Italia e Europa tra il neo-isolazionismo americano e l’espansionismo cinese

di Marco Marazzi*

Quando si parla di guerra commerciale tra USA e Cina sono essenzialmente tre le domande che dobbiamo porci.

  1. Quali sono le motivazioni dichiarate e quelle reali?
  2. Che impatto ha su Europa e Italia?
  3. Come dovrebbe reagire il governo italiano.

La risposta alla prima è un pò complessa. Ne parlo a lungo nel mio ultimo libro “Intervista sulla Cina” appena uscito per Gangemi Editori.  Per sintetizzare,  dichiaratamente si tratta di un tentativo di  cambiare una situazione che si ritiene “unfair”  (per usare le parole di Trump) ovvero uno squilibro della bilancia commerciale con la Cina di quasi 380 miliardi di dollari.  Squilibro molto ampio che gli USA hanno peraltro anche con l’UE e l’Italia.   Tale squilibrio, secondo la dottrina Trump sarebbe causato unicamente da pratiche commerciali “scorrette” adottate dalla Cina.   La lista delle doglianze e’ lunga, per chi fosse interessato e’ contenuta in un poderoso rapporto al Congresso americano di gennaio. Si va dalle barriere non tariffarie che esistono ancora all’importazione di prodotti americani, all’utilizzo di sussidi statali a supporto di settori chiave dell’economia fino alla tanto denunciata prassi di obbligare l’investitore americano a trasferire tecnologie a società miste in vari settori.   Su questi temi non mi dilungo molto, in quanto ci sono mezze verità e mezze bugie: sulle barriere non tariffarie, queste riguardano prevalentemente il mancato riconoscimento di standard stranieri per certi prodotti, un problema comune a molti paesi (anche gli USA);  sulla cessione di tecnologia e’ vero che questa e’ spesso una condizione per la formazione di joint venture, ma per molte multinazionali e’ stato il prezzo da pagare per accesso ad un mercato enorme: per esempio General Motors vende piu’ auto in Cina che in America. La licenza di tecnologia fa sempre parte di un accordo di formazione di societa’ miste in molti paesi oltre la Cina; bisogna solo colpire i casi “limite” oppure magari imporre lo stesso requisito alle società cinesi del settore tecnologico che investono sempre di più in Silicon Valley.  Riguardo l’ultima doglianza, è vero che esistono sussidi diretti o indiretti a determinate industrie,  ma da questo a dire che siano tutti “azionabili” in base alle regole del WTO ce ne corre.  Il punto e’ che gli USA non stanno agendo sulla base delle regole del WTO contro la Cina. Se avessero voluto farlo, avrebbero potuto attivare una serie di procedure in seno  all’organizzazione, come fecero nei confronti dell’Europa per il caso Airbus.   La decisione di procedere sulla base di misure punitive, nella fattispecie dazi su prodotti cinesi che includono frigoriferi e lavatrici (i cui produttori tra parentesi non ricevono alcun sussidio) pone l’azione USA interamente al di fuori delle regole multilaterali.

Se Trump e’ arrivato a considerare queste misure estreme e se per ora almeno ha una parte del business americano dalla sua, ci deve essere quindi una motivazione piu’ profonda.  Non è errato pensare che questa sia costituita dal piano China Manufacturing 2025, con il quale la Cina punta ad eccellere in alcuni prodotti avanzati tramite un mix di investimenti statali ma anche acquisizioni di tecnologie.  Sullo sfondo anche la rivalità nel mondo digitale con Alibaba, Tencent e altri players cinesi sempre piu’ presenti non tanto in USA e Europa ma nel resto del mondo, che conta alrettanto.  Didi Chuxing poi, l’Uber cinese pare sia sulla strada giusta per incorporare un giorno la stessa Uber.   In altre parole, gli USA stanno cercando di “rallentare” la Cina, ed in questo senso l’analisi dei piu’ attenti osservatori cinesi e’ corretta (dicono esattamente questo).  Visto che non riescono a farlo tramite le regole del WTO, lo fanno al di fuori di queste, con un’azione di pressing anche rischiosa per le stesse aziende americane che operano con e nel Dragone. Basta pensare che la Cina e’ da anni il secondo o terzo mercato mondiale per gli IPhone, prodotti in gran parte nel paese anche se il know how e l’ideazione rimane a Cupertino, attraverso una delle catene più complesse al mondo. E cosi’ HP, Dell, e altre brand americane come WalMart dipendono enormemente dalle catene di fornitura che passano per la Cina.

