Di Cinzia Bianco

Sin dall’inizio del mandato presidenziale di Donald Trump, l’Europa e gli Stati Uniti hanno intrapreso strade sempre più diverse nella gestione del rapporto con l’Iran. Già durante la sua campagna presidenziale, Trump aveva attaccato l’accordo sul nucleare firmato a luglio 2015 tra i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e l’Iran, con la mediazione dell’Unione Europea.

Considerato tra i primi successi della diplomazia europea, l’accordo corona tentativi di negoziazione che gli Europei hanno guidato almeno sin dall’inizio degli anni 2000, quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha scoperto un programma clandestino di arricchimento dell’uranio nella Repubblica Islamica. Il ruolo fondamentale degli europei è sempre stato incoraggiato, tra le altre cose, dal fattore fondamentale dei significativi interessi economico-commerciali ed energetici esistenti tra Europa e Iran.  Proprio quegli interessi erano stati pesantemente danneggiati dal regime sanzionatorio internazionale imposto nel 2009 e, soprattutto, dal suo rinvigorimento nel 2012. Il potenziale rappresentato dalla ripresa delle relazioni dopo-sanzioni è considerato, dunque, estremamente significativo. Per l’Italia, ad esempio, l’Iran rappresenta un mercato interessante sotto diversi aspetti, e già negli ultimi due anni sono stati firmati accordi per un valore di 20 miliardi di euro di joint venture nell’industria pesante, quella automobilistica, energetica, infrastrutturale.

Per andare incontro a questo potenziale, l’Unione Europea è rimasta alla guida degli sforzi per l’implementazione dell’accordo nucleare e il ritiro delle sanzioni, con scambi di visite storiche tra Capi di Stato e funzionari dell’UE, missioni commerciali e un notevole impegno nei singoli paesi europei per stimolare nuove opportunità. Nonostante l’interesse di molte aziende europee, lo sviluppo di una più stretta cooperazione con l’Iran è rimasto limitato da sanzioni statunitensi che rimangono sul sistema missilistico iraniano e dall’esitazione degli istituti finanziari con forti legami negli Stati Uniti, che considerano ancora troppo rischioso assicurare o fornire capitali per fare affari con la Repubblica Islamica. Nonostante ciò, aziende tedesche, francesi e italiane  hanno investito in settori come quello energetico, infrastrutturale e dell’industria pesante. Il consorzio francese che si occupa della produzione di Peugeot e Citroen ha recentemente dichiarato che le proprie vendite sono triplicate in Medio Oriente e in Africa nella prima metà dell’anno grazie alle nuove produzioni in Iran. A giugno il colosso energetico francese Total ha firmato un importante accordo sul gas, del valore di circa 5 miliardi di dollari. Il progetto, che coinvolge anche la compagnia cinese National Petroleum e l’iraniana Petropars, punta a sviluppare i giacimenti meridionali iraniani di gas di South Pars, il tutto concordato con un contratto ventennale. Si tratta del primo grande contratto energetico tra l’Iran e una compagnia energetica europea che, per quanto deludente rispetto alle aspettative del 2015, rappresenta un passo importante che ribadisce come l’Europa stia andando in una direzione opposta rispetto agli Stati Uniti sul dossier Iran.

Nel circolo della Casa Bianca, l’accordo negoziato dall’ex Presidente Barack Obama è sempre più giudicato come una dimostrazione di debolezza nei confronti di un paese considerato una minaccia per gli interessi americani e la stabilità regionale. Influenti membri dell’attuale amministrazione USA spingono per sanzioni più dure contro Teheran, e, ogni 90 giorni, quando l’amministrazione deve fare una verifica sul rispetto dell’accordo nucleare da parte iraniana, fanno trapelare la loro contrarietà. Fonti statunitensi hanno confermato che l’intenzione di indebolire l’accordo sia condivisa nei circoli intorno a Trump e che entro ottobre l’amministrazione rilascerà gli esiti di una sue ri-valutazione dello stesso. Lo stesso Presidente ha inoltre costruito stretti rapporti di alleanza con le monarchie arabe del Golfo e, soprattutto, con l’Arabia Saudita, competitor geopolitico dell’Iran.

Insomma la distanza non potrebbe essere maggiore tra le due sponde dell’Atlantico. Gli Europei hanno intrapreso il sentiero della riconciliazione, mentre gli Stati Uniti prevedono una politica di isolamento e contenimento. Inoltre, sembra che gli Europei siano intenzionati ad andare avanti nonostante i dubbi dell’amministrazione USA. Pur mantenendo una posizione di compromesso e tentando di trattenere gli Stati Uniti sulle stesse posizioni, gli Europei puntano anche a dimostrare che in presenza di un’opposizione USA considerata irragionevole, saranno costretti ad andare avanti in opposizione a Washington. Notevole è stato ad esempio che, nell’arco di una settimana, l’ultima di luglio, gli Stati Uniti abbiano approvato nuove sanzioni contro l’Iran, spingendo il governo iraniano ad accusarli di aver violato l’accordo sul nucleare, e l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che sarà presente alla cerimonia di insediamento di Hassan Rouhani.

Anche Russia e Cina  hanno, in questi due anni, rafforzato la loro cooperazione, già importante con l’Iran: mentre la Russia è saldamente nel campo iraniano in Siria, la Cina è interessata all’Iran sia come fonte energetica che come snodo strategico nei suoi progetti commerciali di una nuova ‘Via della Seta’. In caso la Casa Bianca decida di spingere per una rinegoziazione dell’accordo o per inserire nuove sanzioni internazionali, insomma, si troverebbe importanti difficoltà a coinvolgere gli altri firmatari.

Tra i punti più interessanti dell’approccio europeo all’Iran è che l’attuale leadership dell’Unione Europea ha più volte dichiarato apertamente che vede Teheran non solo come un partner economico, ma anche, potenzialmente, come un partner politico che potrebbe contribuire alla stabilità del Medio Oriente. L’idea, espressa anche dall’ex Presidente Obama pubblicamente, è contribuire all’emergere di un equilibrio di potenza in Medio Oriente in cui i leader regionali mantengano sfere di influenza senza che questo sfoci in guerre per procura. Un’idea dal grande potenziale, che poteva essere spinta dal momentum dell’accordo, tra il 2013 e il 2015, e che però si è trasformata piuttosto in un’utopia con l’emergere di leader globali e regionali fortemente e ideologicamente anti-iraniani.


Cinzia Bianco

Analista e ricercatrice specializzata sul Medio Oriente e in particolare sui paesi arabi del Golfo Persico. Formatasi in Middle East and Mediterranean Studies al King’s College di Londra, ha successivamente lavorato come Research Fellow all’Istituto Affari Internazionali per il progetto della Commissione Europea “Sharaka” trascorrendo sei mesi in Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Oman. Collabora regolarmente con la rivista Limes in Italia e fa consulenza con la statunitense Gulf State Analytics. Attualmente è Dottoranda di Ricerca in Middle East Politics and Gulf Security presso l’Università di Exeter, UK. Su twitter è @Cinzia_Bianco.

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