Di Luca Bergamaschi*

La sfida ambientale, e in particolare la lotta ai cambiamenti climatici, è una delle sfide principali del nostro secolo. “Esistenziale” perché senza stabilizzare l’incremento della temperatura globale, idealmente entro 1,5 gradi come indicato dall’ultimo rapporto della comunità scientifica internazionale dell’IPCC, non sarà possibile garantire la disponibilità delle risorse – in primis acqua, cibo ed energia – e salvaguardare la salute umana e degli ecosistemi. Di conseguenza i cambiamenti climatici minacciano direttamente la sicurezza e la prosperità di tutte le nazioni, mettendo già ora in serio pericolo l’esistenza stessa delle comunità più vulnerabili, come le piccole isole del Pacifico e le comunità rurali del Sahel.

La trasformazione ecologica deve diventare un imperativo interesse nazionale a maggior ragione perché ci troviamo in una regione geografica particolarmente esposta al surriscaldamento globale e ai suoi rischi. Il bacino del Mediterraneo si riscalda infatti più velocemente della media globale, oggi più caldo di 1,4 gradi rispetto all’incremento medio globale di circa 1 grado rispetto all’era pre-industriale. L’incremento delle temperature sta aumentando la frequenza e l’intensità, e dunque i danni, di eventi metereologici estremi che hanno già spezzato le vite di molti.

Nessun paese da solo può affrontare la sfida dei cambiamenti climatici. Mai come oggi abbiamo bisogno della cooperazione internazionale e di regole multilaterali condivise. L’Accordo internazionale sul clima è stato raggiunto a Parigi nel 2015 e ora si tratta di passare dalla costruzione di un regime internazionale condiviso alla sua implementazione. La comunità scientifica ci avverte che le azioni e gli impegni intraprese finora non sono sufficienti a stabilizzare il riscaldamento globale entro la soglia più sicura di 1,5 gradi, che rischia di essere raggiunta già nel 2030. Occorre dunque una trasformazione tempestiva e senza precedenti. Ad oggi siamo in rotta per raggiungere 3 gradi di riscaldamento medio globale entro fine secolo, una soglia che non garantirebbe la convivenza pacifica dei popoli.

La sfida è proporre un modello di politica riformista alternativa ai nuovi nazionalismi in grado di offrire protezione senza protezionismo. Richiudersi in sé stessi in un mondo interconnesso, senza di fatto più confini, con la speranza di mantenere il controllo sul proprio destino è un’illusione pericolosa perché le trasformazioni in atto sono ingestibili senza la cooperazione internazionale. L’orizzonte più prossimo per la protezione degli interessi italiani nel mondo è necessariamente quello europeo. Rafforzare riformando il progetto europeo alla luce delle nuove sfide è la via più sicura ed efficace per gestire il cambiamento in modo ordinato ed equo e per incidere in modo profondo sugli affari globali (l’esatto contrario del modello della Brexit).

 Abbiamo allora bisogno di un’Europa forte che si impegni a riformare il commercio internazionale per mantenere la fiducia nei mercati aperti e l’abilità di raggiungere gli obiettivi climatici. Il commercio internazionale rimane lo strumento principale che ci connette con l’economia globale e fondamentale per raggiungere gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Perché senza mercati aperti sarà molto difficile generare economie di scala che permettano di abbattere i costi delle tecnologie pulite e garantirne così la piena e tempestiva diffusione e adozione globale. Inoltre, l’aggravarsi degli impatti climatici significa che sempre più paesi, soprattutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e della fascia del Sahel, dipenderanno dall’importazioni di cereali e cibo per soddisfare la loro sicurezza alimentare.

Siamo consapevoli che gli accordi commerciali esistenti non sono perfetti ma spesso causano effetti indesiderati e non sono stati concepiti e discussi in modi inclusivo e trasparenti. Occorre includere azioni che permettono di ottenere un’economia internazionale più giusta e competitiva, come per esempio terminare i paradisi fiscali e contrastare la concentrazione di potere in mano a pochi oligarchi che impedisce l’innovazione o la riduzione dei prezzi per i consumatori. Riformare l’economia globale prendendosi cura dell’ambiente e delle persone significa iscrivere negli accordi commerciali condizioni per cui vengano rispettati gli impegni stabiliti dall’Accordo di Parigi sul clima e i diritti dei lavoratori. L’applicazione di queste condizioni deve essere garantita da organismi multilaterali indipendenti, come l’Organizzazione internazionale del lavoro per quanto riguarda il rispetto dei diritti dei lavoratori. Per garantire la protezione sociale questi accordi devono essere accompagnati da pacchetti di solide misure domestiche per rafforzare i salari e la produttività e per consentire che le industrie e le comunità più vulnerabili, come l’industria tradizionale dell’auto a combustione o le comunità rurali, abbiano accesso a processi di formazione e nuovi investimenti per rilanciare l’economia locale invece di essere spinte fuori dal mercato. Le nuove tecnologie devono diventare una fonte di creazione di valore e opportunità invece di presentarsi contro le persone.

