Di Andrea Frontini*

La pubblicazione, il 9 novembre scorso, del ‘Pacchetto Allargamento 2016’ (pagella periodica della Commissione sulla performance dei singoli paesi candidati all’ingresso nell’Unione Europea), e la discussione, nel Parlamento italiano, del Protocollo di adesione del Montenegro all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), hanno conferito nuova visibilità al processo di stabilizzazione e integrazione europea dei Balcani occidentali (in gergo meno burocratico, l’ex Yugoslavia socialista, meno Slovenia e Croazia, più Albania). Un dossier troppo spesso assente, se non su un piano prevalentemente retorico, dalle reali priorità politiche tanto di Bruxelles quanto, seppure con le specificità che si diranno, della stessa Roma.

Ciò avviene in una fase quantomeno critica per la generale stabilità della regione; una stabilità a lungo considerata ‘inevitabile’, dopo che lo storico Vertice di Salonicco del giugno 2003 aveva inteso rimediare agli orrori delle guerre balcaniche degli anni novanta, offrendo a termine l’ingresso in Europa dell’intera regione. Ma se il processo di allargamento ha pure registrato in questi anni importanti successi, tra cui l’ingresso della Croazia, l’accordo sulla normalizzazione serbo-kosovara o i progressi compiuti da Albania e Serbia verso l’adesione all’UE, i Balcani rimangono esposti a rischiose tensioni politiche e etnico-religiose, stagnazione socio-economica, debole stato di diritto e (conseguenti) fenomeni diffusi di corruzione e crimine organizzato. A ciò si sono aggiunte dinamiche senz’altro complicanti, quali la crisi migratoria lungo la ‘rotta balcanica’ dello scorso anno, e l’attivismo economico-commerciale e/o politico-strategico di Russia, Cina, Turchia e paesi del Golfo.

Anche nella ‘casa europea’ non mancano, del resto, difficoltà attinenti sia alle technicalities del dossier che al generale clima politico dell’UE. Da un lato, l’allargamento appare vittima di una pericolosa ‘nazionalizzazione’, con diversi Stati membri inclini a inasprire i requisiti tecnici e politici richiesti ai candidati balcanici al fine di trarne vantaggi in termini di consenso interno (anche a fronte di opinioni pubbliche euroscettiche) o concessioni sul piano bilaterale. Dall’altro, la profonda crisi politica, economica e in senso lato morale che attraversa da anni il Vecchio Continente, approfondita recentemente dagli esiti del referendum britannico, rischia di aggravare ulteriormente il già palpabile ‘affaticamento’ del sogno europeo dei Balcani.

Dinnanzi a questa formidabile combinazione di sfide e incertezze, l’Italia, Paese da sempre a favore dell’europeizzazione dei Balcani, rimane un attore-chiave per ridare credibilità, efficacia e certezza alla ‘promessa’ di Salonicco. Ruolo però, quello italiano, non sempre adeguatamente compreso e valorizzato dalla classe politica nazionale, con ricadute negative per l’azione diplomatica specifica, e la più generale visibilità, anche sul piano della comunicazione interna ed esterna, del nostro Paese.

In particolare, da storica priorità geografica della nostra politica estera, seconda forse al solo Mediterraneo, i Balcani hanno lentamente ma inesorabilmente ceduto il passo a temi più urgenti per la proiezione internazionale dell’Italia, dalla crisi migratoria, al dossier libico, ai rapporti con la Russia, venendo in parte, e di fatto, delegati alla gestione certo minuziosa ma essenzialmente tecnico-burocratica delle istituzioni europee.

Più in generale, e pur con le debite eccezioni, dall’agenda internazionale del Governo ai dibattiti in sede parlamentare sul tema, sembra evincere una certa, perdurante disattenzione della nostra classe dirigente verso i Balcani. Un’assenza che, se ha goduto del ruolo supplente che il mondo privato, la società civile e alcune Amministrazioni dello Stato come Esteri, Difesa, Giustizia ed Interni, hanno garantito in virtù del loro diverso operato nella regione, ha talvolta lasciato Roma ai margini di iniziative a forte valenza politica che, pur con un’etichetta europea, altre capitali hanno condotto nella regione, come il ‘Processo di Berlino’ a guida tedesca dell’estate 2015 o il ‘Piano per la Bosnia’ anglo-tedesco dell’inverno precedente.

Appare quindi necessario e doveroso, per il nostro Paese, riprendere con coraggio e visione il ‘timone’ della rotta europea dei Balcani. Un timone, beninteso, retto da più ‘mani’ – istituzioni UE, Stati membri e paesi candidati – ma che richiede sempre più un impulso politico rinnovato, una ‘bussola’ se si vuole, che permetta di superare i molteplici scogli che frappongono la regione a quell’integrazione europea rispondente, per ragioni a un tempo antiche ed attualissime, a un primario interesse italiano.

Alcune importanti finestre di opportunità dovrebbero essere abilmente sfruttate a tal fine da Governo e Parlamento nel prossimo futuro. Il disimpegno della Gran Bretagna dalla politica di allargamento UE che accompagnerà il ‘divorzio europeo’ di Londra offre, paradossalmente, un’opportunità preziosa per rafforzare il peso politico e negoziale di Roma in sede di Consiglio. La ‘Conferenza sui Balcani Occidentali’, ennesima tappa del ‘Processo di Berlino’ che si terrà a Roma nell’estate del 2017, potrebbe altresì costituire, se accompagnata da un robusto coinvolgimento in sede politica, un momento assai concreto nella riscoperta della ‘vocazione balcanica’ del nostro Paese, e di un suo nuovo e duraturo attivismo anche in sede europea.

Policy Analyst, European Policy Centre (EPC), Bruxelles


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