  1. Impatto sull’Europa e l’Italia

E’ prevedibile che, come mi ha detto un imprenditore cinese, “quando due elefanti si scontrano, di mezzo ci vanno i piccoli”.   I piccoli questa volta potremmo essere noi.  Eppure, una quantificazione dei “danni” che potrebbero essere sofferti da Europa e Italia a seguito della guerra commerciale non è così semplice.  Anche perche’ negli ultimi sette mesi la Cina ha abbassato per ben due volte dazi all’importazione su molti prodotti di consumo, che costituiscono per esempio anche il “core” dell’export italiano.  Allo stesso tempo pero’ ha reagito con dazi selettivi su prodotti americani, soprattutto nel settore alimentare (inclusi quindi i vari “parmesan” o altri prodotti “Italian sounding”) ma anche in quello auto.  Quindi, da un lato c’è da aspettarsi un aumento delle esportazioni di prodotti europei verso il Dragone.  Dall’altro, aziende europee che producono in USA per export verso la Cina potrebbero subire pregiudizio.  Infine, i dazi americani sui prodotti cinesi potrebbero avere un effetto di “trade diversion” di prodotti cinesi sui nostri mercati, obbligando la UE a reagire a sua volta con salvaguardie e quindi a scatenare a sua volta rappresaglie.

  1. Come reagisce il governo?

Il governo italiano attuale si sta muovendo con cautela. Da una parte si sente il sottosegretario Geraci parlare di “dazi temporanei” o “selettivi” per aiutare il Made in Italy, che non si capisce bene come dovrebbero funzionare, tenendo poi conto che i dazi li può mettere eventualmente solo la UE. Dall’altra non si sentono voci sufficientemente forti di condanna della scelta americana di agire al di fuori del quadro multilaterale.  In assenza di una posizione chiara, fortunatamente la UE nel recentissimo “summit” con la Cina ha perlomeno ribadito di essere impegnata a risolvere i problemi attraverso il meccanismo multilaterale, eventualmente anche con  una modifica negoziata delle regole del WTO (che, ricordo sempre, abbiamo scritto noi europei e americani negli anni ’90).  Per il momento, la posizione più equilibrata della UE, che si estende anche ad una richiesta di includere le aziende europee in Cina tra i beneficiari dei sussidi Made in China 2025, e il “buon gesto” compiuto dalla Cina con l’abbassamento dei dazi, ci salverà da contraccolpi pesanti.   La notizia recentissima di un possibile viaggio del ministro Tria per persuadere la Cina a comprare il nostro debito pubblico (evento simile ad uno del 2011, di cui parlo nel libro), sembra poi escludere mosse ostili verso il Dragone lato commerciale.  Le sorprese però non finiscono mai.

 

* Con circa 20 anni di permanenza in Cina, Marco Marazzi è uno degli avvocati europei più conosciuti ed apprezzati nel mercato legale della  Repubblica Cinese. Specializzato in diritto commerciale ha seguito  importanti operazioni di mergers & acquisitions e joint ventures per clienti internazionali nei settori industriali, del retail, real estate e finanziario-assicurativo. Con Luca Ciarrocca ha recentemente pubblicato “Intervista sulla Cina, come convivere con la superpotenza globale del futuro”.

Condividi questo articolo