.1% nel 2016), esso risulta molto elevato se raffrontato con i paesi Scandinavi, con la Francia, l’Olanda o il Belgio, i quali investono di più in un armonioso bilanciamento degli impegni lavorativi e familiari.

Andiamo ad analizzare i casi paradigmatici della Danimarca e dell’Olanda. Il paese Scandinavo è rappresentante indiscusso di un equilibrio di assistenza all’infanzia full-time. Nel 2016, solo il 30% dei bambini Danesi sotto in 3 anni non fruivano di una forma istituzionalizzata di childcare. Del restante 70%, quasi 9 infanti su 10 frequentavano un asilo o una crèche per più di 30 ore settimanali. Ciò fa sì che le mamme abbiano la possibilità di dedicarsi esse stesse ad un lavoro a tempo pieno. I Paesi Bassi invece sono rappresentativi di un equilibrio di assistenza all’infanzia part-time. Infatti, secondo l’Eurostat, il 47.6% dei bambini sotto i 3 anni nel 2016 partecipavano ad istituzioni prescolastiche che offrivano i loro servizi per una durata da 1 alle 29 ore settimanali, e solo il 5.4% a istituzioni che si prendevano cura dei bimbi per più di 30 ore a settimana. Tale equilibrio si riflette specularmente nel numero di donne che hanno un impiego part-time, ovvero ben il 62.8% del totale.

Questa maggiore attenzione al duplice ruolo delle donne in quanto lavoratrici e madri ha un impatto considerevole sulla società. Al netto delle differenze, i due paesi del nord Europa innescano un circolo virtuoso tra occupazione femminile nel privato e nel pubblico, disponibilità di posti in istituzioni per l’assistenza all’infanzia e natalità. In entrambi i casi, la lavoratrice-madre può rientrare nel mercato del lavoro (a tempo pieno o meno) pochi mesi dopo il parto, evitando pertanto l’obsolescenza delle proprie competenze. Le tasse (elevate in ambedue i paesi) pagate dalle lavoratrici vengono reinvestite in asili e nidi, aumentando ulteriormente il tasso di occupazione, prevalentemente femminile, attraverso il pubblico impiego (o attraverso sussidi pubblici a istituzioni private). Si tratta, come è facilmente intuibile, di una situazione win-win: l’assistenza ai figli viene ‘defamilializzata’, contribuendo ad un innalzamento della natalità. Non è un caso, infatti, che il tasso totale di fertilità nei paesi Scandinavi (Danimarca, Norvegia e Svezia) fosse di 1,78 figli per donna nel 2016, quello della Francia, primatista europea, di 1,92 figli, e quello dell’Italia di soli 1,34 figli per donna durante il medesimo anno. Al contempo, i due paesi staccano l’Italia di 20 punti percentuali per quel che riguarda l’occupazione femminile: nel 2017, il 73.7% delle donne danesi ed il 72.8% delle donne olandesi erano occupate contro il 52.5% delle italiane.

Possiamo pertanto affermare che l’Italia si trovi in un vero e proprio circolo vizioso tra bassa natalità, ridotta occupazione femminile e insufficiente investimento nei servizi per l’infanzia. A questo bisogna aggiungere che le famiglie italiane, per far fronte alle carenze istituzionali, si avvalgono spesso di servizi offerti privatamente da badanti e baby-sitter: un equilibrio basato, in parte, sui migranti e, in parte, sul lavoro irregolare, viste le deduzioni irrisorie di tali servizi dall’imponibile.

Ovviamente i modelli danese e olandese non possono essere semplicemente replicati nel contesto italiano, in assenza di una preparazione certosina ad un passaggio progressivo dall’elargizione di denaro ai genitori all’offerta di servizi per l’infanzia. Tra i possibili interventi si possono auspicare un aumento della copertura degli asili nido, sgravi per le famiglie sia per le rette dei nidi e sia per l’impiego di badanti e baby-sitter, per non parlare del maggior coinvolgimento dei padri attraverso un utilizzo sistematico del congedo di paternità. Solo allora si potrà pensare all’implementazione di un sistema autosufficiente, con possibili benefici per la competitività dell’Italia sulla scena globale.

 

*Ricercatore Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

 

[1] Tutti i dati citati nell’articolo provengono dalle banche dati Eurostat, che assicurano la comparabilità a livello europeo. I dati Istat potrebbero pertanto deviare dalle statistiche qui riportate. Ad esempio, il numero di bambini che hanno accesso agli asili nido in Italia è, secondo l’Istat, notevolmente più basso.


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