L’annuncio dell’invio nel Baltico di un piccolo contingente italiano, inserito in una più ampia forza Nato, ha scatenato una polemica isterica e sguaiata persino per gli standard della scena politica italiana. Secondo il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, lo schieramento di una compagnia sarebbe una “prova di guerra con la Russia” (!), mentre il leader del Movimento 5 Stelle,  Beppe Grillo ha lanciato il quanto mai incongruo hashtag #iovogliolapace. Anche Forza Italia, naturalmente, non ha fatto mancare il suo contributo, e dispiace che persino l’ex Presidente del Consiglio, Enrico Letta abbia colto l’occasione per polemizzare.

Si tratta di prese di posizioni disinformate oppure strumentali. La Nato invierà nel Baltico 4 battaglioni multinazionali, per un totale di 4.000 uomini circa. Vale la pena ricordare che Mosca mantiene nel suo Distretto Militare Occidentale tre intere armate (la 1° Armata Corazzata Guardie e la 6° e la 20° armata), equipaggiate con i più moderni mezzi a disposizione, più unità navali, aeree e altro, per un totale di circa 300.000 uomini. Quello Nato è dunque un contingente palesemente troppo piccolo per risultare una credibile minaccia per la Russia, e anche per montare una efficace difesa del Baltico in caso di attacco. Esso ha esclusivamente due scopi. Primo, dissuadere eventuali “omini verdi”, truppe russe senza insegne, dall’apparire improvvisamente per effettuare colpi di mano così come già fatto in Crimea. Secondo, è una tripwire force che lancia un preciso messaggio al Cremlino: se attacchi l’Estonia non sarai in guerra solo con Tallinn, ma con tutta l’Alleanza Atlantica. Il contingente Nato ha perciò un carattere esclusivamente difensivo e deterrente. La sua presenza serve a sconsigliare avventure militari, non a darvi inizio o a provocarne.

Che cosa spinge dunque i nostri rappresentanti a elevare così vibrate proteste? Tornano alla mente i giorni dei “partigiani della pace” degli anni ’50, movimento manovrato direttamente dal Cremlino per indebolire la coesione del fronte occidentale. Tuttavia, quei “partigiani” agivano quantomeno spinti da un impeto ideologico, mentre gli odierni, improbabili alfieri del pacifismo a senso unico paiono spinti esclusivamente dal tatticismo populista. Ma il risultato è lo stesso: esistono oggi, in Italia, grandi e rilevanti forze politiche disposte a scagliarsi contro ciò che, in ultima analisi, è una semplice espressione di solidarietà con dei nostri alleati che si sentono minacciati.

La decisione del Governo di partecipare al contingente dell’Alleanza Atlantica è corretta e addirittura scontata.  Il Capo dello Stato, nel suo recente discorso al Nato Defence College a Roma, ha opportunamente menzionato un concetto decisivo del Rapporto Harmel sui compiti futuri dell’Alleanza, approvato nel 1967 dal Consiglio atlantico: “Sicurezza militare e una politica di distensione”, scrivevano allora, ”non sono contraddittorie, bensì complementari”. Una politica di distensione è necessaria per evitare una pericolosa escalation di tensioni politiche e quindi anche militari. Tuttavia, non è certo auspicabile perseguire una politica di dialogo da una posizione minacciata, e quindi di debolezza. E’ pertanto necessario garantire adeguatamente la propria difesa in modo da non dare al potenziale avversario alcuna tentazione di sfruttare una situazione di superiorità, e poter poi intavolare con lui un dialogo tra pari.

È perciò opportuno che il PD difenda questa scelta con forza e con la consapevolezza che essa serve all’Italia e alla sua sicurezza. Occorre spiegare ai cittadini che l’unico modo per intavolare un dialogo proficuo con Mosca è su una base di parità. E che è necessario che nessun Paese alleato si senta minacciato dai russi, perché chi si sente minacciato tende a reagire aggredendo, e il rischio di confronto aumenta. Tutti gli alleati Nato, e in particolar modo i grandi paesi come l’Italia, hanno dunque l’obbligo politico di rispondere alla richiesta di sostegno degli alleati baltici e dell’Europa dell’est.

Dare un contributo, peraltro, significa anche acquisire automaticamente maggiore autorevolezza e credito nella comunità atlantica: che alleato è quello che, di fronte ad una legittima richiesta di aiuto, non fornisce neanche un contributo simbolico? Per l’Italia, inoltre, significa dimostrare che non siamo solo una potenza interessata al Mediterraneo, ma che siamo anche pronti – e in grado – di giocare su tutto lo scacchiere europeo, incluso quello nordico e orientale. E, fattore cruciale, essere credibili ci permette di continuare con sempre maggiore efficacia il lavoro che stiamo già facendo e dovremo continuare a fare: cioè spingere, dall’interno della comunità atlantica, per un nuovo processo di distensione con la Russia.

Sarà bene spiegare chiaramente al paese queste dinamiche e la posta in gioco. Facendo finta di nulla, difendendo timidamente queste scelte, si rischia di lasciare il campo al “pacifismo” strumentale di chi è disposto a indebolire l’Alleanza che garantisce la nostra sicurezza solo per guadagnare quattro voti. È soprattutto obbligatorio, per tutti i partiti che hanno a cuore l’interesse nazionale, fare in modo che le decisioni che hanno un impatto diretto sul posizionamento internazionale dell’Italia non rimangano ostaggio di polemiche interne di piccolo cabotaggio.


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