L’impulso impresso all’integrazione della difesa europea negli ultimi mesi sembra gia’ sul punto di smorzarsi. L’elaborazione dell’annunciato piano della Commissione Europea per finanziare e promuovere ricerca, sviluppo e produzione di capacità militari (European Defence Action Plan, EDAP) sembra ancora in alto mare. La Commissione pare ben lontana dall’aver definito una governance sostenibile e condivisa con gli Stati membri. E lo stesso sta succedendo a una proposta, ben piu’ rilevante, che aveva acceso gli entusiasmi: quella di lanciare una Cooperazione Strutturata Permanente (PeSCo, nel gergo eurocratico).
La PeSCo, stando alla vaga definizione fornita dal Trattato di Lisbona, dovrebbe rappresentare un nucleo avanzato di integrazione: un’ “avanguardia rivoluzionaria” della difesa europea, costituita da un gruppo di Stati membri che intraprendono iniziative comuni di integrazione molto ambiziose (ad esempio, una reale forza di intervento europea). Una sorta di gruppo di precursori, costituito sulla base di criteri e obiettivi ben determinati che permettono di portare avanti il processo di integrazione in un campo specifico. In altre parole, il corrispettivo nel campo della difesa dei Paesi Schengen (per quanto riguarda la liberta’ di movimento dei cittadini) o dell’area euro (per la politica monetaria).
Tuttavia, il contenuto reale della PeSCo stenta a prendere una forma riconoscibile, e ci sono evidenti segni che si stia preparando un compromesso al ribasso. Molte delle idee in circolazione sembrano centrate principalmente su nuovi progetti di sviluppo comune di equipaggiamenti o singole iniziative di integrazione (cose che vengono fatte da trent’anni, e per le quali non e’ necessaria alcuna PeSCo). Altre ipotesi prevedono addirittura di applicare, semplicemente, un cappello «PeSCo» su iniziative preesistenti, svuotando quindi la cooperazione permanente di qualsiasi contenuto innovativo. Le ultime notizie lasciano intuire che alcuni Stati membri, anche tra gli stessi che si erano fatti promotori della PeSCo, comincino a concepirla piu’ come una mera dichiarazione di intenti politica che come un nucleo avanzato di integrazione concreta.
Il problema è che lanciare una PeSCo che non garantisca un reale passo avanti nell’integrazione della difesa, e che non apporti alcun reale valore aggiunto, significa sprecare un’opportunità che non si ripresenterà piu’. La PeSCO è infatti un’iniziativa unica e irripetibile : non sarà possibile, in futuro, lanciare una seconda PeSCo nel caso la prima non risulti soddisfacente. Fallire ora significa quindi cancellare per sempre dal Trattato il più importante e innovativo strumento oggi a nostra disposizione per spingere avanti l’integrazione della difesa europea.
Va inoltre rilevato che, nell’era della contestazione isterica permanente via social media, la strategia di coprire una «scatola vuota» con un nome altisonante puo’ rivelarsi un pericoloso boomerang. Una PeSCo svuotata di ogni contenuto, a malapena giustificata da qualche programmino di scarso riliveo, finirebbe per divenire un ottimo argomento nelle mani di chi vuole dimostrare che il progetto europeo è in crisi irreversibile.
Per queste ragioni l’Italia dovra’ esercitare il massimo dell’influenza nel discutere i criteri che determineranno la possibilita’ per uno Stato membro di accedere alla PeSCo, nonche’ gli obiettivi che la cooperazione dovra’ consentire di raggiungere. Dovremo mirare a un livello di ambizione quantomeno dignitoso, ad un reale « salto di qualita’ », e non accettare di meno. Per le ragioni esposte sopra, in questa occasione approvare semplicemente il « minimo comun denominatore » delle varie posizioni nazionali non sarebbe un atto di realismo politico, ma la fine di qualsiasi ambizione nel campo della difesa europea per il prossimo decennio. Roma dovrebbe battersi per far si’ che la costituenda PeSCo sia un esercizio serio e davvero ambizioso – o che non nasca affatto.
Se invece, come è assolutamente auspicabile, la PeSCo si farà e si farà bene, questa potrebbe essere l’occasione giusta per riscoprire un po’ di sano orgoglio europeo ed europeista. Il risultato raggiunto dovrebbe essere sbandierato come un grande successo dell’integrazione, che garantisce più sicurezza ai cittadini con meno spreco di risorse e che dimostra come andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa si può e si deve. Ma per poterci vantare senza vergogna, dobbiamo prima raggiungere un risultato accetabile.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *