di Umberto Marengo*

Se vogliamo usare un’immagine, l’Italia è un’automobile fragile con un motore troppo piccolo ma molto potente. Questo motore è, senza dubbio, l’export.

Negli ultimi anni, e in particolare nel periodo più grave della crisi tra 2010 e 2012, la capacità delle aziende italiane di essere competitive sui mercati internazionali ha di fatto tenuto a galla il paese. Costretta a pagare ogni anno quasi il 4 percento del Pil in interessi sul debito pubblico, l’economia italiana non avrebbe resistito senza le esportazioni. Il motore italiano è tutto sommato piccolo per un paese di grandi dimensioni come il nostro perché le aziende che esportano sono ancora poche. Ma nonostante le dimensione ridotte, il nostro motore è molto potente. Le aziende che esportano sono forti, riconosciute nel mondo, e rappresentano un traino per il territorio.

Se quindi l’export, da solo, non è sufficiente come strategia di sviluppo per tutto il paese, esso resta senza dubbio il primo strumento per accelerare la crescita. Negli ultimi anni le esportazioni italiane hanno registrato risultati da record. Questo anche grazie a politiche come il Piano Straordinario per la Promozione del Made Italy, che ha promosso iniziative efficacemente concentrate su mercati e settori ad alto potenziale per l’export italiano come gli Stati Uniti. I risultati ci sono stati. Nel 2017 le nostre esportazioni hanno raggiunto la cifra di 448 miliardi di Euro, oltre 57 miliardi in più rispetto al 2012, riportando una crescita oltre il 15 percento. La nostra crescita è stata nettamente superiore a quella francese (+7 percento), e sullo stesso livello della Germania (+18 percento) nello stesso periodo. Tra 2012 e 2017, l’Italia è uscita dalla crisi con la competitività. La misura del successo delle aziende italiane è la bilancia commerciale, ovvero la misura del totale dei prodotti esportati meno quelli importati. L’Italia è seconda in Europa per bilancia commerciale, con un surplus positivo di oltre 47 miliardi l’anno, collocandosi dietro alla Germania, ma davanti a tutti i maggiori paesi europei, la maggior parte dei quali ha deficit commerciali. Tra il 2012 e il 2017 il surplus commerciale italiano è cresciuto dei 380 percento, complice anche un calo delle importazioni e dei consumi, mentre il surplus commerciale tedesco, è cresciuto del 40 percento.

Se guardiamo ai comparti italiani di maggior successo, meccanica e manifattura si confermano ancora una volta il vero motore produttivo del paese. Manifattura e macchinari hanno registrato nel 2017 oltre 320 miliardi di euro di export complessivi con una bilancia commerciale positiva per 95 miliardi. Rispetto alla Germania, la chimica è la grande assente nell’export delle aziende italiane, mentre il settore alimentare continua a registrare export positivi ma oggettivamente modesti.

L’export è quindi una risorsa, ma non si può ignorare che l’apertura al mercato ha avuto anche costi sociali. La crescente distanza tra una minoranza di aziende e lavoratori “vincenti” nei mercati globali e la fetta di paese che è rimasta esclusa e impoverita, è la radice della crisi democratica che l’Italia sta affrontando. Gli effetti di questa divaricazione tra la sicurezza dei “vincenti” e la legittima paura dei “perdenti” è evidente ormai nella società e si mostra a ogni elezione in Italia e in occidente.

Il motore italiano è potente ma manca di carburante, ovvero di investimenti. Nonostante i passi avanti degli ultimi anni, l’Italia è ancora un paese poco attrattivo per gli investitori internazionali. La lezione degli ultimi anni della globalizzazione è che la qualità degli investimenti è ancora più importante della quantità. L’Italia ha bisogno di investimenti stranieri, ma allo stesso tempo deve proteggere la capacità di produrre ricchezza sul territorio. Per un paese esportatore come il nostro, l’unica strategia per attrarre investimenti di qualità è creare un sistema di incentivi e freni per casi di emergenza.

Il cumulato degli investimenti in Italia esteri al 2017 è meno della metà rispetto alla Francia (413 miliardi di euro in Italia contro 875 miliardi in Francia), e nettamente inferiore alla Germania (931 miliardi di euro). Questo a dimostrazione del fatto che non c’è contraddizione tra protezione dell’economia nazionale e apertura agli investitori stranieri. Anche paesi a vocazione protezionista come la Francia sono, nella realtà dei fatti, molto più aperti rispetto all’Italia.

Mancati investimenti significano mancata occupazione. Secondo il Financial Times, tra 2003 e 2016 gli investimenti esteri hanno creato 350 mila posti di lavoro in Francia, contro i 170 mila in Italia. In particolare, l’Italia non è ancora capace di attirare il crescente flusso di investitori non europei. Oggi il 40 percento degli investimenti esteri globali proviene dall’Asia, ma soltanto il 14 percento degli investitori internazionali in Italia è extraeuropeo. La causa di questo ritardo è duplice, investire in Italia è più difficile e rende di meno a causa della debolezza strutturale del paese. Maggiore debito pubblico e peggiori infrastrutture, significa tassi di interesse più alti per le imprese, e meno investimenti.

 

In conclusione, l’apertura al mondo è ancora oggi il punto di forza dell’economia italiana che perderebbe il suo motore più potente senza l’export. Negli ultimi cinque anni l’Italia è ripartita: l’export ha raggiunto numeri record, e la forza produttiva di imprese e lavatori della manifattura e della meccanica si conferma ancora una delle migliori al mondo. Eppure, la globalizzazione dei mercati ha avuto un costo sociale evidente, allargando il divario tra vincitori e perdenti. L’apertura dei mercati è stata in parte una scelta ma anche una trasformazione storica. Usciti dalla povertà, miliardi di lavoratori e imprese nelle economie emergenti sono entrati nei nostri mercati. Quest’apertura ha avuto un costo sociale che sta oggi mettendo in crisi la democrazia liberale in occidente. L’Italia ha tutto da perdere da possibili guerre commerciali. Chi propone di chiudere le frontiere semplicemente non conosce il nostro paese. Ma la lezione dell’ultimo decennio è che export e investitori internazionali da soli non bastano a creare benessere. L’Italia ha bisogno di imprese forti in uno Stato forte ma non invasivo. Navigare il cambiamento, e non chiudersi al mondo deve essere l’obiettivo di una nuova politica progressista.

 

 

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The Economist Intelligence Unit (Le opinioni sono espresse a titolo esclusivamente personale)


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