Tutto ciò è possibile a patto che la transizione ecologica non diventi un obiettivo fine a sé stesso, ma un’opportunità per uno sviluppo economico sostenibile e giusto.

 La trasformazione dell’economia globale deve essere quindi accompagnata da una seria riforma della finanza pubblica e privata che devono tornare a servire l’economia e le persone e realizzare uno sviluppo pienamente sostenibile. Per permettere lo spostamento efficace di capitali da investimenti in combustibili fossili e compagnie non virtuose verso investimenti puliti è necessario che la rendicontazione non finanziaria – ossia la comunicazione di informazioni su sostenibilità ambientale, sostenibilità sociale, catena di fornitura, gestione delle diversità e gestione dei rischi – diventi obbligatoria. Solo fornendo le informazioni in modo trasparente sull’effettiva esposizione ai rischi climatici e sociali sarà possibile orientare le decisioni degli investitori privati, come fondi pensione, assicurazioni e banche d’investimento, verso attività non inquinanti e socialmente sostenibili.

Occorrerà inoltre disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili attraverso misure fiscali che ne interrompano definitivamente il sostegno pubblico e allo stesso tempo tassino le emissioni inquinanti. Per evitare che si trasformino in misure inique, i proventi di questa tassazione dovranno essere reinvestiti a beneficio delle famiglie più vulnerabili, per esempio per la riqualificazione energetica delle abitazioni delle oltre 9 milioni di persone che in Italia, soprattutto al Sud, soffrono di povertà energetica non riuscendo a riscaldare adeguatamente le loro case. L’efficienza energetica è un mezzo fondamentale per abbattere i consumi, i costi e le emissioni, offrendo al contempo elevati vantaggi per le attività produttive e la geopolitica. Riducendo infatti i consumi di gas per il riscaldamento si ridurranno anche i bisogni di importazioni di gas e di nuove infrastrutture, come gasdotti e rigassificatori, e dunque la dipendenza da (e il finanziamento di) regimi autoritari e corrotti.

 La questione fondamentale connessa alle infrastrutture non è se costruire o no, ma cosa costruire e come. Le infrastrutture sono vitali per l’economia e la sicurezza delle persone, le quali dipenderanno in maniera sempre maggiore dalla capacità di resistere ai cambiamenti climatici. Questo è uno dei messaggi fondamentali del rapporto IPCC sugli 1,5 gradi. Rimanere entro la soglia di 1,5 gradi significa che ogni nuova infrastruttura non può più prescindere dalle emissioni che genererà e da standard di resilienza tali da resistere agli impatti dei cambiamenti climatici che diventeranno sempre più violenti. Questi criteri devono essere utilizzati nelle valutazioni che precederanno la costruzione di nuove infrastrutture e l’investimento di ingente capitale politico ed economico. Ciò vale soprattutto per nuove infrastrutture fossili, incluso il gasdotto TAP. Il rapporto IPCC indica con chiarezza che non c’è più spazio per nuovo gas fossile se vogliamo limitare l’incremento della temperatura a livelli più sicuri e gestibili possibili. La combustione di gas deve infatti scendere a livello mondiale del 25% entro il 2030 e del 74% entro il 2050 rispetto al 2010. Se fino ad ora abbiamo considerato il gas come “combustibile ponte” per la transizione energetica, la comunità scientifica suggerisce che siamo arrivati alla fine di quel ponte.

La transizione ecologica offre dunque un modello radicalmente e pragmaticamente diverso di pensare il commercio, l’economia, la finanza e le infrastrutture. Le trasformazioni necessarie a rendere le nostre città più sane, più pulite, più efficienti e intelligenti non possono però prescindere dal garantire adeguate protezioni sociali e alternative alle comunità affette in negativo dal cambiamento.

 

*Ricercatore Istituto Affari Internazionali


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