Di Massimo Ungaro*

Da secoli il liberalismo economico teorizza che il commercio libero, ovvero l’abbattimento delle tariffe doganali a favore dello scambio internazionale di beni, sia un motore di progresso economico per tutti i paesi che lo adottano. Con l’abbattimento delle tariffe doganali si riducono le distorsioni del mercato, aumenta l’efficienza nell’allocazione delle risorse e ogni paese può sfruttare il proprio ‘vantaggio competitivo’, come teorizzato da Ricardo, e  quindi crescere economicamente. Quando il liberalismo si afferma come corrente di pensiero dominante sancisce la fine del mercantilismo, del colbertismo, che identificava la ricchezza di un’economia con l’accumulazione assoluta di beni tangibili – e non la complessità e la sofisticazione degli inter-scambi economici – che aveva caratterizzato il pensiero economico fino ad Adam Smith. Nel corso del ventesimo secolo il liberalismo evolve teorizzando uno Stato regolatore, piccolo e forte, e poco presente nell’economia proprio per ridurre le distorsioni di mercato e dare libero corso alla ‘mano invisibile’. Si predica non solo l’apertura dei mercati dei beni, ma anche dei capitali e quindi la liberalizzazione delle partite correnti. Storicamente il processo di globalizzazione è considerato il prodotto di queste dottrine. La globalizzazione, ovvero l’apertura dei mercati e il conseguente aumento esponenziale dell’interconnessione tra le diverse economia del globo, è un fenomeno complesso spesso identificato come uno dei principali motori di progresso, specie per molti paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli con maggiore peso demografico come i cosiddetti ‘BRICS’ (Brasile, Russia, India, Cina, Africa del Sud). L’apertura dei mercati ha gradualmente inserito questi paesi nelle catene di produzione e le catene di distribuzione a livello globale causando un forte aumento della produttività associata con la rapida urbanizzazione di centinaia di milioni di persone. La povertà nel mondo si è quindi ridotta negli ultimi 30 anni e il tenore di vita di centinaia di milioni di persone, specie cinesi e indiani, è drammaticamente migliorato. D’altra parte, la globalizzazione ha anche creato degli sconfitti.

 La globalizzazione ha aumentato in parte le disuguaglianze sociali, anche nei paesi sviluppati. Schematizzando possiamo dire che nei paesi in via di sviluppo, ricchi di manodopera non qualificata e poveri di capitale, la globalizzazione ha creato una forte domanda per i lavoratori non qualificati andando cosi a diminuire il divario sociale tra lavoratori qualificati e lavoratori meno qualificati. Delocalizzando la propria produzione in quei paesi, anche grazie alla liberalizzazione delle partite correnti e attraverso un nuovo vigoroso flusso di investimenti, sia di portafoglio che diretti, i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto nuovi capitali e intelligenza industriale, linfa vitale per aumentare la loro crescita potenziale. Nei paesi sviluppati invece è successo l’opposto: la globalizzazione ha creato più domanda per quei beni e servizi dell’ultima frontiera tecnologica portando quindi a una maggiore domanda per lavoratori qualificati a discapito dei lavoratori meno qualificati ora direttamente in competizione con i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Questo ha portato a un aumento del divario sociale, osservabile nell’aumento dell’indice Gini in vari paesi sviluppati, e quindi alla graduale ‘erosione della classe media’ determinando una ‘polarizzazione sociale’ spesso associata con la vittoria di partiti e movimenti populisti e protezionistici negli ultimi anni. A fronte di questa narrativa è importante ricordare che questa è una sfida che lo Stato può affrontare senza soluzioni categoriche come l’autarchia o il ‘laissez faire’, ma investendo sulla formazione e riqualificazione dei propri lavoratori. In altre parole, una scelta politica che richiede risorse e pianificazione, come testimonia l’esperienza di molte piccole economie aperte, dai paesi scandinavi ai paesi del Commonwealth in Asia.

