La Russia in Medio oriente. Obiettivi raggiunti?

Di Chiara Lovotti

Ad ormai tre anni dall’intervento a sostegno del presidente siriano Bashar al-Assad, Mosca ha impiegato oltre 63.000 soldati e lanciato 39.000 missioni aeree, che hanno abbattuto oltre 121.000 obiettivi legati all’opposizione e 86.000 miliziani. I dati, recentemente pubblicati dal ministero della Difesa russo, restituiscono l’idea di un intervento militare dalla portata imponente e al tempo stesso controversa. Eppure, se i numeri certamente impressionano, l’impegno militare in Siria sembra rappresentare solo una parte di una più ampia strategia del Cremlino per il Medio Oriente, una strategia che ha natura soprattutto politica. Quali sono gli obiettivi di Mosca e quali frutti sta raccogliendo? Quali i rischi sul lungo termine? L’ingerenza russa nella regione rappresenta una contingenza del momento, o una presenza destinata a durare?

Ben prima dell’escalation del terrorismo internazionale, ben prima delle rivolte arabe che ne hanno messo in ginocchio i regimi autoritari, storicamente il Medio Oriente ha sempre rappresentato una delle aree prioritarie della politica estera russa e prima ancora di quella sovietica. Nel gioco della Guerra fredda, questa regione geo-politicamente strategica e ricca di risorse permetteva all’Unione Sovietica di estendere la propria proiezione dal proprio vicinato fino al bacino del Mediterraneo, e allo stesso tempo offriva a Mosca un teatro fondamentale sul quale affrontare gli Stati Uniti. In questo contesto, la Siria non rappresentava che il fiore all’occhiello della proiezione sovietica in Medio Oriente. La solidità del legame con Damasco non si fondava solo su una congiuntura tattica, ma su una convergenza che ha portato Mosca ad individuare in Damasco il suo alleato politico più solido nella regione. La fine della Guerra fredda e lo smantellamento dell’Unione Sovietica non hanno fatto che far dimenticare momentaneamente questa proiezione politica, che ora sembra ritornare come naturale nei giochi internazionali.

Anche lo stesso intervento in Siria del settembre 2015, infatti, ha palesato fin da subito la sua natura politica, prima ancora che militare. Se l’obiettivo dichiarato dell’intervento russo era quello di combattere il terrorismo e salvare il regime di Assad, al contempo vi era chiaramente l’intenzione di sfruttare la crisi siriana per riavvicinarsi a Damasco, e da lì tornare a svolgere un ruolo da protagonista nei giochi mediorientali, da decenni esclusivo appannaggio dell’Occidente.

Obiettivi raggiunti? In parte, sì. Per quanto riguarda la Siria, l’attivismo russo ha spostato l’ago della bilancia in favore delle forze leali ad Assad: sebbene la partita non sia ancora finita e il regime non si fermerà finché non avrà riconquistato ogni porzione di territorio sottratta al suo controllo, il presidente siriano di fatto ha già vinto la guerra. Dal canto suo, il suo omologo russo Vladimir Putin, in una visita a sorpresa alla base militare di Latakia lo scorso dicembre, aveva già dichiarato “compiuta” la missione in Siria, accreditandosi come vero mazziere della partita. Ma, soprattutto, il coinvolgimento nella crisi siriana ha avuto per Mosca un’eco ben più ampia: il Cremlino ha letteralmente rimescolato le carte sul tavolo dei negoziati, erigendosi a principale interlocutore dei dialoghi di pace di Astana, affiancato dai partner Turchia e Iran, e ributtandosi così sul palcoscenico della politica globale.

A riprova di ciò è il ruolo sempre più proattivo giocato da Mosca su una molteplicità di scenari di crisi, dalla Libia allo Yemen, e in una varietà di fronti che continuano ad offrirle ricche opportunità. Negli ultimi due anni la Russia ha esteso la propria influenza a macchia d’olio su tutta la regione mediorientale: la vendita di armi e la stipulazione di accordi economici, in perfetto stile sovietico, sono stati lo strumento prediletto e più efficace per stringere solide relazioni geopolitiche con potenze regionali chiave quali l’Egitto e le monarchie del Golfo, quest’ultime chiuse ai sovietici durante la Guerra fredda, e al tempo stesso per sfidare i mercati occidentali, tradizionali fornitori nella regione, ponendosi di fronte a questi Paesi come un interlocutore più valido e più affidabile rispetto all’Occidente.

Il protagonismo della Russia in Medio Oriente e il suo attivismo diplomatico sembrerebbero mettere a nudo l’intenzione di Mosca di rimanere ancora a lungo un attore determinante in tutta la regione. Tuttavia, le intenzioni dovranno prima o poi scontrarsi con la realtà. Sono molteplici, infatti, i fattori che gettano ombra sull’operato del Cremlino e sulla prospettiva di una “pax russa” duratura. Innanzitutto, i risultati effettivi dell’azione russa sul campo dove è maggiormente impegnata, quello siriano, stridono con l’immagine vittoriosa della “missione compiuta”. La Siria è un Paese distrutto, che conta quasi 6 milioni di rifugiati, e l’imminente offensiva su Idlib, ultima roccaforte delle forze anti-regime, si preannuncia catastrofica. In secondo luogo, sembra mancare una visione per la Siria di domani: se l’esercito russo ha sicuramente contribuito a infliggere un duro colpo alle formazioni jihadiste attive nel Paese, non si può dire che Mosca abbia fatto molto per lavorare alla stabilità e benché meno alla pace. Gli stessi negoziati di Astana, che pure hanno avuto il merito di superare lo stallo del processo di pace a guida delle Nazioni Unite, non sono riusciti a portare al tavolo negoziale le opposizioni al regime di Damasco. Infine, resta la collaborazione più che complessa con gli attori regionali, che rischia di sovraccaricare il Cremlino e portarne alla luce le contraddizioni. Guardando ben oltre la Siria e muovendosi con apparente disinvoltura da uno scenario di crisi all’altro, Mosca ha strenuamente cercato di mantenere buone relazioni con tutte le potenze regionali, potenze fra loro in competizione quando non in guerra: dalla Siria all’Arabia Saudita e al Qatar, dall’Iran a Israele, dalla Turchia al Libano. L’instabilità dello scacchiere mediorientale e la volatilità degli equilibri di potere e delle alleanze rischiano, sul lungo termine, di smascherare queste contraddizioni e far crollare il piano di Mosca, aspirante garante degli interessi di tutti.

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