Il disastroso vertice NATO di Bruxelles ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che il Presidente degli Stati Uniti considera l’Alleanza Atlantica un fardello e non uno strumento prezioso.

L’unica ragione per cui Trump mantiene, a malincuore, il suo paese nell’Alleanza è la forza inerziale di una storia settantennale, con tutto il suo carico di accordi, cooperazione, legami, eccetera, che fortunatamente non possono essere dissolti in un paio d’anni.

Anche se gli Usa pensano di poterne fare a meno, la NATO continua però ad essere chiaramente essenziale per la sicurezza europea e italiana. Militarmente, i paesi UE non sono ancora neanche in grado di esprimere una vera forza di intervento, figurarsi se possono assumere da soli il peso di una difesa territoriale (per non parlare dell’ombrello nucleare). Politicamente, la NATO continua a costituire una utile placenta che contribuisce a tenere insieme gli Stati membri di una Unione talmente fragile da rischiare di spaccarsi sotto i colpi di una crisi largamente immaginaria, quella dei migranti. La situazione, quindi, è che come europei continuiamo ad essere dipendenti da un’Alleanza oggi disprezzata dal suo principale garante e sostenitore materiale. Una situazione, com’e evidente, assai pericolosa.

Ancora peggio, il nostro protettore sembra lavorare apertamente alla destabilizzazione di alcuni paesi alleati (Germania e Regno Unito) e allo sfaldamento dell’UE che, afferma esplicitamente, è da considerare entità estranea e nemica alla stregua di Cina e Russia. Anzi, a giudicare dall’incredibile vertice bilaterale di Helsinki, definito da un commentatore americano “the surrender summitt”, il Presidente sembra più che pronto ad impostare una trattativa bilaterale con Mosca senza tenere in alcun conto gli interessi europei. Nell’era Trump, gli Stati Uniti rischiano di essere non solo il nostro miglior amico, ma anche il nostro peggior nemico.

Anche se la tentazione di rispondere al biondastro Presidente con la sua stessa moneta è comprensibilmente forte, semplicemente non ce lo possiamo permettere. Abbiamo accettato per 60 anni la protezione degli Stati Uniti in cambio della libertà di spendere i nostri soldi in burro anziché in cannoni: ora non siamo (ancora) in grado di camminare da soli. Pertanto, è nell’interesse degli Stati europei continuare a sostenere in ogni modo la NATO contrastando l’azione distruttiva di Trump. Allo stesso tempo, la concreta materializzazione del rischio insito in ogni rapporto di dipendenza – che cioè ad un certo punto il protettore decida, a torto o a ragione, di abbandonare il protetto – dovrebbe spingerci ad un colpo di reni in direzione di una maggiore integrazione e indipendenza.

Prendere sul serio l’Europa della difesa potrebbe contribuire al perseguimento di entrambi gli obiettivi. Negli ultimi due anni è stato fatto uno sforzo serio, da parte sia degli Stati membri che delle istituzioni europee, per lanciare una serie di strumenti che, se correttamente sviluppati e utilizzati, potrebbero nel giro di pochi anni produrre risultati visibili e concreti. La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) tra gli Stati membri va resa più ambiziosa e concreta: il Fondo Europeo per la Difesa per la Commissione, la cui regolamentazione verrà discussa proprio ora, deve essere strutturato in modo da garantire lo sviluppo di nuove capacità e non solo fondi alle industrie: i vari strumenti sviluppati nell’ambito dell’Agenzia Europea per la Difesa (CDP, CARD, OSRA e tutto il resto della “zuppa di acronimi”) hanno grandi potenzialità ma necessitano del costante sostegno e della partecipazione degli Stati europei.

Questo enorme lavoro dovrebbe essere meglio comunicato ai cittadini, spiegando che contribuirà a massimizzare la sicurezza di tutti, e presentato come un contributo europeo alla sicurezza comune molto più rilevante del “2%”, concetto insensato e tossico che andrebbe dimenticato e seppellito per sempre.

Roma, che già oggi è uno degli attori principali in questo vasto processo, dovrà continuare a spingere e sollecitare i partner a perseguire con costanza lo sviluppo di questa pletora di strumenti, i quali potranno dare frutti solo se godranno della costante attenzione politica da parte delle grandi capitali. Ce ne sarà parecchio bisogno: nel 2019, tra la Brexit e l’elezione di un nuovo Parlamento Europeo, una nuova Commissione e un nuovo Alto Rappresentante, l’attenzione degli Stati membri sarà un bene assai ricercato. E la tendenza degli USA a legare questioni economiche a quelle di difesa lascia presagire un futuro tentativo di indurre uno o più Stati membri a togliere il piede dall’acceleratore sulla difesa europea in cambio di vantaggi commerciali. Eppure, alla luce dell’evoluzione dei rapporti transatlantici, la costruzione di un’Europa della difesa deve divenire un obiettivo strategico prioritario, non più solo qualcosa di semplicemente desiderabile o auspicabile.

Convincere Trump del valore della NATO sembra un’impresa impossibile. L’uomo, semplicemente, non crede nelle alleanze internazionali, ma solo in accordi contingenti e transazionali. L’unico modo per spingerlo a limitare i suoi istinti distruttivi è quindi convincerlo che l’Europa sia un partner forte e credibile. Se poi la cosa non dovesse funzionare, avere una capacità di azione militare autonoma sarà ancora più necessario.


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