La globalizzazione, o l’apertura dei mercati, non ha creato disuguaglianza solo tra le persone, ma anche fra le aziende e gli agenti economici. Mercati più grandi hanno portato a una concorrenza maggiore e non tutte le aziende sono pronte: a volte è impossibile competere con aziende multinazionali che possono usufruire di impressionanti economie di scala, sia per la produzione che per la distribuzione. Per il liberalismo classico questo non è un problema: ogni economia si deve concentrare su quello che sa fare meglio, e in questo modo ne beneficiano tutti, ma empiricamente molti dei paesi che nel dopoguerra aprirono i propri mercati dei beni e dei capitali non ne hanno beneficiato in termini economici. La commissione per l’America Latina delle Nazioni Unite negli anni ’70 denunciò il liberalismo predicato dall’Occidente e propose l’attuazione di politiche industriali volte all’autarchia per produrre direttamente i beni d’importazione e ridurre la propria dipendenza dai mercati esteri. Il risultato economico fu catastrofico.

Se quindi la chiusura dei mercati e la pianificazione non sono percorribili, ma l’immediata apertura dei mercati sembra minacciare lo sviluppo delle aziende domestiche, quale strada percorrere? È qui che nasce la narrativa dello Stato imprenditore, o, a seconda dei punti di vista, protettore: ‘the infancy argument’ ovvero la capacità di uno Stato di aprire i propri mercati a seconda di quanto le aziende di ogni settore siano preparate alla concorrenza internazionale. Questo richiede un piano di politica industriale, un’idea di equilibrio macroeconomico e una visione di sviluppo per il proprio paese. Nel campo degli investimenti di portafoglio abbiamo due esempi eccellenti: proprio l’India e la Cina aprirono i propri mercati dei capitali solo molto gradualmente con un sistema complesso di quote e aste per i diritti di acquisto di titoli domestici per gli investitori stranieri, una lezione tratta a seguito della devastante crisi delle valute asiatiche del 1997.

Come bilanciare allora il bisogno di creare mercati ampi e privi di distorsioni e attuare una politica industriale efficace?  È opportuno attuare o accelerare un processo di industrializzazione? Queste domande rimangono tema di dibattito. Lo Stato ha tasche di solito molto più profonde di qualsiasi altro agente privato ed è quindi il miglior attore per intervenire quando i mercati non falliscono. Detto questo la storia ci insegna che l’intervento statale è spesso associato a distorsioni e inefficienze. Anche qui non esiste una risposta netta: guardiamo solo la differenza di risultati tra due paesi simili, la Francia e l’Italia, entrambe economie con una forte presenza dello Stato, eppure in Italia l’IRI era negli ultimi anni sempre in perdita mentre la stessa cosa non si può dire di molte aziende statali francesi.  Il tema si pone ugualmente per quei paesi non industrializzati ricchi in materie prime che, in un regime di mercato aperto, hanno subito il ‘male olandese’ (cosiddetto ‘dutch disease’), quando l’immediato flusso di capitale estero crea un apprezzamento della valuta locale soffocando tutti gli altri settori produttori di beni esportabili. L’unica soluzione rimane uno Stato accorto che riesca a mediare i diversi interessi, sappia decidere quali mercati aprire, quando e come in modo da ottimizzare il bene comune.

La globalizzazione e l’apertura dei mercati espongono l’economia di un paese a delle dinamiche globali che possono generare delle asimmetrie tra ceti sociali, tra imprese, tra stati. L’impatto di queste asimmetrie dipende in larga misura dalla struttura e dalla consistenza delle istituzioni esistenti in quel paese e della capacità politica di gestirle. Non esiste una risposta univoca alle sfide della globalizzazione: essa dipende dalle condizioni strutturali di ogni paese. Nel caso dell’Italia, un paese industrializzato e trasformatore, privo di materie prime, i vantaggi dell’apertura dei mercati sono indiscutibili ed è una condizione necessaria per sostenere la crescita economica. Alla sfida della disuguaglianza sociale si deve rispondere con investimenti in formazione, capitale umano, ricerca e sviluppo per modernizzare il sistema produttivo e raggiungere l’ultima frontiera tecnologica. Nel contesto della competizione internazionale l’Italia parte con alcuni punti di vantaggio:  l’Italia esporta di tutto. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, siamo uno dei paesi con la più alta diversificazione delle proprie esportazioni – dai pizzi calabri ai radar, dai veicoli di lusso al tessile – che sono inoltre relativamente inelastiche alle fluttuazioni valutarie in confronto a molti altri paesi. Inoltre l’affermarsi di una nuova classe media nei paesi in via di sviluppo sostiene il turismo nel nostro paese. In un mondo che ha sempre più fame di bello l’Italia può vincere, se equipaggiata con le istituzioni e gli strumenti adeguati.

 

*Deputato Partito Democratico


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