di Luca Bergamaschi

Con una decisione miope che danneggia la fiducia internazionale degli Stati Uniti e mette a rischio la sicurezza e stabilità globale, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che intende abbandonare l’Accordo di Parigi (AdP) sui cambiamenti climatici, uno dei più importanti successi della diplomazia multilaterale contemporanea, rimanendo tuttavia aperto alla possibilità di rinegoziare i termini dell’impegno americano o dell’Accordo stesso. Quest’ultima ipotesi è già stata esclusa dai leader dei tre paesi europei del G7, Italia, Francia e Germania, attraverso una dichiarazione congiunta e dal segretariato della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

È importante innanzitutto notare che gli USA rimangono parte del UNFCCC e pertanto hanno diritto a partecipare ai lavori dell’AdP fino a quando l’uscita effettiva non sarà completata. L’AdP prevede infatti che un paese debba presentare una notifica scritta al Segretario Generale delle Nazioni Unite un anno prima dell’uscita effettiva. Questa notifica, tuttavia, può essere presentata solo dopo 3 anni dall’entrata in vigore dell’AdP, avvenuta il 4 Novembre 2016. Dunque l’uscita degli USA sarà effettiva solo a partire dal 4 Novembre 2020, ovvero 4 anni (3 più 1) dall’entrata in vigore dell’AdP. Ciò significa che se non si troverà un accordo con gli USA per un’eventuale permanenza entro quella data, i cittadini americani avranno l’opportunità di esprimere la loro preferenza attraverso le prossime elezioni presidenziali del 3 novembre 2020.

Che impatto avrà l’uscita degli USA dall’Accordo di Parigi?

L’uscita degli USA di Trump implica uno stop, sulla carta, all’implementazione dell’impegno nazionale di riduzione delle emissioni (26-28% al 2025 rispetto al 2005) e uno stop alla partecipazione al Green Climate Fund (gli USA hanno versato finora 1 miliardo di dollari, un terzo di quanto promesso da Barack Obama nel 2014). Nonostante l’uscita degli USA, l’AdP rimane in vigore e lo strumento più condiviso (sono infatti 195 i paesi firmatari, inclusa la Corea del Nord), efficace e vincolante nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora gli USA si aggiungono a Siria e Nicaragua come unici paesi non partecipanti.

Gli effetti pratici di questa decisione sono ancora incerti ma certo è che la riduzione delle emissioni e l’adozione delle tecnologie a basse emissioni sono due fenomeni ormai inarrestabili grazie alla volontà politica locale, regionale e globale di continuare sulla strada tracciata dall’AdP e alle dinamiche economiche in supporto di investimenti e mercati “verdi” trainate dall’innovazione, l’efficienza e la caduta dei costi. Negli stessi Stati Uniti l’azione degli Stati, delle città, delle imprese e dei cittadini non si fermerà. Anzi, essi si stanno già mobilitando per tenere fede agli impegni americani di riduzione delle emissioni attraverso la creazione della United States Climate Alliance. Se gli Stati federali che supportano l’AdP fossero un solo Stato, sarebbero la quinta economia mondiale, i sesti più grandi emettitori di emissioni e il dodicesimo paese più popoloso della terra. Un altro esempio: il giorno prima dell’annuncio di Trump, il Senato della California ha  passato una legge per far sì che il 100% dell’elettricità consumata dalla California entro il 2045 provenga da fonti rinnovabili.

L’Amministrazione Trump si trova così isolata e rischia di danneggiare la prosperità economica stessa degli Stati Uniti. Nonostante la retorica distopica del discorso di Trump, le industrie del solare e dell’eolico americane stanno infatti creando occupazione ad un passo che è 12 volte più veloce rispetto alla media. Il settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica sono un motore fondamentale della crescita e occupazione americana. Le rinnovabili danno lavoro a 777.000 americani (9,8 milioni a livello globale) e già oggi l’occupazione del solare da sola (373.807) ha sorpassato quella delle centrali a carbone (86.035),  dell’industria mineraria del carbone (circa 50.000) e dell’estrazione del petrolio e gas (180.000) messe insieme. Mentre 2,2 milioni di americani sono occupati nel design, installazione o produzione di prodotti e servizi legati all’efficienza energetica.

L’abbandono degli impegni sul clima può rivelarsi inoltre una scelta politica impopolare e controproducente. Infatti gli americani sono molto favorevoli all’azione sul clima: il 71% ritiene che gli USA dovrebbero partecipare all’AdP e solo il 31% appoggia l’uscita. L’89% degli americani è a favore dei parchi solari e l’83% di quelli eolici. Dunque la decisione di uscire potrebbe contribuire all’emergere di una nuova configurazione del Congresso attraverso le elezioni di mid-term previste a novembre 2018 nelle quali tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 34 dei 100 seggi del Senato saranno soggetti a nuove elezioni.

A livello internazionale, la marcia indietro rispetto agli impegni internazionali presi segna un ulteriore perdita di fiducia nelle relazioni tra gli USA di Trump e il resto del mondo, aggravando la già scarsa credibilità e fiducia nelle competenze dell’Amministrazione Trump. Il resto del mondo ha risposto in modo chiaro nel rimanere impegnato all’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il giorno dopo la decisione di Trump i leader di Europa e Cina hanno congiuntamente riconfermato il loro impegno non solo a mantenere gli impegni presi ma anche ad approfondire la cooperazione bilaterale, dando il via ad un riassesto globale.

L’uscita degli USA dall’AdP apre comunque un nuovo capitolo di sfide e rischi. Essa infatti fissa un precedente per altri paesi e offre l’occasione per mettere in questione l’efficacia dell’Accordo stesso. I primi segnali sono comunque positivi: l’India aveva annunciato già prima dell’annuncio di Trump che anche in caso di uscita americana manterrà i propri impegni, così come la Russia. La sfida immediata che soprattutto Europa e Cina dovranno affrontare è come colmare il divario che verrà lasciato dal contributo USA in termini di riduzione di emissioni e, in modo più urgente, di finanza per il clima. Occorrerà trovare una soluzione in tempi stretti perché il riscaldamento globale non deceleri e per i paesi e le regioni più vulnerabili, come l’Africa sub-sahariana, il Nord Africa e le isole pacifiche, sono già oggi esposti a livelli critici di rischio. Il cambiamento climatico aggrava la fragilità dei paesi più vulnerabili attraverso l’aumento dell’insicurezza alimentare e della sete, a cui è connesso un incremento di povertà, instabilità, conflitti e movimento delle persone. I cambiamenti climatici sono, in prima linea, una minaccia alla sicurezza e alla stabilità globale.

Cosa significa tutto ciò per l’Italia e l’Europa?

Alla luce del nuovo ordine geopolitico e geoeconomico emergente, l’implementazione dell’AdP e la trasformazione pulita dell’economia devono essere riconosciuti come interessi fondamentali ed assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità nazionale ed europea per un futuro prospero e sicuro. L’Italia ha tutte le potenzialità, e l’interesse strategico, per diventare l’attore chiave in Europa e contribuire a definire un ruolo nuovo dell’Europa nel mondo attraverso una rinnovata diplomazia politica ed economica del clima. Molto del successo dipenderà dalla volontà politica di collocare il tema del clima e della trasformazione dell’economia al centro dell’agenda e delle scelte politiche di oggi.

La competitività, crescita, occupazione e sicurezza nazionale dipendono in modo sempre maggiore da come sarà gestita la sfida del clima. L’opportunità si chiama Green Economy. Già oggi essa è responsabile di quasi 3 milioni di “green jobs”, equivalente al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale, il cui contributo per il 2015 è stimato a 190,5 miliardi di euro e con oltre 365.000 aziende impegnate nel settore. Il rischio invece si chiama instabilità e insicurezza. Il cambiamento climatico è già visibile con aumenti di temperature record e l’inasprirsi delle vulnerabilità del territorio, come quella idrogeologica, e dei fenomeni climatici estremi, come siccità e alluvioni. Tra il 2009 e il 2011 più di 2,3 milioni di italiani sono stati affetti da calamità idrogeologiche, che hanno causato 2,7 miliardi di danni all’anno. 9 milioni di italiani e un’impresa su cinque è a rischio inondazione. C’è anche un rischio clima “esterno” generato dall’instabilità che il cambiamento climatico può generare nel vicinato, soprattutto nella regione del Nord Africa e Medio Oriente. Essa è infatti una delle regioni più esposte ai rischi climatici e allo stesso tempo una delle regioni più instabili del pianeta. L’instabilità climatica aumenterà la fragilità, come nel caso della Siria, e il rischio di conflitti e il dislocamento delle persone.

Perciò l’Italia deve impegnarsi con convinzione per una seria politica e diplomazia del clima, con l’obiettivo di:

  • supportare la continua diffusione delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica, cruciale per tagliare consumi e costi e accrescere la competitività e la salute del sistema Paese, e della mobilità elettrica;
  • approfondire e accelerare il processo di riforma fiscale e finanziaria “verde” partendo dai risultati del recente dialogo nazionale per la finanza sostenibile;
  • pianificare l’uscita dall’uso del carbone entro il 2025 in modo giusto; è un impegno coraggioso ma realizzabile e una dimostrazione dall’impatto globale che la decarbonizzazione è possibile senza lasciare indietro nessuno. Può diventare un esempio globale e un asset diplomatico, di leadership e credibilità fondamentale;
  • supportare le città nella pianificazione urbana sostenibile e resiliente, soprattutto per abbattere l’inquinamento atmosferico, e nell’accesso ai capitali finanziari necessari;
  • concorrere per e riuscire ad ospitare la COP26, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima nel 2020, metterebbe l’Italia al centro dei lavori dell’attuazione dell’AdP e della politica globale del clima, soprattutto nel caso in cui un nuovo Presidente americano siederà al tavolo dei negoziati;
  • ripensare il sistema della governance istituzionale del clima e dell’energia in maniera sistematica e olistica per aumentare la comunicazione, il coordinamento, l’efficienza e l’impatto del lavoro del Governo attraverso, per esempio, l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un’unità strategica di coordinamento interministeriale per il clima e l’energia;
  • sviluppare reti elettriche nazionali intelligenti e transnazionali come un elemento strategico fondamentale per ridurre i costi generali di sistema e accrescere la sicurezza.

L’elettricità è il vettore del futuro e con essa lo diventeranno le relazioni politiche ed economiche con i nostri vicini, soprattutto nell’area del Mediterraneo. La geopolitica dell’AdP rovescia gli interessi nazionali e crea nuovi rischi, soprattutto per i produttori ed esportatori di combustibili tradizionali. L’Italia deve essere pronta a capire e gestire le nuove sfide e adottare una nuova politica e diplomazia, nazionali ed europee, per garantire stabilità, sicurezza e sviluppo sostenibile per tutti.


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